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    Home » Economia » Prodi: “Senza Brexit non ci sarebbe l’Europa unita contro la crisi”

    Prodi: “Senza Brexit non ci sarebbe l’Europa unita contro la crisi”

    Passo decisivo della Germania per recuperare la solidarietà in UE possibile grazie ai mancati veti di Londra. Il Professore a tutto campo sugli interventi di Bruxelles: "La partecipazione dello Stato nelle imprese non è un eresia". Nel negoziato "agire con intelligenza " suggerisce l'economista Lucrezia Reichlin

    Nicola Corda</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@NicolaCorda" target="_blank">@NicolaCorda</a> di Nicola Corda @NicolaCorda
    16 Giugno 2020
    in Economia, Politica

    Roma – Massima franchezza. Romano Prodi dall’alto dell’esperienza la mette giù semplice: “Senza la Brexit non ci sarebbe stata la decisione tedesca”. La sostanza è che la virata di Angela Merkel in direzione della solidarietà, ha consentito una cooperazione più forte in ambito UE e soprattutto ha permesso la risposta importante che la nuova Commissione ha messo a disposizione contro la crisi innescata dalla pandemia di COVID-19.

    E dunque, saggezza ed esperienza fanno dire oggi all’ex presidente dell’esecutivo, di pensare che l’Europa non può essere a tutti i costi, e che “ogni volta che c’era un problema di solidarietà la Gran Bretagna è sempre stata contro. Sempre, sempre, sempre…”.

    Quasi una svolta necessaria, per dare la possibilità a Bruxelles di non restare ingabbiata nell’immobilismo e nei veti. Sentito dalla commissione Politiche europee, nell’ambito di una serie di audizioni sulla partecipazione dell’Italia all’UE, il Professore elargisce consigli riguardanti le mosse il governo dovrebbe fare per utilizzare al meglio le risorse e sfruttare il buon momento nelle relazioni con i 27 partner. Bene tutto il pacchetto SURE, BEI e MES ma anche se non si vuole attivare il prestito più chiacchierato da molti mesi questa parte, “è necessario allocare risorse consistenti nella sanità”.

    E poi l’importanza della BCE che in tanti vorrebbero fosse come una vera banca centrale “ma che già si comporta come se non avesse limiti”. Interventi importanti per un debito pubblico che deve essere ridotto ma se possibile deve essere in mani non speculative. Il nostro Tesoro ha collocato 22 miliardi di euro e però Prodi ricorda che “contemporaneamente i fondi hanno venduto più del doppio del possesso dei titoli italiani e nuotiamo sempre contro corrente”.

    Non entra nel merito specifico delle misure per le imprese ma “l’intervento dello Stato e l’eventuale partecipazione nelle varie forze forme  “non è un’eresia”, la politica industriale si può fare senza riesumare l’IRI. Se con la fusione FCA-Peugeot, “c’è di mezzo lo Stato francese allora su queste cose si deve pur ragionare”. Anzi, Prodi va oltre con “la necessità di creare delle joint venture pubblico-private a livello europeo”, specialmente nei settori vitali dell’economia e della competizione globale sull’esempio della fusione STX-Fincantieri.

    Il ragionamento intorno agli equilibri della politica nell’Unione lo appassionano sempre e sui paesi nordici che vorrebbero bloccare l’operazione Next generation EU, spiega che “sono 40 milioni di cittadini europei contro 400 milioni. Poi l’aggettivo ‘frugali’, “una definizione che definisco grandiosa per Paesi che hanno il più alto indebitamento delle famiglie”.

    Equilibri cambiati e “le nuove alleanze imbastite tra Italia, Spagna, Francia e Germania devono avere ancora più stabilità e dare garanzie maggiori”. Ci torna sul “salto che con la Gran Bretagna dentro non si sarebbe potuto fare” ma restano anche le alleanze storiche, l’asse franco tedesco “essenziale per l’Europa e dove e l’Italia si è sempre inserita come mediatore ma anche costruttore di questo accordo. Far politica con le forze che si hanno, “poi quando avremo meno debito potremo fare anche politiche più attive”, riflessione che lo riporta alla saggezza napoletana, che “non si può far danza classica se si ha il sedere basso”.

    Tra le altre audizioni della giornata, la commissione di Montecitorio aveva chiamato l’economista Lucrezia Reichlin che ha messo l’accento sulle principali novità degli strumenti messi in campo dall’Europa. In primo luogo quelli per affrontare l’emergenza della prima fase: il pacchetto già varato sulla cassa integrazione europea, le risorse per le imprese della Banca degli investimenti e la nuova linea di credito del Meccanismo di stabilità per le spese sanitarie. Il giudizio positivo riguarda la scelta “di non usare un unico bazooka ma di mettere a disposizione “diversi strumenti nelle differenti fasi della crisi”.

    I maggiori elementi innovativi sono quelli previsti nel programma Next generation EU “sia per la dimensione che per il tipo e lo schema di funzionamento dello strumento”. Reichlin giudica positivamente la possibilità per l’Unione di mettere in campo risorse proprie “anche se questo significherà necessariamente un aumento della tassazione”.

    L’economista della London Business school, si è concentrata poi sul negoziato che non sarà semplice e quasi certamente “non consentirà di accedere alle risorse prima del 2021” e forse anche oltre, a causa di un processo di autorizzazione complesso. A prescindere da quanto poi verrà assegnato all’Italia, suggerisce di non concentrarsi troppo sulla quantità di risorse destinate ai trasferimenti o prestiti, “differenza che alla fine non sarà enorme”. Il dato importante è invece la “caratteristica fortemente distributiva” del Recovery, “determinata dal peso sul Pil della crisi, da cui l’Italia esce particolarmente avvantaggiata”. Infine, ha un suggerimento per affrontare il negoziato e le condizionalità a cui saranno legati i piani di ricostruzione. “Bisogna agire con intelligenza e non dire ‘no’ a ogni costo. Se sarà impossibile avere zero condizionalità, meglio entrare nel merito e arginare i vincoli troppo intrusivi”.

    Tags: bcebrexitcommissione europeaCommissione Politiche UeCovid 19Crisidebito pubblico italianoESMFca-PeugeotGran BretagnaLucrezia Reichlinnext generation eupaesi frugaliRomano Prodi

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