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Nagorno-Karabakh, la Commissione UE intima la fine del conflitto nel Caucaso:

Nagorno-Karabakh, la Commissione UE intima la fine del conflitto nel Caucaso: "No a ingerenze esterne da Turchia e Russia"

L'alto rappresentante Josep Borrell ha ribadito alla plenaria del Parlamento Europeo l'impegno dell'Unione per arrivare a negoziati OSCE, mentre continuano i bombardamenti sulla regione a maggioranza armena dell'Azerbaijan. "Valutare attentamente ogni notizia, sul conflitto in corso c'è molta disinformazione"

Bruxelles – “La nostra posizione sul conflitto nel Nagorno-Karabakh è chiara: le ostilità devono cessare immediatamente”. Si è espresso con forza l’alto rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, sullo scontro armato tra Armenia e Azerbaijan che ha ormai raggiunto l’undicesimo giorno dal suo scoppio. Questa notte (tra martedì 6 e mercoledì 7 ottobre) l’escalation delle violenze ha portato a un nuovo bombardamento azero con bombe a grappolo di Stepanakert, capitale dell’autoproclamata Repubblica nell’enclave del sud-ovest dell’Azerbaijan, come confermato da Amnesty International.

Ma se l’alto rappresentante UE ha intimato alle parti in causa di “riannodare negoziati senza precondizioni sotto l’egida del gruppo di Minsk nell’ambito OSCE”, allo stesso tempo ha riaffermato l’interesse dell’Unione Europea sul fronte orientale, lasciando tra le righe una minaccia velata a Russia e Turchia, gli attori internazionali più vicini al conflitto: “Non ci può essere una soluzione militare, né tanto meno un’ingerenza esterna“. Borrell nei giorni scorsi ha parlato con i ministri degli Esteri turco e russo “per ribadire che gli attori regionali si devono astenere dall’attività retorica che potrebbe riattizzare il conflitto“. In sintesi, l’Unione Europea non accetterà rivendicazioni e sostegni esterni a nessuno dei due contendenti, altrimenti lo scenario sarebbe uno soltanto: guerra nel Caucaso. “Questa non è un’alternativa concepibile”, ha concluso l’alto rappresentante UE nel suo intervento alla plenaria del Parlamento Europeo.

Conflitto alle porte d’Europa

Dopo anni di schermaglie tra i due Paesi per il controllo dell’enclave – che si trascinano dalla guerra dei quattro giorni dell’aprile 2016 – le violenze tra forze armene e azere nella regione del Nagorno-Karabakh sono riesplose domenica 27 settembre. Secondo le poche informazioni certe che si hanno dal fronte, l’esercito azero avrebbe bombardato le postazioni delle forze indipendentiste armene dell’Artsakh (nome armeno del Nagorno-Karabakh), l’autoproclamata regione autonoma in Azerbaijan appoggiata dal governo dell’Armenia. Questa soluzione armata di Baku sarebbe stata causata da un primo attacco sferrato dall’esercito dell’Artsakh, seguita poi dal lancio di una controffensiva. Lo stesso Borrell ha invitato ad analizzare ogni notizia che arriva dal Caucaso meridione “cum grano salis, perché sul conflitto in corso c’è molta disinformazione, non avendo accesso ai territori”.

Di certo si ha che dal primo giorno di scontri i separatisti armeni hanno proclamato la legge marziale e la mobilitazione generale, seguiti subito sia da Armenia che da Azerbaijan. Il governo di Erevan ha accusato l’aeronautica militare azera di “bombardare il Nagorno-Karabakh con l’uso di droni, missili aria-terra e caccia F-16 turchi. Abbiamo registrato le comunicazioni tra i piloti in turco”, ha denunciato la portavoce del ministero della Difesa armeno, Shushan Stepanyan. D’altra parte, Baku ha accusato l’Armenia di essere “particolarmente attiva nel reclutamento di terroristi e mercenari dai Paesi del Medio Oriente”, secondo le parole del ministro degli Esteri azero, Jeyhun Bayramov.

