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Geoblocking, la Commissione valuta l'estensione del divieto anche ai servizi audiovisivi

Geoblocking, la Commissione valuta l'estensione del divieto anche ai servizi audiovisivi

Secondo le conclusioni della prima relazione sui blocchi geografici, i consumatori hanno accesso in media solo al 14 per cento dei film disponibili online sul territorio UE. Al vaglio una revisione del regolamento già nel 2021

Bruxelles – Potrebbe essere oggi, lunedì 30 novembre 2020, la data di un nuovo inizio per il mercato dei prodotti audiovisivi nell’Unione Europea. Con la pubblicazione delle conclusioni della Commissione UE sulla prima revisione a breve termine del regolamento sui blocchi geografici (“geoblocking”) del 2018 – che vieta le restrizioni geografiche ingiustificate nella vendita di beni e servizi all’interno dell’Unione – per la prima volta è stato messo in rilievo quanto i servizi audiovisivi online utilizzino ampiamente i blocchi geografici, oltre alle differenze significative tra i cataloghi audiovisivi disponibili sul territorio comunitario (per esempio i film). Pur rilevando che il regolamento sui blocchi geografici ha funzionato generalmente bene, la Commissione ha sottolineato che la revisione sui servizi audiovisivi ha margini di “miglioramento sostanziale”, probabilmente già dal prossimo anno. “La pandemia di Covid-19 ha dimostrato fino a che punto ci affidiamo alle tecnologie digitali in tutti i Paesi dell’Unione”, ha commentato il commissario per il Mercato interno, Thierry Breton. “L’accesso transfrontaliero a beni e servizi online dovrebbe essere privo di barriere o attriti per i consumatori europei, indipendentemente dalla loro posizione, residenza o nazionalità”.

La relazione

Il rapporto della Commissione ha analizzato i primi 18 mesi di attuazione dell’attuale Regolamento (dal dicembre 2018) e i possibili effetti dell’estensione del suo campo di applicazione per i servizi di contenuti protetti da copyright. “Discuteremo con le parti interessate, in particolare nel contesto del Piano d’azione per i media e gli audiovisivi”, ha aggiunto Breton, “per garantire che l’industria possa espandersi e raggiungere un nuovo pubblico e che i consumatori possano godere appieno della diversità di beni e servizi nei diversi Paesi”.

Le conclusioni del rapporto indicano che la consapevolezza dei consumatori in materia di blocchi geografici è buona: la metà era già a conoscenza delle nuove regole dopo soli tre mesi dalla loro entrata in vigore. Al contempo si è ridotta dal 26,9 al 14 la percentuale delle barriere causate dai requisiti di localizzazione (su circa 9 mila siti web esaminati), cioè restrizioni che impediscono agli utenti di registrarsi a siti web stranieri a causa di un indirizzo postale in un altro Stato membro. Inoltre, il maggiore accesso ai siti web transfrontalieri ha aumentato la quantità di acquisti con consegna nel Paese del cliente (+1,6 per cento rispetto al 2015) e un sito su tre dei 9 mila analizzati offriva consegne da uno Stato membro UE a un altro.

Si devono ancora concretizzare altre misure relative al Mercato interno, come gli strumenti amministrativi per facilitare il rispetto dell’IVA transfrontaliera nel commercio elettronico (in vigore dal luglio 2021) e l’armonizzazione delle norme sulla protezione dei consumatori (nel 2022): solo allora si potranno osservare tutti gli effetti del Regolamento sui blocchi geografici. La Commissione ha però considerato la possibilità di estendere il campo di applicazione della legislazione anche ai contenuti protetti dal diritto d’autore: musica, e-book, giochi e audiovisivi. I vantaggi per i consumatori europei potrebbero concretizzarsi in una più ampia disponibilità di contenuti oltre frontiera. Tuttavia, se per quanto riguarda i primi tre settori la relazione conclude che un’estensione del campo di applicazione non porterebbe necessariamente vantaggi ai consumatori (i cataloghi offerti nei diversi Paesi UE sono omogenei anche oltre il 90 per cento), per il settore audiovisivo è invece necessario valutare ulteriormente quali dinamiche si potrebbero mettere in moto.

I servizi audiovisivi nell’UE

L’analisi della Commissione sulla disponibilità di contenuti attraverso i servizi audiovisivi online negli Stati membri mostra che un consumatore europeo ha mediamente accesso al 14 per cento dei film disponibili sull’intero territorio comunitario. Tuttavia, sono state rilevate variazioni significative: se gli spettatori tedeschi hanno accesso a quasi la metà di tutti i prodotti disponibili (43,1 per cento), quelli greci solo a uno ogni cento. Un problema sempre più significativo, considerato il fatto che il numero di consumatori che cerca contenuti audiovisivi offerti in altri Stati membri è quasi raddoppiato in quattro anni (dal 5 per cento del 2015 al ​​9 dell’anno scorso), soprattutto tra le fasce di età più giovani.

Si spiega così il fatto che la Commissione abbia deciso di stabilire un dialogo con le parti nel settore audiovisivo, per elaborare soluzioni che promuovano la circolazione e l’accesso ai contenuti audiovisivi in ​​tutta l’Unione. Come evidenziato da un’analisi dell’esperto in materia Innocenzo Genna, quello della Commissione è stato un approccio cauto, dal momento in cui la questione dei blocchi geografici nel settore audiovisivo è “un noto vaso di Pandora” e l’industria dei contenuti difende il principio di territorialità su Internet con ogni mezzo. Vietare i blocchi geografici ed estendere il principio del Mercato unico al settore audiovisivo “non sarà affatto un gioco facile”: emittenti commerciali, produttori televisivi, attori del settore delle grandi telecomunicazioni e operatori via cavo ottengono maggiori profitti da ogni singolo mercato nazionale, in un contesto di mercato europeo frammentato.

“Il paradosso è che una così grande coalizione industriale che difende la frammentazione del mercato audiovisivo europeo potrebbe convincere la Commissione europea che effettivamente c’è un problema da risolvere”, spiega Genna, anche considerato il fatto che sta cedendo sempre più l’argomentazione secondo cui l’eccezione nel settore audiovisivo ai blocchi geografici servirebbe a preservare la differenziazione culturale e linguistica all’interno dell’Unione: “I maggiori beneficiari del business dei contenuti di territorialità sono le multinazionali statunitensi, piuttosto che i piccoli attori europei”, conclude l’analisi. Ora la palla è nelle mani della Commissione, che forse già nel 2021 potrebbe esprimersi su questo buco nero dei servizi garantiti ai consumatori europei all’interno del Mercato unico.