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Paesi Bassi, un Paese in ostaggio dei partiti. Nessun accordo per un governo di coalizione a più di 100 giorni dalle elezioni
Il ministro-presidente olandese, Mark Rutte

Paesi Bassi, un Paese in ostaggio dei partiti. Nessun accordo per un governo di coalizione a più di 100 giorni dalle elezioni

Le trattative vanno avanti senza progressi da quasi quattro mesi e ora arriva la pausa estiva. Ma al centro delle divergenze tra le forze che potrebbero trovare un'intesa c'è soprattutto la figura del premier in carica da 11 anni

Bruxelles – Sono passati più di 100 giorni dalle elezioni legislative nei Paesi Bassi e di una coalizione di governo non c’è neanche l’ombra. Dal 18 marzo sono in corso i negoziati tra le forze politiche olandesi per raggiungere un accorso sulla formazione dell’esecutivo, ma tensioni e differenze ideologiche stanno bloccando ogni tentativo di trovare un compromesso. Ci si ferma per la pausa estiva, i colloqui riprenderanno a metà agosto. Intanto, a guidare provvisoriamente il Paese è Mark Rutte, leader del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) e ministro-presidente dal 2010, in virtù del successo del suo partito all’ultima tornata elettorale e nonostante lo scandalo dei “bonus figli” che ha portato alla caduta del governo lo scorso 15 gennaio.

Dopo quasi quattro mesi di trattative guidate dai liberal-conservatori, ancora non si vede una possibile via di uscita dalla situazione di impasse. Il primo interlocutore è il partito centrista Democraten 66 della ministra degli Esteri ad interim, Sigrid Kaag, altro vincitore della partita elettorale di marzo. Insieme ad Appello Cristiano Democratico e Unione Cristiana, D66 era uno dei partiti che sosteneva il precedente governo Rutte e, se si trovasse un’intesa, sarebbe il secondo partito più grande all’interno della coalizione. Ma i 34 deputati di VVD sommati ai 24 di D66 non bastano per raggiungere la maggioranza alla Tweede Kamer, la Camera bassa degli Stati generali dei Paesi Bassi: servono i voti anche degli altri due partiti minori per raggiungere la quota minima di 76 parlamentari.

Nulla di strano, all’apparenza, in quanto si ricostituirebbe una coalizione già rodata. Tuttavia, “al momento non è possibile nessuna combinazione“, ha commentato Mariette Hamer, ex-parlamentare che sta seguendo da vicino i colloqui. Hamer ha raccomandato ai leader delle due forze maggiori di redigere un documento che delinei un progetto politico comune e su cui si possa impostare la ripresa dei colloqui di coalizione a metà agosto.

Non è solo una questione ideologica o programmatica a tenere in ostaggio le trattative sulla formazione del nuovo governo, ma anche – e soprattutto – la figura stessa che si vuole porre alla guida del Paese dopo 11 anni praticamente ininterrotti: Mark Rutte, ormai divenuto l’uomo-simbolo della politica olandese in Europa. Agli occhi degli ex-alleati di governo la credibilità del primo ministro (al momento ad interim) è crollata negli ultimi mesi, tanto che a inizio aprile quasi tutto il Parlamento aveva appoggiato una mozione di censura nei suoi confronti, presentata proprio da D66 e da Appello Cristiano Democratico. L’iniziativa ha messo in discussione Rutte per il suo comportamento nel corso delle prime settimane di trattative.

La causa scatenante era stata la pubblicazione di una fotografia in cui si vedeva la deputata Kajsa Ollongren (D66), alla guida dei colloqui per la formazione del governo, lasciare la sede del Parlamento dopo aver saputo della propria positività al COVID-19 lo scorso 25 marzo. In mano teneva alcuni documenti con i dettagli dei negoziati in corso, dei quali uno riportava “Posizione Omtzigt, incarico altrove”. Il riferimento era a Peter Omtzigt, deputato di Appello Cristiano Democratico particolarmente critico nei confronti del premier, da cui era partito lo scandalo legato ai sussidi familiari.

Nonostante le smentite dello stesso Rutte su una possibile nomina ministeriale di Omtzigt (presumibilmente per controllarlo più da vicino rispetto ai banchi del Parlamento), il primo aprile erano stati pubblicati i verbali dei colloqui. Per il deputato in questione si era effettivamente parlato di “un ruolo di rilievo” in un futuro esecutivo, anche se poi il premier ad interim si è scusato sostenendo di non aver mentito, ma di essersi solamente dimenticato quella parte di discussione. La leader di D66 Kaag aveva affermato nel corso del dibattito in Aula che la sua fiducia nei confronti di Rutte “è stata gravemente danneggiata”.

Con queste premesse – e con il leader di VVD che non ha mollato la presa sull’incarico di formare un governo – sono continuate per i tre mesi successivi le trattative tra i partiti. Nessun passo avanti, nemmeno all’orizzonte. Se ne riparlerà fra più di un mese. Nel frattempo i Paesi Bassi dovranno continuare a fare i conti con un sistema politico che sta paralizzando il Paese, proprio quando si attende il via libera dalla Commissione Europea al Piano nazionale di ripresa e resilienza e si dovrà iniziare a pianificare l’erogazione dei fondi per la ricostruzione post-COVID.

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