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    Home » Politica Estera » Bielorussia, la “rivoluzione gentile” che rischia la fine nei campi di concentramento

    Bielorussia, la “rivoluzione gentile” che rischia la fine nei campi di concentramento

    Amnesty International esprime preoccupazione per il presunto audio del vice-ministro dell'Interno che chiede alla polizia "mano pesante contro i manifestanti". L'UE invita la Russia a "un dialogo a tre con la società civile"

    Federico Baccini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@federicobaccini" target="_blank">@federicobaccini</a> di Federico Baccini @federicobaccini
    18 Gennaio 2021
    in Politica Estera
    Bielorussia

    Bruxelles – È ben lontana dal dirsi conclusa l’emergenza umanitaria in Bielorussia. Non è bastata la pressione internazionale da settembre, i tre pacchetti di sanzioni UE al regime del presidente Alexander Lukashenko né il supporto dell’Unione Europea attraverso l’assegnazione del Premio Sakharov per la libertà di pensiero alle leader dell’opposizione bielorussa. Il 2021 si è aperto con la linea dura del regime, che sta continuando a soffocare tra arresti e violenze le proteste contro il risultato delle elezioni dello scorso 9 agosto. Ma la strategia di Lukashenko potrebbe essere ancora più spietata. Secondo quanto emerge da una registrazione attribuita al vice-ministro dell’Interno e capo dell’unità speciale della polizia, Nikolai Karpenkov, le forze dell’ordine sarebbero state autorizzate a utilizzare la mano pesante contro i manifestanti e trasferire chi scende in piazza più di una volta in “campi di concentramento e di riabilitazione” in costruzione.

    Le presunte disposizioni per stroncare le proteste nel Paese sono state diffuse dal gruppo BYPOL, che riunisce i dipendenti delle agenzie di sicurezza della Bielorussia che non sostengono l’attuale governo. Nell’audio (che risalirebbe all’ottobre scorso), Karpenkov raccomanda di usare i cannoni ad acqua e i proiettili di gomma “a distanza ravvicinata”, in modo da “menomare o uccidere i manifestanti“. Il vice-ministro dell’Interno avrebbe promesso “medaglie a chi userà la mano pesante, perché il Paese ora è in guerra”. Da colorata, la rivoluzione si sarebbe trasformata in una “guerra ibrida”. Non solo: “Se non resistiamo noi, la prossima a cadere sarà la Russia. E allora della Bielorussia rimarrà ben poco, sarà divisa tra la Lituania, Ucraina e Polonia”, ha avvertito Karpenkov.

    Che la potenziale minaccia governativa debba essere presa seriamente lo testimonia il commento di  Amnesty International: “Questa registrazione, se autentica, è la più dannosa fuga di notizie incriminanti che mostrano come le autorità bielorusse stiano schiacciando le manifestazioni pacifiche”. Denis Krivosheev, vicedirettore di Amnesty per l’Europa orientale e l’Asia centrale, ha aggiunto che “ci deve essere immediatamente un’indagine imparziale ed efficace“, perché “se un ufficiale di polizia di alto livello sta dicendo di colpire con proiettili di gomma testicoli, stomaci e volti” e “se propone la creazione di campi di internamento per i manifestanti più attivi o la loro morte”, questo è un evidente “crimine secondo il diritto internazionale“. Nella registrazione si fa riferimento anche a istruzioni dirette da parte del capo dello Stato: “Questo solleva perplessità su come i suoi commenti possano essere indagati efficacemente in Bielorussia”.

    Nuovi appelli dell’opposizione

    Intanto non si ferma la richiesta di aiuto internazionale da parte delle leader dell’opposizione al regime di Lukashenko. Ieri sera (domenica 17 gennaio), Veronika Tsepkalo e Hanna Liubakova hanno partecipato all’evento ‘La Rivoluzione gentile in Bielorussia’ organizzato dall’ufficio del Parlamento Europeo a Milano all’interno del Festival di Internazionale. “Non consentite che Lukashenko trasformi il nostro Paese in un enorme campo di concentramento”, ha esordito la moglie di Valery Tsepkalo (candidato a cui è stata impedita la corsa alle presidenziali) e fautrice della campagna elettorale di Sviatlana Tsikhanouskaya. “Combatteremo fino alla vittoria di questa battaglia, che sentiamo essere molto vicina. Ringrazio enormemente l’Unione Europea per aver portato la nostra tragedia all’attenzione dell’opinione pubblica”.

