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Il 'no' di Strasburgo. Gli eurodeputati contro la Commissione che approva il Piano di ripresa della Polonia

Il 'no' di Strasburgo. Gli eurodeputati contro la Commissione che approva il Piano di ripresa della Polonia

Approvata in plenaria con 411 voti a favore, 129 contrari e 31 astensioni la risoluzione che esorta il Consiglio ad approvare il PNRR polacco "solo quando sarà garantito il rispetto del diritto e dei valori dell'UE", prerequisito per l'erogazione dei 35,4 miliardi di finanziamenti del Recovery

Bruxelles – Un secco “no” alla Commissione Europea e un’esortazione al Consiglio ad approvare il Piano nazionale di ripresa e resilienza della Polonia solo quando saranno rispettati i valori dello Stato di diritto dell’UE. Come era prevedibile – considerata la linea dura sempre tenuta dal Parlamento UE – gli eurodeputati hanno respinto la decisione del gabinetto guidato da Ursula von der Leyen di approvare il Piano nazionale di ripresa e resilienza della Polonia da 35,4 miliardi di euro, così come reso noto durante il viaggio di una settimana fa a Varsavia della stessa leader dell’esecutivo comunitario.

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La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, e il premier polacco, Mateusz Morawiecki (19 ottobre 2021)

Non ci si spinge fino alla mozione di censura, come avanzato lunedì (6 giugno) dai liberali Guy Verhofstadt, Sophie in ‘t Veld e Luis Garicano (richiesta affossata dallo stesso gruppo di Renew Europe), ma la risoluzione approvata con 411 voti a favore, 129 contrari e 31 astensioni è dura nei confronti della Commissione, le cui condizioni poste a Varsavia per l’approvazione del Piano vengono definite “non sufficienti” e hanno bisogno di un “monitoraggio costante”. Più precisamente, prima di presentare la prima richiesta di pagamento, tutte le tappe per l’attuazione delle tutele per gli interessi finanziari dell’UE devono essere soddisfatte”. Gli eurodeputati sottolineano che “il pieno rispetto dei valori dell’UE è un prerequisito per il finanziamento dello strumento di ripresa e resilienza”.

Al centro della diatriba – su cui anche nella Commissione si è aperta una frattura con i due vicepresidenti esecutivi, Frans Timmermans (socialista) e Margrethe Vestager (liberale), che hanno votato contro – è il rispetto delle disposizioni sui conflitti di interesse e sulle frodi, oltre alle raccomandazioni specifiche sullo Stato di diritto, prima che possa essere dato il via libera all’erogazione dei fondi. “La Polonia deve attuare tutte le sentenze pertinenti della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo”, ribadisce la risoluzione, che fa riferimento alle “attuali e continue violazioni” dell’indipendenza della magistratura polacca. Sentenze che “non possono essere trattati come merce di scambio” di fronte alla necessità di Varsavia di affrontare le conseguenze della guerra russa in Ucraina.

Per l’Eurocamera non è sufficiente la sola chiusura della sezione disciplinare “illegale” per i giudici e il trasferimento delle sue funzioni a un altro organismo, come da disegno di legge proposto dal presidente, Andrzej Duda, e approvato due settimane fa dall’Assemblea nazionale polacca. “Sarà necessario istituire un sistema solido per verificare questo processo”, ma anche “un periodo di prova, per assicurare che gli standard siano rispettati”, sottolineano gli eurodeputati. Anche considerato il fatto che “l’osservanza dello Stato di diritto e la corretta gestione dei fondi UE devono essere valutate costantemente” e, sulla base di questo monitoraggio, la Commissione può interrompere l’erogazione dei fondi “in qualsiasi momento” o “addirittura recuperarli”.

Il casus belli

La sede della Corte costituzionale polacca

Nel luglio dello scorso anno la Corte costituzionale polacca aveva respinto il regolamento comunitario che permette alla Corte di Giustizia dell’UE di pronunciarsi su “sistemi, principi e procedure” delle corti polacche: al centro della contesa c’era la decisione di sospendere provvisoriamente le competenze della sezione disciplinare della Corte suprema della Polonia, a causa di alcuni provvedimenti arbitrari contro magistrati non graditi alla maggioranza del governo di Mateusz Morawiecki. Ad aggravare la situazione, dopo due mesi la stessa Corte suprema della Polonia aveva messo in discussione il primato del diritto comunitario, definendo gli articoli 1 e 19 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) e diverse sentenze dei tribunali dell’UE “incompatibili” con la Costituzione polacca.

Considerata questa volontà di non retrocedere da parte di Varsavia, il 27 ottobre la Corte di Giustizia UE aveva condannato il Paese membro a pagare un milione di euro di multa al giorno, fino a quando non si sarebbe adeguato alla sentenza sulla sospensione della sezione disciplinare della Corte Suprema. A fine dicembre la Commissione UE aveva avviato la procedura d’infrazione contro la Polonia sulle violazioni dello Stato di diritto in materia di indipendenza del potere giudiziario e dopo poche settimane aveva esortato il Paese a pagare i 70 milioni di euro di multe accumulate dal 3 novembre al 10 gennaio. Altri 42 milioni dovrebbero essere decurtati dall’erogazione dei fondi UE attraverso una procedura specifica che la Commissione può attivare nel caso in cui uno Stato membro non si attenga all’obbligo di rispettare i pagamenti dovuti.

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