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HGE8: L'Europa geopolitica arranca, va rivista la politica estera comune

HGE8: L'Europa geopolitica arranca, va rivista la politica estera comune

L'UE è indietro e a livello geopolitico non riesce a incidire come potrebbe e dovrebbe. Tempo di rilanciare anche l'esercito europeo

Roma – Il mondo cambia, nuovi poteri emergono, e l’Unione europa fa fatica a tenere il passo. C’è oggi maggiore bisogno di presenza, come mediatori, e come potenza militare. Serve, quindi, “il grande passo”, quello di una integrazione vera in quei settori sempre strategici mai mai veramente trattati come tali a livello comune: sicurezza e politica estera comune. Questa la risposta fornita nel corso dell’ottava edizione di How Can We Govern Europe (HGE8), il più importante evento sull’attualità europea organizzato da Eunews.

C’è un deficit di fondo, sottolinea Rosa Balfour, direttrice di Carnegie Europe. “Con la pandemia l’Unione europea ha saputo affrontare le sfide del XXI secolo: sanità e clima. Ma sul fronte internazionale resta molto debole“. Lo dimostrano gli eventi di attualità. “Stiamo vivendo momenti pericolosi, in queste ora la Russia sta ammassando militari al confine con l’Ucraina e non si capisce come e con quale cappello l’Europa risponderà: come UE, come Nato, come singoli Paesi?”. Secondo la responsabile del think tank, molto si gioca sulla capacità di tramutare in potenza gli impegni assunti a livello domestico. Perché l’arrivo del Coronavirus ha mostrato tutti i limiti della dimensione internazionale dell’UE. “Se guardiamo alla capacità di esportare vaccino l’Europa non è messa molto bene, e la variante Omicron dimostra questa cosa. Ci siamo impegnati sul fronte interno, ma non altrettanto su quello esterno”. Per un cambio di rotta “bisogna vedere come riesce a tradurre in azione esterna la transizione verde e digitale”.

Piero Fassino, presidente della commissione Esteri della Camera, una soluzione ce l’ha: è un nuovo percorso di costruzione europea. “Serve una terza fase di integrazione“. La prima fase, ricorda, è stata quella dei padri fondatori; la seconda è stata quella dell’adozione dell’euro e del grande allargamento. “Adesso serve una terza fase di integrazione”, ribadisce. Si tratta di dare forma ad un politica estera comune. “E’ molto importante che l’UE è giunta alla conclusione di avere una politica di difesa comune, però deve essere chiaro che una politica di sicurezza presuppone una politica estera”. Allo stato attuale, lamenta, la politica estera come “è accennata” e basta. “Abbiamo un servizio diplomatico, ma in ogni pilastro c’è bisogno di fare il salto in avanti”. Tradotto: occorre “procedere a maggioranza” e lasciar perdere le decisioni all’unanimità, e “bisogna riconosce all’Alto rappresentante qualche titolarità in più”, per evitare di dover parlare ogni volta con 27 ministri degli Esteri.

Se Fassino propone una riforma dell’Unione europea, Sibylle Bauer, direttrice studi, armamenti e disarmo dello Stockholm International Peace Research Institute – SIPRI, chiede innanzitutto di correggere storture e contraddizioni interne. “Se guardiamo l’esportazione di armamenti, l’UE è uno dei maggiori esportatori di armi”, rileva. Questo rischia di ritorcesi contro l’Unione europea, i suoi interessi, e la capacità di gestire gli scenari di guerra e tensione. In prospettiva “l’UE ha un grande ruolo da giocare” sullo scacchiere internazionale. “A volte il soft power è più efficace dell’hard power“, e allora invece di esportare armi varrebbe la pena di cambiare linea. “La Germania, insieme ai Paesi Bassi, stanno ripensando la strategie per il controllo delle armi. E’ una sfida nuova, ognuno sta cercando di trovare delle soluzioni”. La chiave possibile? “Una delle soluzione per il traffico delle armi è la costruzione di fiducia, agevolando il dialogo. Dobbiamo investire nel controllo delle armi di nuova generazione. Il messaggio chiave è: impegnarsi, impegnarsi, impegnarsi”.

In questo percorso che appare inevitabile, c’è bisogno anche di un’azione esterna che guardi di più ai valori fondamentali. “Su questo non riusciamo a dare una risposta coordinata, come dimostra la questione dei migranti al confine con la Bielorussia”, critica Marta Grande, presidente della Delegazione parlamentare presso l’Assemblea del Consiglio d’Europa. “La nostra Unione si basa su questo, è parte del nostro DNA, è parte della nostra cultura. Manca però concretezza in politica estera“. Ricorda che molte volte in passato si è parlato di esercito comune europeo senza veri progressi. “Adesso, che l’Europa è sempre più sotto attacco di Paesi terzi, è arrivato il momento di fare un passo avanti”.