Bombe su Stepanakert, capitale dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh

A prescindere dalle reciproche accuse, il risultato è un vero e proprio scenario di guerra che fa scontare alla popolazione civile il prezzo maggiore. Dalle stime del responsabile dei diritti umani dell’autoproclamata Repubblica, Artak Beglaryan, “metà della popolazione del Nagorno-Karabakh ha dovuto lasciare le proprie case. Parliamo di circa 75 mila persone“, ha dichiarato all’agenzia stampa France-Press. A intervalli regolari, quasi ogni ora le sirene d’allerta risuonano nella capitale Stepanakert, prima dello scoppio di forti esplosioni.

Il bilancio dei danni e delle vittime a undici giorni dallo scoppio delle violenze non è al momento conosciuto, ma tra le fila dei miliziani della Repubblica separatista si contano almeno 280 caduti, secondo quanto riporta l’agenzia russa InterfaxSono rimasti feriti anche due giornalisti del quotidiano francese Le Monde, evacuati e rimpatriati dal governo francese venerdì 2 ottobre. L’Azerbaijan ha avvertito i giornalisti stranieri che “l’Armenia sta invitando la loro presenza nei territori occupati e sta cercando di usarli come scudi umani. Esortiamo ad astenersi da visite senza il consenso ufficiale di Baku”. Un invito non senza interesse da parte del governo azero.

Quello che l’Unione Europea vuole evitare è un ripetersi del risultato della guerra combattuta tra il 1992 e il 1994 dalle due ex-Repubbliche sovietiche, ovvero circa 30 mila morti. Nel 1991 i separatisti armeni avevano preso il controllo del Nagorno-Karabakh e, nonostante due anni di guerra, di fatto la regione azera a maggioranza armena era rimasta sotto il loro controllo. Stati Uniti, Francia e Russia – che guidano la mediazione del gruppo di Minsk – non sono mai riusciti a far firmare una pace ai due Paesi per porre fine a un conflitto congelato e riesploso proprio in questi giorni.

Le reazioni internazionali

A inizio settimana (lunedì 5 ottobre) le autorità Repubblica dell’Artsakh hanno forzato la mano, presentando una nota all’OSCE per ottenere il riconoscimento della propria indipendenza: “Chiediamo alla comunità internazionale di garantire il diritto dei cittadini alla vita e allo sviluppo pacifico. È l’unico meccanismo efficace per ripristinare la pace e la sicurezza nella regione”. La risposta non è ancora arrivata.

Videoconferenza tra il presidente russo, Vladimir Putin, e l’omologo francese, Emmanuel Macron

Ma la reale variabile nello sviluppo della situazione nella regione – di qui il secco commento di Borrell a evitare ingerenze – è il rapporto tra il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e l’omologo russo, Vladimir Putin. Il primo si è schierato apertamente al fianco dell’Azerbaijan, definendolo un Paese “amico e fratello” e sostenendo che “un cessate il fuoco duraturo dipende solo dal ritiro dell’Armenia da ogni palmo di territorio dell’Azerbaigian. Se Baku ce lo chiederà, interverremo”.

L’Armenia, al contrario, è tradizionalmente sostenuta da Mosca. Putin sta mantenendo una linea più cauta: parlando con il premier armeno, Nikol Pashinyan, ha affermato che “è importante fare tutti gli sforzi necessari per evitare un’escalation del conflitto”. Insieme a Francia e Stati Uniti, il Cremlino sta cercando di mediare tra i due Paesi (considerato anche il suo ruolo nel gruppo di Minsk): “La natura sproporzionata degli attacchi contro i civili costituiscono una minaccia inaccettabile alla stabilità della regione”, ha commentato Mosca. Il Canada intanto è stato il primo Paese al mondo a sospendere l’esportazione di armi verso la Turchia, dopo le informazioni di armi turche (tra cui le bombe a grappolo denunciate da Amnesty International) utilizzate nel conflitto.

