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Nuovo richiamo dell'Ue all'Italia: Con la manovra del popolo si torna indietro e non si cresce
Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria (destra), con i commissari per gli Affari economici e l'Euro, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis

Nuovo richiamo dell'Ue all'Italia: Con la manovra del popolo si torna indietro e non si cresce

Bocciata la riforma delle pensioni, non si capisce quale sarà l'impatto del reddito di cittadinanza. Rallenta il ritmo delle riforme, restano i rischi contagio. Italia resterà sotto sorveglianza

Bruxelles – La manovra “molto bella” che tanto piace all’Italia e al suo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, continua a non piacere affatto all’Unione europea, che nel rapporto per Paesi critica l’intero impianto dell’operato dell’esecutivo giallo-verde. In sintesi: non si fanno le riforme, si torna indietro sulle pensioni, il reddito di cittadinanza non si capisce che impatto avrà, non si prevedono misure vere per rilanciare la crescita. E i rischi contagio restano. Non proprio un encomio, quello espresso da Bruxelles, che continuerà a vigilare sul Paese.

Bocciato il governo
“L’Italia sta vivendo squilibri eccessivi”, premette il documento messo a punto dall’esecutivo comunitario. Il debito pubblico elevato unito agli indebolimenti produttivi di lunga durata “implicano rischi con rilevanza transfrontaliera, in un contesto di livelli ancora elevati di prestiti in sofferenza e alta disoccupazione”. Vuol dire rischio contagio alle altre economia di Ue ed Eurozona. Oltretutto il rapporto debito/Pil “non dovrebbe diminuire nei prossimi anni, poiché le deboli prospettive macroeconomiche e gli attuali piani fiscali del governo, sebbene meno espansivi rispetto ai piani iniziali per il 2019, comporteranno un deterioramento dell’eccedenza primaria”. E’ una bocciatura delle strategie del governo.

La legge di bilancio per il 2019, comprende misure politiche che “annullano elementi delle precedenti importanti riforme”. Si contesta in particolare il passo indietro nel settore delle pensioni, con la misura della quota 100 (62 anni di età e 38 contributivi). Si teme che l’uscita anticipata dal mondo del lavoro “aumenti la spesa pensionistica aggravando la sostenibilità del debito”. Oltretutto, la manovra italiana “non include misure efficaci per aumentare la crescita potenziale”.

Cautela sul reddito di cittadinanza, altro cavallo di battaglia del governo italiano. “Il suo successo dipende in gran parte dall’efficacia della sua governance”, rileva la Commissione. Che attende di capire che forma assumerà la misura annunciata per cui non si dispongono informazioni. Anche se il commissario per l’Occupazione, Marianne Thyssen, non nasconde un certo dubbio circa la sostenibilità dell’opera.

“Dobbiamo valutare l’impatto sulle finanze pubbliche di questo schema. Il costo sembra essere molto alto, pari a circa lo 0,45% del Pil, che per un Paese come l’Italia è davvero alto”. C’è dunque il sospetto che il meccanismo di reddito di cittadinanza “si dimostri difficile da attuare, divenendo un onere per la pubblica amministrazione”.

Si ricorda tuttavia al governo, ed in particolare al suo responsabile per le politiche del lavoro, Luigi di Maio, che “è cruciale modernizzare il mercato del lavoro”. Segno che forse il reddito di cittadinanza non è la priorità, o che da solo potrebbe non bastare.

Non è cambiato niente. L’Italia del non cambiamento
La Commissione va oltra la bocciatura dell’attuale governo. Boccia un intero sistema Paese, visto come incapace di affrontare i problemi che esistono e persistono da lungo tempo. “La debole crescita della produttività persiste”, rileva l’esecutivo comunitario. “Ciò è radicato in questioni di vecchia data” quali il funzionamento dei mercati del lavoro, dei capitali e dei prodotti, “aggravato dalla debolezza” della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario, che trascina la crescita potenziale del Prodotto interno lordo. Tradotto: l’Italia sa da anni dove mettere mano, ma il Paese non vuole cambiare.

“Per sbloccare pienamente il potenziale di crescita economica c’è bisogno di riforme strutturali”, ribadisce il commissario per l’Euro, Valdis Dombrovskis. Così come il responsabile per gli Affari economici, Pierre Moscovici, ripete che “è importante che i governi agiscano per ridurre il debito, aumentare la produttività”. Non è la prima volta che vengono inviati questi messaggi. Colpa dell’Europa?

La risposta è contenuta nel documento. Si dice che nonostante alcuni progressi nel risanamento dei bilanci delle banche, nelle riforme in materia di insolvenza e nelle politiche attive del mercato del lavoro, “nel 2018 la dinamica della riforma è rimasta sostanzialmente invariata”. Non si è fatto niente, o si è fatto poco. E doveva farlo l’Italia.

Raccomandazioni disattese
L’esecutivo comunitario individua delle aree in cui l’Italia non mostra progressi di alcun tipo. Si tratta della riforma catastale, del taglio del cuneo fiscale alle imprese, la riduzione dei tempi della giustizia civile, la rimozione delle barriere alla libera concorrenza. Tutte cose che vengono chieste all’Italia da almeno tre anni, e contenuti nelle raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate ogni anno. Le stesse che invitano l’Italia a promuovere politiche vere di pari opportunità. Invece “manca” una strategia organica per la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro.

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