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    Home » Economia » La direttiva Ue sulla ristrutturazione energetica potrebbe riguardare fino a 3,7 milioni di case in Italia

    La direttiva Ue sulla ristrutturazione energetica potrebbe riguardare fino a 3,7 milioni di case in Italia

    La normativa in discussione a Bruxelles continua a far polemica in Italia. Il 9 febbraio il voto in commissione dell'Eurocamera

    Fabiana Luca</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@fabiana_luca" target="_blank">@fabiana_luca</a> di Fabiana Luca @fabiana_luca
    19 Gennaio 2023
    in Economia
    Spazio europeo dei dati costruzioni edifici
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    Bruxelles – Nuovi edifici a zero emissioni dal 2030 e standard minimi (e comuni) di rendimento energetico per la ristrutturazione degli edifici esistenti in Europa. La proposta di revisione della direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia (la cosiddetta EPDB – ‘Energy Performance of Building Directive’, parte del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’), avanzata dalla Commissione europea il 15 dicembre 2021 è tornata a far parlare di sé in Italia, dove già prima di essere presentata aveva sollevato un’aspra polemica. Secondo le stime, basate sulla proposta della Commissione Ue che difficilmente rimarrà uguale dopo il negoziato con il Parlamento europeo e gli Stati membri, per l’Italia potrebbe significare dover ristrutturare al massimo tra 3,1 e i 3,7 milioni di edifici residenziali entro il 2033, degli oltre 12 milioni totali.

    LA PROPOSTA – La revisione della direttiva è parte dei piani della Commissione Ue del ‘Fit for 55’, il pacchetto legislativo presentata a luglio 2021 per abbattere le emissioni del 55 per cento entro il 2030, come tappa intermedia per la neutralità climatica al 2050. L’Ue prende atto del fatto che l’edilizia è responsabile del 40 per cento dei consumi energetici d’Europa e del 36% dei gas a effetto serra provenienti dal settore energetico.

    La proposta della Commissione Ue prende di mira gli edifici con le prestazioni energetiche peggiori, introducendo standard comuni minimi di performance energetiche sulla base dei quali costruire una classificazione che va dalla ‘A’ (gli edifici con gli standard migliori) a ‘G’, per quelli peggiori. Ci sono tempi diversi per gli immobili pubblici (come gli ospedali o gli uffici) e quelli residenziali, le case vere e proprie su cui in Italia si è concentrata di più la polemica. L’approccio che adotta la Commissione europea è quello della ristrutturazione degli edifici con le peggiori prestazioni energetiche, quindi quelli nelle classi “G” o “F”. Quanto agli edifici pubblici che hanno il livello di prestazione energetica più scarso “G” dovranno rientrare almeno nella classe superiore “F” entro il primo gennaio 2027 e di classe E entro il primo gennaio 2030. Per gli edifici residenziali, le case vere e proprie, i tempi si allungano e dovrebbero raggiungere la classe “F” entro il primo gennaio 2030 e la classe “E” entro il primo gennaio 2033.

    Nello specifico, Bruxelles ha proposto di inserire nella classe G, quella “peggiore” del parco immobiliare, il 15% degli edifici con le peggiori prestazioni. Nel caso italiano, la classe ‘G’ si applicherebbe al 15% dei 12,2 milioni di edifici residenziali presenti in Italia, dunque circa 1,8 milioni di edifici residenziali. Complessivamente, se la direttiva dovesse rimanere come proposta dalla Commissione dopo il negoziato con Eurocamera e Consiglio Ue, l’efficientamento edilizio in Italia potrebbe riguardare tra i 3,1 e 3,7 milioni di edifici entro il 2033, anche se il calcolo potrebbe essere rivisto al ribasso viste le esenzioni previste nella proposta (come ad esempio quella per gli edifici storici e per le seconde case). Ad oggi, però, riuscire a stabilire i numeri è difficile, soprattutto perché è improbabile che il testo finale della direttiva sarà lo stesso della proposta originaria della Commissione.

    I FONDI PER FINANZIARE LA TRANSIZIONE – Parte della polemica montata in Italia riguarda i costi di questa ondata di rinnovamento richiesta da Bruxelles, per la quale la Commissione Ue non ha previsto un fondo specifico. Agli Stati membri sarà richiesto di mettere a punto dei piani nazionali di ristrutturazione degli edifici, che saranno poi integrati in quelli nazionali di energia e clima (Pnec) in cui stabilire una roadmap con specifiche scadenze per raggiungere classi di rendimento energetico più elevate in linea con il loro percorso verso le emissioni zero al 2050.

    Così come è difficile adesso calcolare quanti edifici potrebbero essere toccati dal rinnovamento, è difficile capire quanti soldi potrebbe avere a disposizione l’Italia. Uno degli strumenti finanziari dall’Ue che potrebbe essere usato è il Fondo sociale per il clima, uno dei pilastri del ‘Fit for 55’ pensato proprio per ammortizzare i costi della transizione. Nel complesso si tratterà di circa 86,7 miliardi di euro complessivi tra tutti e 27 da mobilitare tra 2026 e 2032, un fondo finanziato con parte delle entrate del secondo mercato del carbonio per trasporti ed edifici, parte della revisione Ets. Altre risorse, secondo Bruxelles, potrebbero arrivare dai fondi regionali e dal piano nazionale di ripresa e resilienza (pnrr) su cui gli Stati membri hanno piena responsabilità di come e dove indirizzare le risorse.

    La polemica è rimontata in Italia con l’avvicinarsi del primo voto all’Eurocamera il prossimo 9 febbraio in commissione Industria, ricerca ed energia (Itre), dopo che gli Stati membri hanno trovato la loro posizione (stravolgendo la proposta della Commissione) a ottobre. Dopo l’adozione del mandato in plenaria, potranno iniziare i negoziati a tre con l’Eurocamera e gli Stati membri, per un accordo finale.

    Tags: edificiunione europea

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