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    Home » Non categorizzato » DEF 2016: un fallimento certificato

    DEF 2016: un fallimento certificato

    [di Sbilanciamoci!] Nella manovra preannunciata il governo continua a intestardirsi in politiche economiche liberiste senza futuro, di riduzione fiscale e di incentivi alle imprese, solo addolcite da mancette elettoralistiche.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    30 Settembre 2016
    in Non categorizzato

    di Sbilanciamoci! 

    Il tentativo è quello di tirare il pallone in tribuna. O, meglio ancora, di alzare un polverone per sviare l’attenzione da quello che è l’atto più importante all’esame del governo, l’Aggiornamento del DEF 2016, preludio della stagione di bilancio. Non si spiegherebbe altrimenti come un presidente del Consiglio così attento comunicatore, proprio nel giorno del varo di un provvedimento così centrale decida di spararla grossa che più grossa non si può, dichiarandosi pronto alla ripresa dei lavori per il ponte sullo stretto e annunciando che ciò creerebbe la bellezza di 100mila posti di lavoro. In effetti, tutti i media hanno aperto sull’annunciata ripresa e le associate roventi polemiche, con l’Aggiornamento del DEF che ha mancato di catturare l’attenzione che meriterebbe. Una cosa impensabile negli anni scorsi, quando il premier, presentando i documenti di bilancio, si spendeva in entusiastiche descrizioni delle prospettive di un’Italia finalmente e saldamente guidata dal cerchio fiorentin-bocconiano.

    Il fatto è che l’Aggiornamento del DEF 2016 segna il punto forse più basso finora raggiunto da questo governo. Partiamo da quello che è forse l’unico dato positivo: come ha notato un autorevole esponente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, il deficit strutturale, quello corretto per l’andamento economico, non peggiora così tanto rispetto alle previsioni… ma solo perché la crescita è risultata talmente bassa che la correzione ciclica assorbe il peggioramento dei conti pubblici. In effetti, la crescita, che nel DEF di aprile il governo prevedeva a 1,2% e 1,4% rispettivamente nel 2016 e 2017, viene fissata nell’Aggiornamento rispettivamente a 0,8% e 0,6%. Il deficit, previsto quest’anno e l’anno prossimo al 2,3% e 1,8% viene confermato al 2,3% quest’anno per salire al 2,4% l’anno prossimo. Di fatto, il cosiddetto processo di risanamento della finanza pubblica italiana si è arrestato: il deficit previsto nel 2017 è sostanzialmente quello del 2016, con la Commissione Europea che non sa più cosa inventarsi per accordare ulteriori margini ad un governo Italiano che, in un momento così cruciale per l’Europa e in vista del referendum costituzionale, non può essere stigmatizzato, ma si vuole anzi sostenere, anche, se necessario, prestandosi al solito gioco nel quale la Commissione recita il ruolo di punginball.

    Certo, di per sé, l’arresto del processo di risanamento non sarebbe notizia negativa, anzi, piacerebbe interpretarla come inversione dell’orientamento di politica economica e il superamento, finalmente, dell’austerity. Non è così, purtroppo, e la realtà è ben più tragica. Partiamo dalla flessibilità nell’interpretazione del patto di stabilità, tanto agognata e pretesa dal nostro paese: essa servirà esclusivamente, insieme a tutto l’aumento del deficit 2017 rispetto all’obiettivo, per neutralizzare le clausole di salvaguardia da 15 miliardi inserite nella Legge di stabilità dell’anno scorso, che prevedevano in automatico un aumento di IVA e accise nel 2017 se non si fossero realizzati equivalenti risparmi di spesa. Poco o nulla è stato fatto e l’Italia si ritrova adesso a utilizzare tutti i margini di flessibilità cui può aspirare non per rilanciare sviluppo, economia, redditi e occupazione, bensì solo per evitare la drammatica recessione che verrebbe innescata dall’aumento dell’IVA.

    Tolti questi 15 miliardi, la prossima manovra di bilancio sembra ridursi a poca cosa: 7-8 miliardi di maggiori spese, compensati da altrettanti miliardi di minori spese o maggiori entrate. Un’inezia rispetto a quanto il nostro paese avrebbe disperatamente bisogno. Si arriverà forse a stanziare 2 miliardi per le pensioni e il sostegno – in prospettiva elettorale – dei loro redditi, ma compensate da un corrispondente calo della spesa sanitaria. Qualche centinaio di milioni in più verranno destinati al rinnovo dei contratti nel pubblico impiego, finanziati con tagli lineari, o semi-lineari alla spesa dei ministeri. Si arriverà forse a definire una riduzione dell’IRPEF, ma solo a partire dal 2018, anno nel quale, comunque, opereranno altre clausole di salvaguardia da neutralizzare. Qualche soldo verrà destinato alla lotta alla povertà estrema, ma niente allo sviluppo dei servizi sociali e degli altri istituti del welfare. Gli unici interventi di una qualche rilevanza economica sembrano quelli destinati alle imprese, i super ammortamenti, la riduzione delle imposte per lei imprese piccole, le garanzie pubbliche sugli investimenti, il programma del ministro Calenda Industria 4.0. Nulla di sostanziale, invero, ma si deve tener presente che le imprese godranno nel 2017 di due dei più costosi interventi realizzati dal governo: la decontribuzione, totale sugli assunti nel 2015 e parziale sugli assunti nel 2016, che ha un costo di almeno 7 miliardi l’anno e almeno 20 miliardi nel quadriennio 2015-2018; la riduzione dell’imposta sulle società, l’IRES, dal 27,5% al 24% che scatterà il prossimo primo gennaio, con un costo per l’erario di almeno 3,5 miliardi l’anno. Sono interventi estremamente costosi, perché si tratta di misure indirette e non selettive, che beneficiano tutte le imprese indistintamente, non solo quelle che investono, crescono e creano occupazione e reddito.

    Servirebbe altro: investimenti diretti, piccole e medie opere in grado di assicurare in breve tempo e a costi contenuti un effettivo miglioramento delle condizioni produttive e di vita; assicurare le migliori condizioni per lavorare e partecipare, garantendo trasporti, servizi sociali inclusivi e flessibili, reti. Bisognerebbe perseguire non una riduzione fiscale ma una redistribuzione del carico dai poveri ai ricchi, dal lavoro alla rendita, da chi – singoli o imprese – paga a chi non paga. Servirebbero, ancora, interventi di stimolo non a pioggia, bensì selettivi.

    Nulla di tutto ciò sembra ritrovarsi nella manovra preannunciata dal governo che, nel lasciare il paese senza più margini di libertà, continua ad intestardirsi in politiche economiche liberiste senza futuro, di riduzione fiscale e di incentivi alle imprese, solo addolcite da mancette elettoralistiche. Un quadro a tinte fosche, che ben giustifica il desiderio, pur infantile, di rifugiarsi nell’immagine di un bel ponte sullo stretto.

    Pubblicato su Sbilanciamoci! il 28 settembre 2016. 

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