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    Home » Politica » Bullmann (S&D): “Prossimo presidente della Commissione non tema le stanze del potere”

    Bullmann (S&D): “Prossimo presidente della Commissione non tema le stanze del potere”

    Il capogruppo dei socialdemocratici in Parlamento europeo: "Con Barroso persi dieci anni, Juncker non era schiavo di nessuno ma ha incontrato ostacoli più grandi di lui"

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    12 Settembre 2018
    in Politica
    Udo Bullmann

    Udo Bullmann

    dall’inviato

    Strasburgo – Non è vero che i socialdemocratici europei sono in ritardo. “Procediamo grosso modo parallelamente al Ppe”, ed entro fine novembre dovrebbe essere chiaro quale sarà il nome del Pse per la presidenza della Commissione. Ci sarà tempo dall’1 al 18 ottobre per presentare le candidature. Udo Bullmann, presidente del gruppo dei socialdemocratici (S&D) in Parlamento europeo, sa che l’Europa non vive un momento felice. “Salvini e Orban non credono nell’Ue, e neppure ci credono in Austria”. Il progetto comunitario è in pericolo in ogni suo aspetto. E l’Italia, nel suo piccolo, ne è un esempio. “L’attuale governo ha respinto non solo la missione Sophia, ma ha chiuso i porti anche alla propria Guardia costiera. Siamo preoccupati da tutto questo cinismo”, confida a un gruppo ristretto di testate, tra cui Eunews. “Ma c’è anche tanta gente che manifesta contro tutto questo”. C’è ancora di che essere ottimisti.

    I socialdemocratici sono in difficoltà un po’ ovunque. Le prossime elezioni europee saranno un problema?
    Il Portogallo è un esempio di come i socialisti sono partiti da un basso consenso elettorale fino ad arrivare al governo, che sta facendo bene. Lo stesso vale per Pedro Sanchez in Spagna. Possiamo riconquistare terreno.

    Come? Gli elettori che andranno a votare potranno non essere molti, e chi andrà a votare voterà per l’estrema destra.
    Parlando in modo chiaro, rivolgendoci a chi si sente escluso, dimenticato.

    Nel Ppe Manfred Weber difende ancora Orban…
    Deve dichiararsi, e per lui è difficile. Mettersi contro Orban vuol dire perdere molto per lui. Anche dal punto di vista di risorse economiche, un’uscita di Fidesz dal Ppe è una perdita. Allo stesso tempo c’è una parte del gruppo e del partito che non è disposta ad accettare ancora di mandar giù.

    Fin dall’inizio Juncker ha ripetuto che la sua sarebbe stata la Commissione dell’ultima chance. Questa chance è stata colto o è stata persa?
    Juncker è un vero europeo. E’ un europeista convinto e impegnato. Rispetto a Barroso lui s’è speso per non essere schiavo di nessuno e promuovere la sua politica, e di questo gli va dato atto. Ha fatto la differenza nell’approccio politico. Ci sono dieci anni persi nella politica europea, e lui ha cercato di recuperare. Ma ha trovato sulla sua strada forze che non era in grado di affrontare. Juncker è un maestro del compromesso, è sempre stato bravo a a risolvere i problemi allocando risorse. Ma oggi abbiamo problemi strutturali che non possono essere risolti coi meccanismi tradizionali. Avere buoni incontri non basta più, ma la macchina del Ppe ha ragionato in termini tradizionali, non sociali e non in modo da stare al passo coi tempi.

    C’erano grandi aspettative attorno al piano Juncker per gli investimenti. Alla fine non è stata la grande risposta ai problemi che ci si attendeva. Condivide?
    Ho sempre detto che questo piano è un piccolo esercizio per un vero cambiamento. Questo è sempre stato motivo di disaccordo con Juncker. Ricordo che durante la campagna elettorale noi invocavamo un piano per gli investimenti, poi lui ha detto che l’avrebbe fatto lui se l’avessimo sostenuto alla presidenza. Juncker aveva bisogno di soldi che non aveva, ed è andato a chiederli in giro per le capitali, anche quelle dove sapeva che non li avrebbe avuti. E’ stato il presidente della Banca europea per gli investimenti (Bei), Werner Hoyer, a decidere di fare della Bei la vera banca per gli investimenti. Poi ha chiesto di definire le regole, e di stabilire cosa e come finanziare.

    Può la Commissione europea avere un presidente tedesco quando c’è già un segretario generale tedesco?
    Sono ancora dell’idea che il presidente della Commissione sia più importante di Martin Selmayr. E non credo che la provenienza del presidente sia così rilevante.

    Cosa conta allora?
    Credo che per la presidenza della Commissione serva una personalità ben consapevole della dimensione delle difficoltà, europee ed internazionali, che non abbia paure delle stanze del potere e della macchina europea.

    Per l’istituto dello Spitzenkdidat rimane valido?
    Lo spitzenkandidat ha di buono che rende il candidato più responsabile di fronte al Parlamento. Barroso è stata l’espressione di un processo condotto interamente dal Consiglio, che spesso opta per le figure più deboli, quelle che non creano problemi. Con Juncker il Parlamento europeo ha giocato un ruolo. Non voglio tornare al metodo Barroso.

    Una donna alla testa della Commissione?
    Se ne troviamo una perché no?

    Vuol dire che non avete?
    Me ne vengono in mente molte, ma non aggiungo altro.

    Tags: commissione europeaelezioni europeeintervistaparlamento europeopresidentePseS&DspitzenkandidatUdo Bullmann

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