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Green Deal, il Recovery italiano come opportunità per la transizione energetica e la ripresa 'verde' dalla crisi
Massimiliano Salini, eurodeputato membro della Commissione ITRE

Green Deal, il Recovery italiano come opportunità per la transizione energetica e la ripresa 'verde' dalla crisi

In Italia ci sono aree "in cui si potrebbe fare di più per accelerare la transizione energetica", riconosce Hans Van Steen, Consigliere per la Ricerca, Innovazione ed Efficienza energetica della DG ENER della Commissione Europea, partecipando allo SmartEvent di Eunews sul "Recovery Fund e Green Deal: quale transizione energetica per la Ue?"

Bruxelles – Mentre i piani nazionali di ripresa e resilienza (PNRR) sono sotto la lente di osservazione di Bruxelles, è sempre più chiaro che giocheranno un ruolo cruciale per orientare gli investimenti per la transizione verde del Continente. A dicembre 2019, la Commissione europea lanciava il suo ambizioso piano del Green Deal europeo quando la pandemia non era ancora scoppiata e l’unico obiettivo a lungo termine era quello di rendere l’Europa il primo continente climaticamente neutro entro il 2050. Oggi, alla luce della crisi economica innescata dalla pandemia, è una strategia di crescita ma anche il punto di partenza per la ripresa dalla crisi, in cui un ruolo chiave sarà giocato dai piani dei Paesi membri per il loro ammodernamento in chiave sia verde che digitale per guardare al futuro e non al passato.

Di come sfruttare a pieno le risorse europee per la riconversione nazionale si è discusso oggi (25 maggio) durante l’ultimo SmartEvent “Recovery Fund e Green Deal: quale transizione energetica per la Ue?”, organizzato dalla redazione di Eunews e moderato da Elena Comelli, giornalista del Corriere della Sera e Sole 24 Ore. Almeno il 37 per cento delle risorse totali del Next Generation EU – lo strumento temporaneo da 750 miliardi di euro, all’interno del quale si inserisce il Recovery Fund dedicato propriamente alla ripresa – dovrà essere investito nella transizione ‘verde’ del Continente, che per i Paesi membri dell’UE significa un’occasione unica per la riconversione delle proprie economie. In primis, per l’Italia in quanto massimo beneficiario del fondo europeo di ripresa con circa 209 miliardi di euro divisi tra prestiti e finanziamenti a fondo perduto.

Hans Van Steen, Consigliere per la Ricerca, Innovazione ed Efficienza energetica della DG ENER della Commissione Europea

Proprio per quanto riguarda l’Italia, ci sono delle aree “in cui potrebbe fare di più per accelerare la transizione energetica”, riconosce Hans Van Steen, Consigliere per la Ricerca, Innovazione ed Efficienza energetica della DG ENER della Commissione Europea, intervenendo al dibattito virtuale. Avverte del ruolo chiave che l’energia ha nel fornire gli sforzi necessari per ridurre le emissioni nette del Continente, di cui è responsabile per il 75 per cento. Per questo, lo sviluppo di energie rinnovabili e l’efficienza energetica sono i due pilastri “veramente fondamentali” nonché i criteri con cui la Commissione “sta valutando” i piani di ripresa che gli Stati membri hanno presentato a Bruxelles.

Se l’Italia secondo la Commissione UE, procede abbastanza a rilento per quanto riguarda gli obiettivi fissati sul trasporto elettrico (veicoli e infrastrutture di ricarica) e un “ristagno” che negli ultimi due anni ha interessato la crescita delle rinnovabili, Van Steen rassicura del fatto che il piano italiano “non è tra i peggiori, è in realtà un piano abbastanza robusto in un certo numero di aree, compresa l’efficienza energetica e molte delle misure italiane” sono benviste da parte di Bruxelles con cui è in corso un buon dialogo, sottolinea citando il Super Bonus, un’agevolazione fiscale per gli interventi di ristrutturazione sull’efficienza energetica degli edifici. Dopo l’invio a Bruxelles, ora per la Commissione è tempo del “perfezionamento” per fare in modo che “i piani sostengano il più possibile la transizione energetica e la transizione verde generale, come stabilito anche dal Green Deal”. Un’opportunità da non perdere”, aggiunge, per riaffermare che “la neutralità climatica e la ripresa vanno mano nella mano e il Green Deal è lo strumento per arrivarci”.

