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La Corte CEDU condanna l’Ungheria per aver pubblicamente legato al guinzaglio un richiedente asilo
Cour des droit de l'Homme

La Corte CEDU condanna l’Ungheria per aver pubblicamente legato al guinzaglio un richiedente asilo

È successo nel 2017 nella zona di transito di Tompa. L’Ungheria dovrà risarcire la famiglia irachena per detenzione illegale e trattamento inumano

Bruxelles – La Corte europea per i diritti dell’uomo (Corte CEDU) ha condannato l’Ungheria per detenzione illegale e trattamento inumano ai danni di una famiglia migrante irachena dopo che, nel 2017, almeno in un’occasione, il padre era stato ammanettato e pubblicamente legato al guinzaglio davanti ai figli minorenni. Per questo l’Ungheria dovrà risarcire la famiglia per un totale di 17mila euro.

La coppia irachena era arrivata in Ungheria insieme ai quattro figli il 3 aprile 2017, in fuga dal Paese dopo che l’uomo era stato torturato dai servizi di sicurezza nazionale. La famiglia era quindi stata trattenuta – dopo aver fatto richiesta di asilo – nella zona di transito di Tompa, sul confine con la Serbia, con la possibilità di uscire soltanto per visite mediche o permessi speciali, e sotto scorta. In una condizione, secondo la Corte, assimilabile a uno stato di detenzione illegale, in violazione dell’articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo., che sancisce il diritto alla libertà e alla sicurezza e le eccezioni alla privazione della libertà.

Proprio in occasione di una delle visite della donna, allora incinta del quinto figlio e con gravidanza a rischio, le autorità avevano ammanettato e legato al guinzaglio il partner. Anche in ospedale, la polizia aveva lasciato le manette all’uomo, per quanto, secondo la Corte di Strasburgo, “non ci fosse alcuna prova che potesse causare rischi per se stesso o chiunque altro, sulla base di precedenti”.

Secondo la Corte CEDU, l’Ungheria avrebbe così violato l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo cui “nessuno può essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti”. Invece “la natura pubblica di questo trattamento, che ha probabilmente comportato un’umiliazione, anche solo agli stessi occhi dell’uomo, ha ulteriormente aggravato la situazione”, riporta la sentenza.

Le violazioni hanno riguardato inoltre anche la madre e i figli. Per quanto la donna abbia ricevuto le cure necessarie, “le costrizioni subite durante lo stadio avanzato della gravidanza devono averle causato ansia e problemi di salute mentale che, vista la vulnerabilità, erano tanto gravi da far valere l’articolo 3 della Convenzione”, continua la sentenza. Mentre per i minori, le violazioni riguarderebbero invece le condizioni di vita dei quattro mesi trascorsi a Tompa.