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Think Tank non più per pochi. La nuova sfida anche sui social

Think Tank non più per pochi. La nuova sfida anche sui social

La transizione e la turbolenza politica internazionale suggerisce anche nuovi approcci divulgativi, senza abbandonare indipendenza e rigore

Roma – Tutta colpa di Donald J Trump. O meglio, di quello che significa la sua ascesa per la politica mondiale: turbolenza. Ed è così che i Think tank, si interrogano sul ruolo e su un campo d’azione che è inequivocabilmente cambiato. Un’occasione offerta dall’Istituto Affari Internazionali con alcuni dei maggiori esperti messi a confronto sulla nuova era, che solo in apparenza farebbe a meno di analisi, studio e approfondimento.

Il web ancora una volta nel banco degli imputati? In parte. Certo, l’invasione poco educata dei social media che tutto riducono a battuta, banalizzano e troppo spesso veicolano una realtà contaminata dalla propaganda, non aiuta. Ma sono il braccio armato della nuova politica, luoghi “dove la campagna elettorale non finisce mai”, ormai bisognosa di consenso continuo per restare in vita, spiega nella sua introduzione il giornalista Franco Venturini, osservatore di un cambiamento che non risparmia quasi nessun paese.

Gli Usa del corso trumpiano certamente, ma anche l’Italia è protagonista del nuovo corso della disintermediazione fra tweet e dirette Facebook, dove l’unico obiettivo è convincere. Sono intermedi i giornalisti spiazzati e senza più ruolo, e in misura e modi differenti anche i ricercatori, impegnati da leader che delle analisi farebbero volentieri a meno. Ad aumentare il carico anche il dibattito delle élite e delle competenze, minacciate da spontaneismo e ignoranza sdoganata, e allora il “che fare” diventa sempre più complesso. Già, perché delle “previsioni mancate dei think tanker c’è una lista lunga”, dice Armando Barucco, a capo dell’unità di analisi della Farnesina, che cita un “bestiario” pubblicato recentemente. Di esempi ne basta uno solo, quello che scrisse del “declino della Russia entro il 2015”. E se proprio l’elezione di Trump e la Brexit, sono state le topiche più clamorose, serve correre ai ripari e tornare alle origini.

“Siamo portati a scrivere dei tomi ma dobbiamo essere in grado anche di dare risposte a domande semplici”, spiega Riccardo Alcaro coordinatore della ricerca dello IAI che ammette che a volte è più utile spiegare “qual è l’interesse dell’Italia a restare nell’Unione Europea” più che le ragioni profonde della guerra siriana. L’abito di chi “vuole spiegare il mondo tra vent’anni” forse va dismesso, le analisi siano più mirate ad interessi reali. “Calarsi nell’arena certamente ma tenendo la barra dritta del rigore” ammonisce Silvia Francescon dell’ECFR (European Council on Foreign Relations), che ricorda i cardini dei think tank: affidabilità, credibilità e indipendenza. E poi però c’è il paradosso del figlio adolescente del ricercatore di politica internazionale che fa la ricerca di scuola su Wikipedia, e tutto sembra andare in malora. E invece no, è il segnale che scendere ai piani bassi serve eccome, uscire dalla bolla e non discutere tra simili è il warning lanciato a tutte le élite, inclusi i TT.

Le analisi servono ancora e il punto di attacco è “il grande tema della complessità”, riflette Marco Alberti che si occupa di affari internazionali per l’Enel, e che insiste sull’importanza della conoscenza. Nel mondo complesso “fare senza sapere” non porta lontano, né un politico né un capitano d’industria piccola o grande che sia. Allora c’è la necessità di letture diverse, “teleobiettivo e grandangolo”, d’intelligenze nel senso etimologico, “leggere dentro una realtà sempre più falsata”.

La sfida è qui, sulla capacità dei Think tank di aiutare a leggere sempre più diffusamente il contemporaneo con le competenze che li contraddistinguono. Perfino arrivare “nell’arena dei social”, azzarda Antonio Villafranca che guida la ricerca all’Istituto di studi di politica internazionale di Milano.  Restare autorevoli ma con la necessità di avere “un impatto maggiore”, un filo sottile che passa anche dicendo quelle verità a volte fuori dalla logica mainstream. Per esempio smontare l’antieuropeismo ma anche la retorica europeista, e quindi dire senza timore che “le politiche dell’Unione europea hanno aumentato le diseguaglianze tra le regioni” e la politica di coesione ha un impatto poco significativo. Bandire ogni ideologia e accettare tutte le sfide compresa quella del populismo. Soprattutto, ci sono risposte, anche quelle degli analisti, che non valgono sempre. La realtà è difficile da leggere perché cambia sempre più rapidamente.