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    Home » Economia » Def, Padoan: L’aumento Iva è evitabile, ma se dura l’instabilità rischiano gli investimenti

    Def, Padoan: L’aumento Iva è evitabile, ma se dura l’instabilità rischiano gli investimenti

    Il ministro illustra il quadro economico consegnato dall'esecutivo uscente e ammonisce sui rischi del perdurare della crisi politica italiana e della politica dei dazi di Trump

    Domenico Giovinazzo</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@giopicheco" target="_blank">@giopicheco</a> di Domenico Giovinazzo @giopicheco
    8 Maggio 2018
    in Economia
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    Roma – L’aumento delle aliquote Iva previsto dal primo gennaio 2019 si può evitare, come è stato fatto in passato, ma l’economia italiana rischia un calo degli investimenti se la crisi politica si protraesse ulteriormente. È il messaggio che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan porta ai deputati e senatori delle commissioni Speciali incaricate di valutare il Documento di economia e finanza 2018, redatto dall’esecutivo in carica per gli affari correnti sulla base della normativa vigore.

    Il ministro ricorda che dal primo gennaio 2019, come previsto dall’ultima Legge di bilancio, scatteranno gli aumenti di Iva e accise previsti dalle clausole di salvaguardia, il meccanismo concordato con l’Ue per rispettare gli impegni sui conti pubblici. “Una parte significativa delle clausole di salvaguardia per il 2019 è stata già disattivata” nel 2017, ricorda il titolare del dicastero economico, per un valore complessivo di 10,8 miliardi di euro. Il resto, circa 12 miliardi, si può disinnescare con la Legge di bilancio, sottolinea, reperendo altrove le risorse necessarie.

    Per descivere il “cammino in salita” percorso dal Paese in questi anni torna sulla metafora del “sentiero stretto tra le esigenze di ridurre la preoccupante impenna del debito pubblico” e, al contempo, “rilanciare l’attività economica”. Rivendica che “dal 2014 l’economia italiana cresce ininterrottamente”, pur riconoscendo come “un’osservazione fondata” l’obiezione secondo cui il inostro Paese rimane il fanalino di coda dell’Ue. Un fatto confermato dalle previsioni di primavera della Commissione europea. Tuttavia, si giustifica, “quello della crescita contenuta è un problema di lungo periodo che trova radici in limiti strutturali”.

    Rispetto al record più basso del numero di occupati registrato a settembre del 2013, il ministro riporta che “è stato recuperato più di un milione di posti di lavoro”. Nel dettaglio, “da settembre 2013 a marzo 2018 è aumentato di 1,2 milioni” il numero di lavoratori dipendenti, anche se solo poco più di un terzo di loro, cioè “443.000, hanno un contratto a tempo indeterminato.

    Il titolare per gli affari correnti di Via XX Settembre sottolinea poi i risultati sulla riduzione del rapporto deficit/Pil. Partendo “dal 3% del 2014, è gradualmente diminuito raggiungendo il 2,3% del 2017, che sarebbe l’1,9%” sen non si contassero gli “interventi straordinari” per salvare le banche.

    La previsione di crescita per il 2018 – fissata nel Def all’1,5% del Pil, in linea con le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Commissione europea – così come quelle per il 2019 (+1,4%) e del 2020 (+1,3) sono state calcolate utilizzando “maggior cautela”. Si è tenuto conto, spiega Padoan, “sia dei rischi geopolitici di medio termine”, “sia dell’eventuale protrarsi dell’incertezza politica del Paese, potenzialmente in grado di frenare in particolare la ripartenza degli investimenti”.

    Il “rischio più significativo per le previsioni” è rappresentato dai dazi introdotti dall’amministrazione statunitense. “L’impatto diretto sul commercio mondiale sarà probabilmente limitato”, prevede il ministro, ma le “ritorsioni” potrebbero arrivare “oltre che dalla Cina anche da altri Paesi, e causare un forte rallentamento del commercio internazionale”. In conseguenza ci sarebbero “ripercussioni su occupazione e inflazione anche nei Paesi europei”. Senza contare che la situazione “renderebbe l’Europa ancora più esposta allo sforzo di penetrazione commerciale da parte degli esportatori asiatici”. Mentre “la tendenza al rafforzamento dell’euro costituisce un ulteriore rischio al ribasso” per le esportazioni dell’Eurozona.

    Con l’aumento di Iva e accise, la stima del deficit per il 2018 è all’1,6% del Pil, con un avanzo primario dell’1,9% “escludendo gli interventi straordinari per le banche”. L’indebitamento netto scenderebbe allo 0,8% del Prodotto interno lordo e si raggiungerebbe il pareggio di bilancio nel 2020, con saldi primari rispettivamente al 2,7% e al 3,4%. Quanto alla spesa per interessi sul debito, nel 2018 ammonterebbe a poco più del 3,5% del Pil, in calo rispetto al 3,8% dell’anno prima, e si manterrebbe su questi livelli fino al 2021. In contrazione anche il debito, che lo scorso anno aveva raggiunto il 131,8% del Pil e quest’anno si attesterà al 130,8%, con un percorso progressivo che lo porterà, secondo le stime di Padoan al 122% nel 2021.

    Il ministro lascia in eredità la disputa con Bruxelles sul calcolo dell’output gap, che ha portato solo a un parziale accoglimento delle osservazioni italiane. Rimane una divergenza tra il sistema di calcolo usato dal governo e quello della Commissione europea, che si riflette in un decimale di Pil in più imputato dall’esecutivo comunitario al deficit strutturale italiano.

    Questo il quadro che l’esecutivo Gentiloni consegna al suo ancora ignoto successore – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella assegnerà tra domani e dopodomani l’incarico per “il governo neutrale, di servizio” annunciato ieri – con le forze politiche unanimemente convinte della necessità di scongiurare l’aumento dell’Iva al 25%, ma senza una discussione avvita su dove reperire le coperture necessarie. Il tutto condito dai venti di un ritorno alle urne in tempi rapidi, e da un tonfo in borsa che riflette l’inquietudine degli investitori per la crisi politica.

    Tags: acciseaudizioneaumento ivacalusole di slavaguardiacrescitaDefdocuemnto di ecoomia e finanzaeconomiainvestimentiPadoanPilprevisioni

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