Martina Nardi, deputata italiana e presidente della Commissione Attività produttive della Camera dei deputati

Il “PNRR è una grande occasione per rinnovare il nostro Paese”, concorda anche Martina Nardi, deputata italiana e presidente della Commissione Attività produttive della Camera dei deputati. Convinta che il Paese stia attraversando anche un’accelerazione a livello culturale e di sensibilità nei confronti dell’importanza della transizione energetica. “Vedo un’Italia più ricettiva, dove c’è convinzione di dover passare a fonti rinnovabili e alternative, anche il Parlamento che il Governo hanno colto il ruolo del PNRR per spingere sull’accelerazione”, convinta che la transizione vada “guidata per non lasciare indietro nessuno” e non creare ulteriori disuguaglianze sociali. Intanto, bisogna puntare su “sostegni perché le filiere possano stare nel processo” di transizione. Aggiunge che soprattutto le fonti di “transizione dovranno vedere ulteriore accelerazione con il PNRR”, ma che il Paese “sta già facendo la sua parte”.

“L’Italia può fare meglio, ma gli investimenti previsti dal PNRR vanno nella giusta direzione”, ha aggiunto Massimiliano Salini, eurodeputato membro della Commissione ITRE (Industria ed Energia). L’Unione Europea è fatta di ventisette governi, ventisette realtà diverse che vanno anche a velocità diverse su tanti temi, compresa la transizione. Ma in quanto “comunità” che mette insieme ventisette realtà e punti di partenza diversi “si comporta bene sul tema della transizione verso una economia a basse emissioni” di CO2. Pur avendo velocità diversa, l’UE “porta un messaggio positivo” come leader della lotta ai cambiamenti climatici. Salini riconosce che all’interno dell’UE ci sono diversi ritmi perché ci sono modelli di sviluppo diversi. A detta dell’eurodeputato, un modo per armonizzare il quadro a livello europeo è intanto “non mettere target vincolanti per i singoli Paesi”. Il riferimento è ai negoziati tra Parlamento e Consiglio sulla legge sul clima, che ha visto le richieste della parte più ambientalista dell’Europarlamento spingere per considerare il target di riduzione delle emissioni del 55 per cento al 2030 (rispetto ai livelli del 1990) come obiettivo individuale per i singoli Paesi e non come obiettivo complessivo per l’UE. “Ci sono Paesi che non sono in grado di affrontare un vincolo preciso in termini ambientali, il compito della comunità è di portare tutti e calibrare le ragioni dello sviluppo con quelle di tutela ambientale”, ha chiarito il suo punto di vista.

Monica Frassoni, Presidente dell’Alleanza europea per il risparmio energetico

L’Europa va a diverse velocità, ma in Italia il problema è anche che a volte prevalgono gli interessi delle imprese, ha puntualizzato Monica Frassoni, Presidente dell’Alleanza europea per il risparmio energetico. Interessi di grandi aziende che devono essere coerenti con gli obiettivi di decarbonizzazione del Continente. “Pur avendo un enorme potenziale economico, ci portiamo dietro una pesante zavorra culturale che spesso ci fa andare in direzioni sbagliate” che si riconoscono appunto nella scarsa “attenzione alle auto elettriche al potenziale delle rinnovabili e alla necessità di rendere più verde la nostra industria e l’agricoltura”, che rischiano di rendere il PNRR poco ambizioso rispetto alle aspettative di Bruxelles.

Contrariamente a quanto ha sottolineato Salini, anche fissare i target ambientali nazionali può diventare fondamentale perché “se non ci fosse questo tipo di quadro obbligatorio, con le sole raccomandazioni (da parte della Commission Europea, ndr) non saremmo arrivati a nulla”. Ricorda infine il ruolo nel mobilitare investimenti in questa direzione che avranno sia la Tassonomia verde, il sistema di classificazione degli investimenti sostenibili, insieme al Pacchetto legislativo Fit for 55 che la Commissione Europea si prepara a presentare il 14 luglio.

La transizione avrà un costo sociale altissimo, se non saranno prese le misure necessarie per non lasciare nessuno indietro. L’evento di Eunews è anche stata l’occasione per coinvolgere il pubblico e chiedere con un sondaggio proposto all’inizio e alla fine del dibattito se “la transizione energetica lascerà per strada milioni di lavoratori?”. Alla fine della discussione con i rappresentanti delle Istituzioni di Bruxelles e di Roma ben l’86 per cento si è detto convinto di ‘no’ (7 per cento era per il sì, e 7 per cento anche per il ‘non so’) in quanto la transizione ha il potenziale di creare milioni di nuovi posti di lavoro ‘verdi’, e come sottolinea la moderatrice Comelli in chiusura ai lavori “molti di più di quanti ne perderemmo con le fossili”.