Dall’Italia, la Farnesina ha chiesto alle parti “l’immediata cessazione delle violenze e l’avvio di ogni sforzo per prevenire i rischi di ulteriori escalation”. Invito confermato dallo stesso titolare del ministero degli Esteri, Luigi Di Maio, che in un colloquio telefonico con il suo omologo azero, Jeyhun Bayramov, ha rimarcato l’impegno dell’Italia per rilanciare i negoziati in ambito OSCE: “L’attuale crisi militare dimostra l’insostenibilità dello status quo e la necessità di un ritorno delle parti al negoziato”, ha affermato. A margine del Consiglio Europeo del 1° e 2 ottobre scorso a Bruxelles, il premier Giuseppe Conte ha ammonito sul “rischio di una spirale di violenza, un conflitto militare che non può giovare a nessuno”. Dopo il confronto dei leader europei sulla situazione nel Nagorno-Karabakh, il primo ministro italiano ha affermato che “l’Unione Europea deve essere in prima linea per evitare interventi esterni che possano complicare e cristallizzare il conflitto”.

L’interesse UE sul fronte orientale

Le parole di Conte confermano l’interesse sempre più marcato dell’UE sul fronte orientale. Al termine del Consiglio, il 2 ottobre la Commissione Europea aveva annunciato l’invio di aiuti umanitari alle popolazioni civili colpite dal conflitto in Nagorno-Karabakh: “Il finanziamento iniziale di 500 mila euro serve per sostenere partner come il Comitato internazionale della Croce Rossa”. Supporto sanitario, attrezzature mediche, pacchi di cibo e altri aiuti urgenti a diverse migliaia di persone, stando alle parole del commissario per la Gestione delle crisi, Janez Lenarčič. A questo impegno sul campo sono poi seguite oggi le dichiarazioni di intento politico dell’alto rappresentante Borrell.

Firma degli accordi del vertice UE-Ucraina, 6 ottobre 2020

Ma la situazione nella regione del Nagorno-Karabakh si inserisce in un quadro più ampio di estensione dell’influenza UE oltre i propri confini orientali. Ieri (martedì 6 ottobre), a Bruxelles si è tenuto il vertice con l’Ucraina, alla presenza di Josep Borrell e del presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel: rinnovamento della partnership commerciale, economica e sociale e sostegno alla politica di riforme del Paese i punti principali. Ma il vero cuore dell’incontro è stato l’appoggio dell’Unione all’indipendenza e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini, condannando gli atti di aggressione della Russia a partire dall’annessione della Crimea e di Sebastopoli: “Ribadiamo con forza le nuove sanzioni al Cremlino stabilite dal Consiglio il 1° ottobre”, ha dichiarato Michel.

Sempre ieri si è toccato anche il tema dei rapporti con la Turchia. Dalla relazione del commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, è emerso che le trattative per l’apertura di capitoli negoziali sull’ingresso del Paese nell’UE “sono a un punto morto”. Se la Turchia rimane “un partner chiave”, è altrettanto evidente che l’Unione Europea deve relazionarsi con un governo che “ha continuato ad allontanarsi con gravi passi indietro su democrazia, stato di diritto, diritti fondamentali e indipendenza della magistratura“, ha affermato il commissario.

Il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, accoglie la leader dell’opposizione bielorussa, Sviatlana Tsikhanouskaya, 21 settembre 2020

Un ultimo punto di interesse sul fronte orientale, ribadito più volte nelle ultime settimane, è quello che riguarda la situazione in Bielorussia. Il vertice dei leader europei ha dato il via libera alle sanzioni nei confronti del regime del presidente Alexander Lukashenko, per le violenze sui manifestanti che dalle contestate elezioni dello scorso 9 agosto scendono in piazza ogni settimana per protestare contro quello che lo stesso Borrell ha definito “un presidente insediatosi in modo illegittimo”. Il fatto che Mosca sostenga anche finanziariamente Lukashenko, mentre l’UE si sia espressa apertamente a favore della leader dell’opposizione bielorussa, Sviatlana Tsikhanouskaya, dimostra come il fronte orientale stia diventando sempre più un terreno battuto dall’Unione Europea per testare la propria forza in politica estera. Se l’appello di Borrell sulla fine degli scontri nel Nagorno-Karabakh dovesse portare a risultati tangibili per l’avvio di negoziati OSCE, potrebbe aprirsi la primavera vera breccia per sfondamento diplomatico dell’Unione verso est nel prossimo futuro.