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    Home » Politica » Bilancio Ue, l’altolà dei Socialisti a von der Leyen: “No alla centralizzazione”

    Bilancio Ue, l’altolà dei Socialisti a von der Leyen: “No alla centralizzazione”

    Il gruppo del centro-sinistra si accoda al resto dell’Eurocamera (inclusi gli stessi Popolari), ai governi nazionali e agli enti locali nel chiedere alla Commissione di non procedere col "modello Rrf" per il budget comunitario post-2027

    Francesco Bortoletto</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/bortoletto_f" target="_blank">bortoletto_f</a> di Francesco Bortoletto bortoletto_f
    2 Luglio 2025
    in Politica
    Iratxe Garcia Perez

    La capogruppo socialista all'Eurocamera, Iratxe García Pérez (foto: Christian Creutz/Parlamento europeo)

    Bruxelles – Continua il fuoco di fila contro il progetto di nuovo bilancio comunitario. E si allarga sempre di più il fronte di chi si oppone ai progetti di centralizzazione di Ursula von der Leyen. Oltre agli enti locali, agli agricoltori e agli Stati membri, a remare contro il nuovo budget settennale si sono messi anche i pesi massimi dell’Eurocamera, quelli che compongono la maggioranza europeista su cui teoricamente si regge la Commissione. Ma che, nelle ultime settimane, sta traballando a causa delle tensioni crescenti tra Socialisti e Popolari, cui si aggiungono quelle tra l’emiciclo e la timoniera del Berlaymont.

    Il clima politico al Parlamento europeo è sempre più teso, e a farne le spese è la tenuta della cosiddetta “maggioranza Ursula“, che scricchiola sempre di più. In una lettera datata ieri (1 luglio), la capogruppo socialista Iratxe García Pérez e gli eurodeputati Carla Tavares, Mohamed Chahim e Jean-Marc Germain hanno lanciato l’ennesimo altolà a Ursula von der Leyen.

    La partita è quella dell nuovo bilancio Ue per il periodo 2028-2034 – propriamente detto quadro finanziario pluriennale (Qfp in italiano, Mff in inglese) – che la presidente vuole rivoluzionare sul modello del Recovery fund (Rrf). La proposta formale della Commissione è in calendario per il prossimo 16 luglio, mentre i negoziati tra i colegislatori (Parlamento e Consiglio) dovrebbero iniziare dopo l’estate.

    Ursula von der Leyen
    La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (foto: Parlamento europeo)

    I Socialisti si oppongono “con forza” all’approccio “un piano nazionale per Stato membro”, uno dei pilastri principali della ristrutturazione voluta da von der Leyen per il prossimo bilancio settennale, che passerebbe da una pletora di programmi finanziati a livello europeo (attualmente oltre 530) a 27 piani nazionali. Ogni cancelleria avrebbe così il suo assegno unico, e gli esborsi dipenderebbero dal raggiungimento di obiettivi, target e milestones proprio come avviene coi Pnrr.

    Gli S&D non ci stanno: no alla regola “pagamenti in cambio di riforme“, e nemmeno alla fusione della politica di coesione con la politica agricola comune (Pac), contro la quale si sono già scagliati gli agricoltori e un numero crescente di Stati membri. Entrambi i capitoli di spesa (che valgono ciascuno circa un terzo del bilancio Ue) devono continuare a basarsi “su un approccio dal basso verso l’alto” e non possono venire “diluiti in piani nazionali” né “soggetti a condizionalità“, si legge nella missiva.

    Inoltre, i socialdemocratici chiedono “un Fondo sociale europeo separato, autonomo e forte” per sostenere l’azione di Bruxelles a tutela di lavoro e diritti socio-economici. In generale, l’esigenza segnalata dal centro-sinistra è quella di “un bilancio pluriennale dell’Ue molto più consistente e migliore, che dovrebbe superare l’attuale livello dell’1 per cento del reddito nazionale lordo dell’Ue-27, al fine di finanziare nuove priorità senza tagliare o reindirizzare le risorse dai programmi fondamentali” dell’Unione.

