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    Home » Non categorizzato » Rischio e previsione. Recensione al libro di Francesco Sylos Labini

    Rischio e previsione. Recensione al libro di Francesco Sylos Labini

    [di Giacomo Cucignatto] La teoria neoclassica non solo si è dimostrata incapace di prevedere la crisi, ma ha fattivamente contribuito a generare le condizioni materiali che l’hanno favorita.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    30 Settembre 2016
    in Non categorizzato

    di Giacomo Cucignatto 

    Francesco Sylos Labini, Rischio e previsione. Cosa può dirci la scienza sulla crisi?, Laterza, Roma-Bari, 2016, 262 pp., 24 euro (scheda libro).

    La crisi economica globale che si è innescata dopo lo scoppio della bolla subprime (2007) rappresenta un fenomeno di portata storica eccezionale, che sta modificando alla radice gli equilibri interni alle società occidentali, acuendo le diseguaglianze e rallentando la mobilità sociale, in particolare in paesi come l’Italia. Rischio e previsione. Cosa può dirci la scienza sulla crisi? di Francesco Sylos Labini analizza i limiti e le responsabilità della disciplina economica portati alla luce dalla crisi, ma esamina anche quale dovrebbe essere il ruolo della scienza nella comprensione dei principali problemi economici e nell’individuazione di soluzioni originali.

    La teoria neoclassica – il paradigma economico dominante – non solo ha dimostrato la propria incapacità predittiva a fronte di eventi di così vasta portata, ma ha fattivamente contribuito a generare le condizioni materiali che hanno favorito la crisi. Sylos Labini sottolinea, ad esempio, che questa abbia promosso le privatizzazioni delle industrie statali e il processo di deregolamentazione degli ultimi decenni, poiché queste avrebbero dovuto garantire il raggiungimento della massima efficienza in termini economici generali; al di là di un certo rigore formale, tuttavia, i modelli matematici che hanno giustificato le politiche neoliberiste sono basati su una serie di assunzioni teoriche distanti dalla realtà e prive di riscontro empirico (pp. 66-67).

    La stessa ipotesi di efficienza dei mercati formulata da Eugene Fama ed elaborata da Robert Lucas – in connubio con quella delle aspettative razionali – sembra scontrarsi coi principi epistemologici del metodo scientifico, a lungo discussi nel primo capitolo: in estrema sintesi, l’informazione perfetta garantirebbe un comportamento economico complessivo efficiente nel mercato e un andamento casuale dei prezzi; l’assunzione dell’efficienza implica in questo quadro teorico l’imprevedibilità dei mercati e nega la possibilità stessa di effettuare previsioni e verificare empiricamente la teoria (pp.88-89)[1].

    I teorici neoclassici non sembrano tuttavia particolarmente preoccupati dalla questione della previsione, poiché sostengono che il sistema economico tenda naturalmente a un equilibro stabile e che le crisi possano al massimo rappresentare delle deviazioni temporanee dalla normalità. Il modello di equilibrio economico generale da cui discende tale convinzione si ispira ad alcuni dei pilastri scientifici di inizio ‘900 – meccanica newtoniana, equilibrio termodinamico, moto browniano: al di là dell’azzardo metodologico insito nella spiegazione di fenomeni socio-economici attraverso l’applicazione di concetti appartenenti al campo della fisica, Sylos Labini ci segnala giustamente che la teoria neoclassica dovrebbe quantomeno avere il coraggio di confrontarsi con alcuni degli sviluppi concettuali dell’ultimo cinquantennio (pp. 82-85), tra cui la natura instabile dei sistemi complessi, i sistemi magnetici (il cui comportamento potrebbe essere utile nella comprensione dell’effetto gregge che talvolta si verifica nei mercati finanziari) o la geometria frattale (pp. 98-108).

    Non stupisce dunque che la qualità predittiva dell’approccio mainstream si sia rivelata pessima sia per quanto riguarda la Grande Recessione, ma in generale nel corso degli ultimi due decenni: non siamo di fronte a un caso isolato e la ricorrente incapacità di prevedere le fasi economiche recessive ha portato numerosi studiosi a segnalare la pseudo-scientificità della teoria neoclassica e a rivendicare la necessità di una rivoluzione scientifica in ambito economico[2].

    Diversi economisti appartenenti alla scuola post-keynesiana, sraffiana o marxista avevano intravisto lo scoppio della crisi: com’è possibile che nella disciplina economica non si sia assistito ad un cambio di paradigma? Sylos Labini individua nei meccanismi di assegnazione dei finanziamenti alla ricerca uno dei motivi principali a causa dei quali la teoria economica non è riuscita a reagire in maniera convincente alla più grande crisi globale dal 1929; l’osservazione dei dati sembra infatti suggerire che questi tendano a premiare la scuola dominante all’interno di ogni disciplina, marginalizzando tutte le altre (p. 116).

    L’egemonia culturale neoclassica non è stata scalfita dalla crisi anche grazie alla matematizzazione dell’economia: la veste tecnico-scientifica attribuita dall’approccio mainstream alla disciplina ha infatti consentito la trasformazione di una scienza sociale, con una componente politica imprescindibile, in una scienza tecnica; la teoria neoclassica è riuscita ad affermare una visione del sistema economico «come fatto di natura suscettibile di essere studiato secondo il metodo che si confà alle leggi delle scienze naturali» (p. 125), così escludendo il confronto con scuole di pensiero e visioni del mondo differenti.

