Bruxelles – Neppure la sicurezza nazionale prevale sulla privacy. Così sostiene l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’UE Campos Sánchez-Bordon, secondo cui i mezzi e i metodi della lotta contro il terrorismo “devono rispettare i requisiti dello Stato di diritto”, e dunque neppure la prevenzione del terrorismo giustifica la conservazione dei dati relativi alle comunicazioni elettroniche e l’accesso ad essi in modo illimitato e indifferenziato.
Le conclusioni serviranno da base per l’organismo di giustizia di Lussemburgo per produrre la sentenza su come interpretare, e quindi applicare, il diritto comunitario alla luce di questioni delicate come quello del terrorismo in questo procedimento che vede sul banco degli accusati Francia, Belgio e Regno Unito. Non è detto che i giudici si conformeranno alle opinioni dell’avvocato generale, ma certo se la Corte di giustizia dell’UE dovesse farlo allora i governi e i loro servizi di intelligence dovrebbero rivedere politiche e modi di operare. Il cittadino e suoi diritti fondamentali prevalgono sempre, dunque. Salvo le debite eccezioni, ovviamente.
Secondo il giurista un giudice nazionale può mantenere “eccezionalmente e in via provvisoria” gli effetti di una normativa contraria al diritto dell’Unione europea, ma solo “qualora ciò sia giustificato da considerazioni imperative connesse alle minacce alla sicurezza pubblica o alla sicurezza nazionale, cui non si potrebbe far fronte mediante altri mezzi o alternative”, e comunque “solo per il tempo strettamente necessario per porre rimedio alla suddetta incompatibilità”.

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