    Le perplessità dei Socialisti si sovrappongono quasi perfettamente con quelle sollevate dallo stesso Partito popolare europeo (Ppe), di cui fa parte von der Leyen, travolta dal fuoco amico all’indomani della presentazione delle linee guida per il prossimo Qfp. Del resto, la serie di “no” snocciolata dai due gruppi più folti dell’Aula sono in linea con la posizione dell’Eurocamera, adottata all’inizio di maggio.

    Il capogruppo dei Popolari, Manfred Weber (sinistra), e il co-capogruppo dei Conservatori e riformisti, Nicola Procaccini (foto: Laurie Dieffembacq/Parlamento europeo)

    Il gruppo S&D, in realtà, è sulle barricate non solo contro la presidente della Commissione ma contro l’intero Ppe, reo di essersi schierato con l’estrema destra dell’emiciclo per smantellare il Green deal. Addirittura, fonti qualificate dal campo socialista suggeriscono che il centro-sinistra europeo potrebbe staccare la spina al Collegio von der Leyen (sfilandosi dalla maggioranza con Popolari e liberali) se dovesse saltare il premier spagnolo Pedro Sánchez.

    Peraltro, von der Leyen potrebbe doversi guardare le spalle anche da una mozione di censura voluta proprio da un partito della destra radicale (l’Aur romeno, membro dell’Ecr insieme ai Fratelli d’Italia e al PiS polacco) che, se raggiungerà un numero sufficiente di firme, potrebbe finire sul tavolo della plenaria già la prossima settimana. Se anche ci arrivasse, con ogni probabilità non ci sarebbero i voti per far passare la sfiducia. Ma si tratterebbe di un segnale politico importante, che rischia di produrre una spaccatura all’interno della maggioranza europeista: soprattutto tra le fila di Socialisti e liberali ma, forse, anche nello stesso Ppe.

    Sul budget 2028-2034 continua dallo scorso autunno – quando sono iniziate a circolare le prime indiscrezioni sui progetti rivoluzionari della Commissione – la levata di scudi del Comitato europeo delle regioni (CdR). La presidente Kata Tüttő, anche lei proveniente dalla famiglia socialdemocratica, ha bollato come big ugly bill il nuovo Qfp targato von der Leyen, con un’espressione che richiama (in maniera peggiorativa) il big beautiful bill di Donald Trump, la controversa legge di bilancio recentemente approvata dal Senato statunitense.

    I have the bad feeling that from behind the smoke of simplification and efficiency a “Big Ugly Bill” will emerge in form of a smaller, weaker #EUBudget post 2027

    1/2

    — Kata Tüttő (@CoR_President) July 2, 2025

    “Ho la brutta sensazione che dietro la cortina di fumo della semplificazione e dell’efficienza emergerà una ‘legge grande e cattiva’ sotto forma di un bilancio Ue post-2026 più piccolo e più debole“, lamenta Tüttő. “Quando 14 governi nazionali, 149 regioni e centinaia di leader locali e attori chiave condividono profonde preoccupazioni sulla logica alla base della definizione della proposta per il nuovo bilancio dell’Ue“, aggiunge, “è giunto il momento di avviare un dialogo significativo“.

    Di “deriva pericolosa” della riforma cui sembra andare incontro la politica di coesione parla, dal Pd italiano, Nicola Zingaretti. “La Commissione europea commetterebbe un grave errore se scegliesse la via dell’accentramento, affidando la programmazione e gestione dei fondi esclusivamente ai governi centrali”, l’affondo del capodelegazione dem a Strasburgo, secondo il quale “escludere regioni e comuni significa allontanare i territori dalle decisioni e compromettere la lotta alle disuguaglianze”.

    A margine della plenaria del CdR in corso oggi (2 luglio) a Bruxelles, i rappresentanti di una trentina tra le 132 regioni che hanno sottoscritto un appello a von der Leyen per lasciare intatta la politica di coesione incontreranno i vicepresidenti esecutivi della Commissione europea Raffaele Fitto (delega alla Coesione e alle Riforme) e Roxana Mînzatu (portafogli del Lavoro e dei diritti sociali).

    Tags: iratxe garcia perezKata Tuttonegoziati mffNicola Zingarettipolitica coesioneqfp 2028-2034socialisti e democraticiursula von der leyen

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