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Il fallimento delle app per tracciare i contagi in Unione Europea

Il fallimento delle app per tracciare i contagi in Unione Europea

Che fine hanno fatto le app lanciate da molti governi europei per tracciare e spezzare la catena dei contagi. Scaricate solo 87 milioni di volte in totale, meno del 20 per cento di tutta la popolazione europea. Basso tasso di adozione e scarso utilizzo le ragioni del ruolo irrilevante che hanno avuto nella lotta al COVID

Bruxelles – Unione Europea alla ricerca di un accordo sul Certificato verde digitale, il pass per capire chi è vaccinato, chi è guarito dalla malattia o chi è negativo a un test per poter ripristinare gli spostamenti nell’area Schengen. Un nuovo sistema operativo comune a livello europeo – i cui primi test con l’Italia sono stati avviati ieri (10 maggio) –  su cui puntano le Istituzioni di Bruxelles per rivitalizzare il turismo, gravato da continue chiusure e restrizioni imposte a intermittenza dagli Stati membri. Mentre procede il lavoro tecnico sul pass verde europeo, ci si chiede che fine abbiano fatto le app di tracciamento (tracing app) come Immuni in Italia, annunciate per monitorare i contagi ed essere una risposta alla pandemia, quando i contagi stavano esplodendo in Europa, che però non lo sono state. E ora ci si chiede se anche il certificato di vaccinazione farà la stessa fine.

Le app di tracciamento dovevano servire ai cittadini europei a “tenere sotto controllo” le persone con cui sono state in contatto, di essere informate, su smartphone e in modo anonimo, se qualcuno di questi contatti ha contratto il virus. Nonostante il grande clamore con cui sono state lanciate, le app di tracciamento dei contatti non hanno avuto grande successo in Europa, nonostante la convinzione della Commissione europea “che si sia trattato di un successo”, come ci ha detto un funzionario dell’UE la settimana scorsa. In realtà, non più di tanto e lo dimostra il peso irrilevante che le app hanno oggi nel dibattito pubblico e nelle strategie sanitarie degli Stati membri.

Se anche con peso diverso da Stato a Stato, le ragioni di questo fallimento sono comuni: basso tasso di adozione da parte della popolazione, scarso utilizzo e cattiva comunicazione da parte delle autorità nazionali all’interno della loro strategia sanitaria. Innanzitutto perché sono stati in pochi a scaricarle ed ancora meno ad usarle. Da quando sono state lanciate a oggi, queste app di tracciamento sono state scaricate 87 milioni di volte in totale su una popolazione europea di oltre 446 milioni di abitanti, per una media di download da parte della popolazione europea di poco meno del 20 per cento. Non è possibile neanche quantificare se il download dell’app sia stato fatto dalla stessa persona su un altro dispositivo, quindi il numero reale delle persone che hanno scaricato potrebbe essere ancora più basso. Ad ogni modo, una media insufficiente se pensiamo che il download medio in percentuale della popolazione che utilizza un telefono cellulare per accedere a Internet tra i 16 e i 74 anni è significativamente più alto, pari a circa il 39 per cento. Non tutti gli Stati membri hanno introdotto una app di questo tipo (Svezia, Lussemburgo e Bulgaria no) e soprattutto non tutti le hanno rese interoperabili, dandogli cioè la possibilità di creare un contatto con le app degli altri Paesi.

Molti studi hanno evidenziato che per essere più efficaci possibile, queste app dovrebbero essere scaricate e usate dal maggior numero di cittadini possibile, altrimenti perdono di rilevanza nel tracciamento dei contagi. Alcuni dicono che sia sufficiente il 15 per cento della popolazione nazionale, mentre altri parlano di quasi i due terzi della popolazione di un Paese per fornire una copertura a livello nazionale. Ad ogni modo, questi strumenti richiedono che le persone scarichino volontariamente un’app ma soprattutto che le persone colleghino i risultati positivi dei test del Coronavirus in modo che possano essere condivisi. Altrimenti il solo download dell’applicazione diventa inutile.

