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La direttiva Ue sulla ristrutturazione delle case preoccupa l'Italia, ma la strada per l'approvazione è ancora lunga

La direttiva Ue sulla ristrutturazione delle case preoccupa l'Italia, ma la strada per l'approvazione è ancora lunga

Rimonta la polemica in Italia, ma la proposta originaria della Commissione Ue avanzata a dicembre 2021 sull'efficienza della case (già indebolita dai governi) potrebbe risultare molto diversa alla fine dei negoziati con l'Eurocamera. Primo voto in ITRE su oltre mille emendamenti il 9 febbraio, poi il passaggio in plenaria

Bruxelles – Nuovi edifici a emissioni zero dal 2030 e standard minimi di rendimento energetico per la ristrutturazione degli edifici esistenti. La proposta di revisione della direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia (la cosiddetta EPDB – ‘Energy Performance of Building Directive’), avanzata dalla Commissione europea il 15 dicembre 2021 è tornata a far parlare di sé in Italia, dove già prima di essere presentata aveva sollevato un’aspra polemica.

La proposta originaria della Commissione Ue è di introdurre standard minimi obbligatori di prestazione energetica per il parco immobiliare dell’Ue da introdurre in maniera graduale a partire dal 2027, obbligando gli Stati a individuare almeno il 15 per cento del proprio patrimonio edilizio con le peggiori prestazioni e a ristrutturalo passando dalla classe energetica più bassa “G” al grado “F” entro il 2027 per gli edifici pubblici ed entro il 2030 per gli edifici residenziali. L’iniziativa muove dalla presa coscienza del fatto che l’Ue è responsabile del 40 per cento dei consumi energetici d’Europa e del 36 per cento dei gas a effetto serra provenienti dal settore energetico. Nei fatti, Bruxelles ha proposto un intervento per arrivare al 2050 con un parco immobiliare europeo a zero emissioni nette, sia sugli edifici vecchi sia su quelli ancora da costruire.

Il contenuto della revisione

L’approccio che adotta la Commissione europea è quello della ristrutturazione degli edifici con le peggiori prestazioni energetiche, quindi quelli nelle classi “G” o “F”. I requisiti minimi saranno introdotti gradualmente, partendo prima dagli edifici non residenziali (come gli uffici o gli hotel) e a seguire quelli residenziali, ovvero le case. Quanto ai primi, gli edifici che hanno il livello di prestazione energetica più scarso “G” dovranno rientrare almeno nella classe superiore “F” entro il primo gennaio 2027 e di classe E entro il primo gennaio 2030. Per gli edifici residenziali, le case vere e proprie, i tempi si allungano e dovrebbero raggiungere la classe “F” entro il primo gennaio 2030 e la classe “E” entro il primo gennaio 2033.

Agli Stati membri come parte dei loro piani nazionali di ristrutturazione degli edifici, Bruxelles chiede di stabilire una roadmap con specifiche scadenze per raggiungere classi di rendimento energetico più elevate in linea con il loro percorso verso le emissioni zero al 2050: le tabelle di marcia dovranno indicare il percorso per eliminare gradualmente i combustibili fossili usati per il riscaldamento e il raffreddamento entro il 2040 al più tardi, insieme a un percorso per trasformare il parco edilizio nazionale in edifici a zero emissioni entro il 2050. Questi piani saranno integrati in quelli nazionali di energia e clima (PNEC).

La Commissione propone l’armonizzazione, il rafforzamento e l’estensione degli attestati di prestazione energetica – degli strumenti già presenti nella direttiva attuale – per includere ad esempio le emissioni di gas serra come un nuovo indicatore obbligatorio. Entro il 2025 Bruxelles vuole che gli attestati di prestazione siano basati su una scala armonizzata di classi di rendimento energetico uguali per tutti gli Stati: da “A” a “G” con “A” che significa ‘edifici a zero emissioni’ e “G” che corrisponde alla prestazione energetica peggiore. Dovranno avere degli attestati di prestazione anche tutti gli immobili messi in vendita o in affitto con l’indicazione della classe energetica di riferimento. Secondo un funzionario Ue l’armonizzazione delle classi energetiche per gli edifici basato su criteri comuni, sarà comunque “adattata alle caratteristiche nazionali del patrimonio edilizio”. E’ del tutto nuova, invece, l’idea di introdurre un “passaporto di ristrutturazione o di rinnovo”, che nei fatti servirebbe a registrare quali potrebbero essere le diverse fasi di ristrutturazione di un edificio. Previste nuove regole per l’interoperabilità e l’accesso ai dati, che saranno meglio dettagliate dalla Commissione in un atto complementare, spiega un funzionario europeo.

Il voto all’Europarlamento e la polemica in Italia

A riaccendere la polemica in Italia oggi è l’avvicinarsi del voto nell’Europarlamento. Come su tutti i dossier legislativi in Unione europea, dopo la proposta della Commissione europea la parola ora spetta ai due co-legislatori dell’Ue, gli Stati membri Ue e l’Europarlamento. Gli Stati membri al Consiglio Ue hanno concordato la loro posizione sulla proposta della Commissione Ue lo scorso 25 ottobre (quando era già il governo Meloni a rappresentare l’Italia), annacquandola in molti aspetti su pressione dei Paesi più contrari, come l’Italia.

Ad esempio, nella loro contro-proposta per gli edifici residenziali esistenti gli Stati membri vogliono fissare norme minime di prestazione energetica “sulla base di una traiettoria nazionale in linea con la progressiva ristrutturazione del loro parco immobiliare per renderlo a emissioni zero entro il 2050”. Fissando solo due ‘tappe’ intermedie: che il consumo medio di energia primaria sia entro il 2033 equivalente alla classe di prestazione energetica D ed entro il 2040, a un valore “determinato a livello nazionale derivato da un graduale calo del consumo medio di energia primaria dal 2033 al 2050”. Ora spetta al Parlamento Ue concordare una posizione per iniziare i negoziati interistituzionali con il Consiglio, mediati dalla Commissione europea (nel cosiddetto ‘trilogo’). La commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (Itre) dell’Europarlamento aveva programmato per il 24 gennaio il voto sul dossier, ma è slittato al 9 febbraio vista la quantità di emendamenti presentati al testo (oltre mille). Le preoccupazioni sono radicate anche nell’Europarlamento, e questo lascia pensare che il testo finale della direttiva sarà diverso rispetto a quanto proposto nel 2021 dalla Commissione europea.

Sulla proposta ha promesso di dare battaglia l’attuale maggioranza di centrodestra che sostiene governo di Giorgia Meloni, che in realtà era già in carica al momento dell’approvazione al Consiglio. “La casa è sacra e non si tocca”, ha dichiarato il capogruppo Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti, definendo la direttiva sull’efficientamento energetico, “una patrimoniale camuffata che va a ledere i diritti dei proprietari”. Ha annunciato alla fine della scorsa settimana di aver presentato una risoluzione in Parlamento per chiedere che il governo intervenga “per scongiurare l’approvazione di una norma che danneggerebbe milioni di italiani proprietari di immobili”. Anche se non è chiaro in che modo l’Italia possa intervenire per impedire l’approvazione della norma. Più verosimile che il testo della Commissione risulti indebolito anche durante le discussioni in Itre e poi nella plenaria e che quindi nei negoziati finali con gli Stati

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