    Da sinistra, Veronika Tsepkalo, Sviatlana Tsikhanouskaya e Maria Kolesnikova, prima delle elezioni del 9 agosto

    Tsepkalo, con la candidata Tsikhanouskaya e Maria Kolesnikova (ancora in carcere in Bielorussia) aveva creato la triade in opposizione al presidente che da 26 anni è al potere: “Abbiamo deciso di unire le forze noi donne, perché le persone erano pronte al cambiamento. Se non noi, chi?”, ha continuato Tsepkalo. “Dopo la Seconda guerra mondiale ci sono stati villaggi dove le donne si sono fatte carico di tutti lavori degli uomini, perché erano a combattere o morti: questo ci è stato d’esempio”. Dopo il verdetto contestato, da cinque mesi le opposizioni portano ogni domenica migliaia di manifestanti nelle strade di Minsk e delle altre città bielorusse per chiedere le dimissioni di Lukashenko. “Le persone sono state uccise, arrestate e torturate solo per aver cercato di difendere i propri diritti fondamentali“, ha attaccato la leader in esilio in Polonia. “Immaginate cosa sarebbe successo se fossero state violente: sarebbe stato un bagno di sangue, come un drappo rosso per il toro Lukashenko, interessato solo a mantenere il suo potere”.

    Le ha fatto eco la giornalista e attivista Liubakova: “Le proteste si sono spostate a livello locale e nei quartieri delle città. È un bene perché l’autorganizzazione delle comunità influirà in modo positivo anche sulla futura governance della Bielorussia“. Dopo cinque mesi e nel pieno del rigido inverno bielorusso, la rivoluzione gentile non dà cenni di arrestarsi: “Con la pandemia è cambiato tutto. Il governo non è più stato in grado di garantire i servizi fondamentali ai cittadini, in cambio della rinuncia ai propri diritti democratici”. Per il futuro senza Lukashenko l’opposizione si aspetta “un buon rapporto sia con l’Unione Europea sia con la Russia”, ha spiegato Liubakova. “La Russia però vuole mantenerci nella sua orbita e non si aspettava questa rivoluzione. Putin si rifiuta di parlare con Tsikhanouskaya e col Consiglio di coordinamento”. Questo fattore può portare un vantaggio all’UE: “Oggi sono sempre meno le persone in Bielorussia favorevoli alla Russia. Il vento sta cambiando a favore dell’Occidente, perché sostiene la protesta pacifica: sarà la base per un buon rapporto tra l’Europa e la nuova Bielorussia democratica“.

    La presidente della sottocommissione per i Diritti umani del Parlamento UE, Maria Arena, ha raccolto la testimonianza delle donne leader delle proteste. “Quella che chiamiamo opposizione bielorussa di fatto non lo è, perché è il movimento politico che ha vinto le elezioni di agosto”, ha così riassunto il pensiero europeo. “L’Unione deve dimostrare di voler proteggere i diritti dei cittadini bielorussi non solo attraverso atti simbolici come il Premio Sakharov, ma soprattutto contrastando i progetti di Lukashenko e intervenendo tramite la diplomazia europea per limitare gli aiuti della Russia“. Arena ha sottolineato che “è necessario adottare strumenti di indagine per monitorare le azioni anti-democratiche che il regime sta compiendo e riuscire a rendere efficace la ricostruzione del Paese quando la democrazia vincerà”. In chiusura, la presidente della sottocommissione Diritti umani ha chiesto la collaborazione della Russia di Putin: “La soluzione è nel dialogo a tre, tra la popolazione bielorussa, l’Europa e la Russia“. Senza, “ci sarà un rapporto di forza e questo è il gioco della Russia”. E anche se “noi siamo più forti con la diplomazia, non vogliamo che il popolo bielorusso paghi più di quello che sta già facendo ora”.

    Tags: Alexander LukashenkoAmnesty InternationalBielorussiadiritti umaniMaria Arenaopposizione Bielorussiaparlamento europeopremio sakharov 2020russiasanzioni UEunione europeaVeronika Tsepkalo

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