Premesso che non ci sono studi su quanti contagi le app abbiano contributo a evitare, i numeri che riguardano la app italiana Immuni spiegano il perché sia praticamente irrilevante nella strategia vaccinale italiana. I download dell’app dopo una prima crescita in autunno quando la app è stata lanciata (circa 9,3 milioni a ottobre) ha continuato a crescere molto poco, fino a raggiungere a maggio 10,4 milioni. L’aumento dei download si è praticamente fermato. Tra la fine di ottobre e oggi, inoltre, il numero di persone positive che hanno caricato i loro dati sull’app è passato da poco più di mille a 18mila circa, con poco più di 4 milioni di contagi positivi registrati a oggi da quando è scoppiata la pandemia. Il numero di persone avvertite tramite notifica da 36mila a ottobre è passato a poco più di 98mila a oggi. Secondo il sito ufficiale, Immuni “ha già avvertito numerose persone di contatti a rischio con utenti poi risultati positivi”, nonostante il basso numero di adozione. “Grazie a questa informazione, queste persone hanno avuto la possibilità di spezzare la catena dei contagi, contribuendo a limitare la diffusione del virus e a salvare vite”. Pur non potendo quantificare quanti contagi possa aver contribuito a evitare, i numeri rimangono bassi (se pensiamo che i contagi dal virus in Italia sono rimasti nelle decine di migliaia al giorno per mesi) e probabilmente il governo italiano si aspettava che avesse più impatto nello “spezzare” le catene di contagi. 

In Francia, il presidente Emmanuel Macron ha intenzione di dare una seconda vita alla app di tracciamento TousAntiCovid (che prima si chiamava StopCovid), consentendole di caricare anche le informazioni del certificato verde digitale (vaccinazione, test negativo o anticorpi) dopo una sperimentazione partita in questi giorni. Dal giugno 2020 a metà aprile 2021 la app TousAntiCovid è stata scaricata da 14,7 milioni di persone e aveva notificato il rischio di un’esposizione al virus a oltre 171mila, secondo Le Monde. Anche qui il tasso di adozione è bassissimo. Parigi è partita con il piede sbagliato intanto perché non ha consentito l’interoperabilità con le altre app europee e poi perché non ha consentito come gli altri Paesi l’uso dei protocolli di Apple e Google e dunque ha avuto problemi di compatibilità con gli smartphone.

In Germania, il download della app Corona-Warn-App è stato significativamente più alto rispetto alla media italiana, con 25 milioni di download contro i 10 milioni di Immuni. Un dato che va considerato anche alla luce del fatto che la Germania è più popolosa dell’Italia. Ma anche il numero di utenti positivi tedeschi che hanno caricato i loro dati sull’app è molto più elevato, 424mila contro i 18mila italiani. Nonostante i numeri significativamente più consistenti, anche in Germania ci sono lamentele del fatto che l’app non sia riuscita ad avere un tracciamento davvero efficace.  Anche in Spagna numeri bassi: ci sono stati poco più di 7 milioni di download della app Radar Covid, circa il 18 per cento della popolazione (mentre il governo aveva insistito perché almeno il 20 per cento la scaricasse per essere efficace). Le persone con test positivo che hanno caricato i loro dati sono state circa 60 mila in tutto. I media spagnoli hanno parlato di fallimento già a gennaio, dal momento che a cinque mesi dal suo lancio nell’app sono stati registrati solo 42mila positivi, appena il 2 per cento delle diagnosi che si sono verificate da allora.

Nonostante molti studi abbiano descritto il potenziale di queste app di tracciamento per spezzare la catena di contagi, nella vita reale si sono dimostrate di scarsa utilità per una serie di fattori combinati insieme: scarso utilizzo, comunicazione insufficiente da parte delle autorità sul ruolo di queste app e scarsa fiducia della popolazione verso questi strumenti. Soprattutto su questo ultimo aspetto, ora è il momento giusto per le Istituzioni di riflettere meglio e come creare spazio a questi strumenti nel dibattito pubblico che circonda la pandemia, per evitare che anche il Certificato verde digitale si trasformi in un flop di larghissima scala per la scarsa fiducia che i cittadini hanno verso queste tecnologie, in particolare per pregiudizi legati alla privacy o al fatto che non tutti hanno a disposizione uno smartphone per potervi accedere. Anche per questo, per il Certificato verde digitale la Commissione ha previsto l’opzione cartacea con lo stesso codice QR che si trova sulla versione digitale. È certo però che stavolta se il Certificato sarà un prerequisito obbligatorio per poter circolare liberamente dentro lo spazio Schengen – o in alcuni casi anche per andare alle mostre o spettacoli, a discrezione di ogni Paese membro – allora vincolerà di fatto tutti i cittadini che vogliono spostarsi ad averlo.

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