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PAC, sfuma l'accordo sulla riforma. Stati e Parlamento ancora divisi sull'ambizione 'verde' della nuova politica agricola

PAC, sfuma l'accordo sulla riforma. Stati e Parlamento ancora divisi sull'ambizione 'verde' della nuova politica agricola

Divisi sulla cosiddetta "architettura verde" della nuova Politica agricola comune che entrerà in vigore dal primo gennaio 2023. Quasi quattro giorni di negoziati si chiudono con un nulla di fatto

Bruxelles – Ci sono andati vicini, ma non abbastanza da finalizzare un accordo sulla PAC del futuro. Tre giorni di super trilogo tra Parlamento, Commissione e Consiglio non sono bastati a trovare un compromesso sulla riforma della politica agricola comune entro il mese di maggio: i negoziatori delle Istituzioni venerdì (28 maggio) prendono atto in conferenze stampa separate che ancora ci sono ancora troppe differenze e dunque si danno appuntamento a giugno, sperando che sia la volta buona. “Nonostante alcuni progressi in diversi settori, una serie di questioni fondamentali sono rimaste in sospeso e quindi si rinviano i negoziati alla prossima riunione dei ministri dell’agricoltura e della pesca a giugno”, si legge nelle conclusioni del Consiglio Agricoltura e Pesca che si è svolto il 26 e 27 maggio contemporaneamente ai negoziati sulla riforma. Per il Portogallo – che sperava in un accordo entro maggio – giugno è l’ultima occasione per trovare un accordo sotto la sua presidenza del Consiglio, che dal primo luglio sarà sostituita da quella della Slovenia.

La PAC incorpora circa il 30 per cento del bilancio 2021-2027 dell’UE per 387 miliardi di euro per i pagamenti agli agricoltori e il sostegno allo sviluppo rurale (primo e secondo pilastro), con le nuove regole che entreranno in vigore dal primo gennaio 2023 al netto di un accordo politico che consenta agli agricoltori un momento di transizione per “abituarsi” alle nuove regole. Di riforma si parla dal 2018, da prima che la Commissione attuale si insediasse nel 2019, ma il lancio del Green Deal europeo impone ai co-legislatori di ripensare anche a come minimizzare l’impatto ambientale dell’agricoltura, responsabile del 10 per cento delle emissioni di gas serra dell’UE ma anche fonte di pressione sugli habitat naturali e sulle specie europee.

Janusz Wojciechowski, commissario europeo per l’agricoltura e Maria Do Ceu Antunes

Ed è qui che si arenano ancora i negoziati. Le questioni irrisolte riguardano in particolare quanto denaro del primo e del secondo pilastro (aiuti diretti e sviluppo rurale) allocare ai cosiddetti “eco-schemi“, una delle novità della riforma che prevede di mobilitare sostegno economico agli agricoltori che scelgono di essere più ambiziosi in termini di tutela dell’ambiente e azione per il clima, come l’agricoltura biologica o pratiche agricole in grado di assorbire CO2.

I punti di partenza erano molto distanti. Per il Consiglio almeno il 20 per cento dei finanziamenti del primo pilastro della PAC (gli aiuti diretti) doveva essere allocata dagli Stati membri per politiche verdi, attraverso questi eco-schemi. Mentre per il Parlamento la quota dovrebbe salire al 30 per cento. La Presidenza portoghese ha proposto inizialmente un compromesso sul bilancio dei regimi ecologici in modo che sia progressivo, con un punto di partenza fissato al 22 per cento per gli anni 2023 e 2024, e poi dal 2025 la percentuale salirebbe al 25 per cento. Una cifra a metà, dunque, tra la posizione degli Stati e quella dell’Eurocamera. Nella notte, i negoziatori hanno cercato di venirsi incontro ma senza successo.

A quanto apprendiamo, verso le due del mattino, l’Europarlamento ha messo sul tavolo una nuova proposta di compromesso che è stata rifiutata dai ministri del Consiglio, che hanno poi deciso di chiudere i negoziati per questo ciclo di maggio. Il Parlamento ha accettato di scendere al 37 per cento sul bilancio verde del secondo pilastro della PAC (la sua proposta originaria era del 38 per cento) con le indennità compensative per disabilità naturali. Sugli eco-schemi, invece, ha fissato la soglia di spesa obbligatoria al 22 per cento solo per il 2023, per poi salire al 23 per cento per il 2024, l’obiettivo è del 25 per cento nel periodo finale. Dal canto suo, il Consiglio ha accettato una quota di partenza del 20 per cento del primo pilastro per arrivare al 2026 con una quota del 25 per cento, che fino ad ora aveva sempre rifiutato. 35 per cento del budget verde per quanto riguarda il secondo pilastro. In pratica, due punti percentuali di differenza rispetto alla posizione del Parlamento, che rimangono però una delle cause principali di questo “nulla di fatto”.