    Nella seconda parte del libro Sylos Labini approfondisce le sfide che la ricerca scientifica deve affrontare nei tempi della crisi permanente e della “dittatura neoclassica”. L’accademia sta incontrando in questa fase gli stessi problemi che si pongono in generale al sistema educativo: l’accentramento di risorse su pochi centri di ricerca e il drastico calo delle opportunità per la stragrande maggioranza degli studiosi. I concetti-chiave alla base di questa scelta distributiva che concerne i finanziamenti sono meritocrazia, (tecno)valutazione ed eccellenza: l’idea di fondo è che sia possibile una valutazione perfetta delle qualità individuali al fine di utilizzare con la massima efficienza le risorse disponibili; in questo quadro la comparsa dei big data ha sicuramente svolto un ruolo fondamentale, consentendo la moltiplicazione di misure quantitative in qualche modo riconducibili al merito del singolo ricercatore (pp. 133-137).

    Anche in questo ambito, convinzioni teoriche piuttosto ingenue hanno condotto alla nascita di una pseudo-scienza che attraverso l’utilizzo dei big data rischia di produrre una banalizzazione della conoscenza scientifica, stilando “classifiche della qualità” che stanno stravolgendo l’insegnamento e la ricerca a livello internazionale (pp. 136-137). La tecno-valutazione della produzione scientifica dei diversi ricercatori non sembra infatti aver prodotto quel balzo in avanti che i suoi sostenitori preconizzavano, condannando piuttosto all’abbandono i programmi di ricerca anticonvenzionali e con essi le idee e le innovazioni che avrebbero potuto portare alla luce.

    Il dogma dell’eccellenza – allegramente sbandierato dalla stragrande maggioranza dei personaggi politici – ispira con sempre maggiore chiarezza la politica della ricerca del paese: alla diversificazione dei progetti di ricerca si preferisce il conformismo dei progetti scientifici mainstream; allo stesso modo si tende a concentrare le risorse su pochissimi attraverso finanziamenti a progetto con tassi di successo molto ridotti, piuttosto che distribuire i fondi a molti attraverso un finanziamento strutturale alla ricerca di base. Si sta dunque decidendo di ignorare le lezioni della storia della scienza, che offre numerosi esempi di innovazioni legate a scoperte scientifiche del tutto inaspettate e sviluppatesi nel contesto di progetti alternativi: come sarebbe potuto esplodere il campo delle nanotecnologie senza la scoperta della magnetoresistenza gigante (p. 193)? E ancora prima, chi avrebbe approvato oggi i quattro articoli che cambiarono per sempre la storia della fisica moderna e furono pubblicati nel 1905 dal giovane Einstein (p. 152)?

    Nella parte finale, Sylos Labini discute l’importanza del ruolo pubblico nell’economia, nella ricerca e nell’innovazione. Al di là del “mitologico garage di Steve Jobs” (p. 204), i dati economici confermano che la rivoluzione tecnologica non sarebbe mai stata possibile senza gli investimenti pubblici nella ricerca[3]. Per di più, l’attuale sistema economico configura una relazione paradossale tra pubblico e privato, che affianca la socializzazione del rischio – tramite finanziamento statale alla ricerca – alla privatizzazione dei profitti derivanti dalle scoperte utilizzate per la commercializzazione (pp. 203-204).

    La necessità di una rottura netta rispetto a questa dinamica appare particolarmente urgente nel contesto europeo delle politiche di austerity: la politica scientifica e dell’innovazione della Commissione europea ha infatti contribuito ad approfondire gli squilibri strutturali già presenti tra i vari paesi dell’Unione. In particolare, i paesi mediterranei – già in partenza caratterizzati da una spesa in istruzione e ricerca inferiore in rapporto al PIL – si stanno gradualmente trasformando in una fonte di forza lavoro qualificata e a basso costo per i paesi dell’Europa settentrionale, contribuendo peraltro alla compressione dei salari negli stessi core countries. Sylos Labini conclude citando il manifesto “Hanno scelto l’ignoranza”, sottoscritto nel 2014 da numerosi ricercatori europei e dallo stesso Autore in aperta protesta contro lo stato di abbandono della ricerca in Europa: per invertire la rotta non sarà sufficiente interrompere l’emorragia dei finanziamenti pubblici alla ricerca, ma sarà necessario ripensare i metodi di finanziamento e sfidare radicalmente il dogma dell’eccellenza così come gli altri assiomi dell’egemonia culturale neoclassica.

    Pubblicato su Pandora il 19 settembre 2016.

    —

    Note

    [1] Non sembra dunque rassicurante constatare che i modelli economici utilizzati dalle principali istituzioni finanziarie – si pensi al modello DSGE della BCE – siano fondati su tali principi teorici.

    [2] Tra questi l’autore fa riferimento in particolare al fisico teorico ed esperto dei mercati finanziari Jean-Philippe Bouchaud (p. 67) e al filosofo della scienza e della matematica Donald Gillies (pp. 92-93).

    [3] Qui l’autore fa chiaro riferimento al contributo della Mazzucato in Lo Stato innovatore (Laterza, 2014).

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