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La Danimarca al voto per unirsi alla difesa comune europea. Dopo 30 anni, referendum per rimuovere la clausola opt-out

La Danimarca al voto per unirsi alla difesa comune europea. Dopo 30 anni, referendum per rimuovere la clausola opt-out

Dopo le ripercussioni della guerra russa in Ucraina sulla penisola scandinava, gli elettori danesi sono stati chiamati a esprimersi sulla rimozione della clausola introdotta nel 1992 per non aderire alla politica europea di sicurezza e difesa (PESC) dell'Unione. In vantaggio il "sì"

Bruxelles – Sono iniziate in Danimarca le operazioni di voto per far esprimere i cittadini sulla possibilità di far partecipare il Paese alla difesa comune dell’UE. Con il referendum aperto fino alle ore 20 di questa sera (mercoledì primo giugno) i danesi devono decidere se rimuovere la clausola introdotta nel 1992 ai Trattati dell’Unione Europea che ne ha regolato finora l’adesione, e che ha permesso a Copenaghen di non partecipare alle iniziative in materia di politica estera e sicurezza comune.

La clausola in questione è definita opt-out – traducibile come “deroga” – e nel contesto dell’Unione Europea indica la possibilità di un Paese membro di rinunciare ad adottare una regola decisa a livello comunitario. È stato questo il caso della Danimarca nel 1992, dopo che un referendum popolare aveva respinto il Trattato di Maastricht – il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TUE), che definiva i tre pilastri dell’Unione (economia, politica estera, giustizia). Con l’Accordo di Edimburgo sono state fornite quattro clausole di opt-out a Copenaghen, approvate con un nuovo referendum nel 1993: oltre alla politica europea di sicurezza e difesa (PESC), anche all’Unione economica e monetaria, alla cittadinanza europea e alla cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale.

Allargamento NATO Svezia FinlandiaDopo 30 anni, gli scenari di sicurezza europei e scandinavi sono cambiati radicalmente con l’invasione russa in Ucraina. I due vicini di Copenaghen tradizionalmente non-allineati sul piano militare, Svezia e Finlandia, hanno chiesto l’adesione all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), rompendo una politica di difesa decennale, se non secolare. Contemporaneamente, il governo della Danimarca guidato dai socialdemocratici della prima ministra Mette Frederiksen ha deciso di convocare un referendum per stringere la collaborazione con gli altri 26 Paesi membri UE in materia di sicurezza e difesa, nonostante il Paese aderisca alla NATO sin dalla nascita dell’Alleanza nel 1949. Recentemente, gli ambasciatori russi presso Danimarca e Svezia sono stati convocati a causa della violazione dello spazio aereo da parte di un aereo militare russo: un evento che ha dimostrato quanto la situazione geopolitica sia tesa anche nella penisola scandinava.

Se confermata dai risultati – attesi nella tarda serata di oggi – la rinuncia alla clausola opt-out potrebbe arrivare in un momento cruciale per il rafforzamento del coordinamento tra i Ventisette in questo ambito, sia per investimenti, appalti e infrastrutture militari congiunti, sia per la formazione di un primo embrione di esercito comune (ferma restando la complementarietà con la NATO). Non è un caso se l’esecutivo danese ha approvato l’aumento del budget nazionale per la difesa al 2 per cento del PIL entro il 2033. “In un momento in cui dobbiamo lottare per la sicurezza in Europa, dobbiamo essere più uniti con i nostri vicini”, ha esortato la premier Frederiksen per appoggiare il sì al referendum. A livello UE, la clausola opt-out ha di fatto escluso Copenaghen non solo delle missioni militari dell’Unione – le più importanti al largo delle coste della Somalia e in Bosnia ed Erzegovina – ma anche dai negoziati su investimenti e infrastrutture comuni e dalle possibilità di influire sul processo decisionale in materia di difesa e sicurezza (lo stesso vale sulla collaborazione nella risposta alle minacce informatiche).

Secondo i sondaggi i cittadini intenzionati a votare a favore della rimozione della clausola opt-out sarebbero il 44 per cento, mentre il 28 per cento sarebbe contrario. Dei circa 4,3 milioni di aventi diritto al voto, uno su quattro è ancora indeciso e la vittoria del “sì” non è data per scontata, soprattutto per le posizioni forti dell’estrema destra, dell’estrema sinistra e degli euroscettici a proposito della sovranità nazionale. Anche in caso di via libera dai cittadini, la decisione finale spetterà comunque ai parlamentari del Folketing danese: in questo caso, il Parlamento unicamerale dovrebbe esprimersi a favore, dal momento in cui la maggioranza si è schierata per l’eliminazione della clausola (11 dei 14 partiti rappresentati).

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