“Eravamo vicinissimi a un accordo”, ha spiegato in conferenza stampa Janusz Wojciechowski, commissario per l’Agricoltura che segna il trilogo solo come “una tappa negoziale, continueremo a lavorare”. Se Parlamento e Consiglio partivano da posizioni molto lontane tra loro, ora “le distanze non sono poi così distanti”. “Già la settimana prossima rinizieremo i lavori per mettere a punto un nuovo calendario e una strategia per un compromesso”, ha assicurato la ministra portoghese Maria do Céu Antunes. 

Stefano Patuanelli

A Bruxelles per prendere parte al Consiglio Agrifish, il ministro per le politiche agricole, Stefano Patuanelli, ha ribadito alla stampa la necessità “che Commissione, Europarlamento e Stati membri facciano tutti un passo indietro per farne alcuni avanti tutti insieme, bisogna concludere l’accordo sulla Pac comprendendo le esigenze degli Stati, e fare uno sforzo sulla condizionalità sociale (la tutela dei diritti dei lavoratori) e architettura verde che sono i due elementi ancora in discussione. Le trattative vanno avanti, da parte nostra massima disponibilità ma la condizionalità sociale sia elemento fondante nuova Pac senza creare oneri burocratici penalizzanti per aziende e Stati membri”. Sembra che un compromesso si sia trovato sull’inserimento di una forma di condizionalità che leghi tutela dei diritti dei lavoratori e fondi PAC, mentre sull’architettura verde ancora c’è da lavorare.

Da Bruxelles si levano da tutte e tre le Istituzioni voci di delusione per non essere riusciti nell’intento di chiudere un accordo. “I negoziati riguardano il futuro dell’agricoltura e della biodiversità. Abbiamo bisogno di una inversione di rotta”, ha scritto il vicepresidente esecutivo in capo al Green Deal, Frans Timmermans. “Sono molto deluso, pensavo che potessimo trovare un accordo e che fossimo davvero pronti a negoziare, la presidenza del consiglio sembrava sorpresa che non avessimo semplicemente accettato le loro proposte compromesse e avessimo fatto un cenno”, ha affermato in conferenza stampa anche Norbert Lins, europarlamentare presidente della commissione per l’Agricoltura (AGRI).

Pascal Canfin

Dall’Europarlamento, nonostante la delusione di non aver trovato un compromesso, c’è la volontà di continuare a negoziare. “Lasciare il tavolo dei negoziati oggi dopo che l’ambiziosa proposta del Parlamento europeo al Consiglio è stata respinta dimostra semplicemente quanto seriamente prendiamo il nostro mandato. Per me non è la fine dei negoziati, ma un passo verso una PAC migliore, più equa e più verde”, aggiunge Lins. “Nessun accordo sulla riforma dopo quasi una settimana di discussioni. Posizione preoccupante del Consiglio che si comporta ancora come se il Green Deal non stava accadendo per davvero”, sottolinea anche il presidente della commissione per l’Ambiente, Pascal Canfin. “È possibile trovare un compromesso, ma è necessario accettare le posizioni più importanti del Parlamento europeo sull’inverdimento della PAC”.

“Nonostante le difficoltà emerse, un accordo sulla riforma della PAC è possibile e auspicabile, ma non a tutti i costi. Perché la politica agricola dell’Unione deve continuare a sostenere un processo economico finalizzato a fornire ai consumatori cibo in quantità adeguate, sicuro e di altissima qualità”. Così il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, secondo il quale “è evidente che le imprese agricole sono di fronte ad una nuova sfida che è quella di una maggiore sostenibilità ambientale. Vale a dire, salvaguardare i livelli di produzione riducendo la pressione sulle risorse naturali”. “Non servono, però, nuovi e complessi adempimenti burocratici; mentre risulta fondamentale un’efficace tutela dei redditi di tutte le imprese, senza penalità in funzione della dimensione” – sottolinea il presidente di Confagricoltura.

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