Bruxelles – L’aumento del carrello della spesa? C’è, ma non è come sembra. La Banca centrale europea, dopo le preoccupazioni per l’aumento dell’inflazione alimentare, cerca di calmare animi di acquirenti e famiglie, attraverso un’analisi specifica dedicata proprio al fenomeno dell’andamento dei prezzi per vivande e bevande. Il cibo ha rappresentato un elemento chiave nell’inflazione generale, si riconosce nell’approfondimento condotto dai tecnici della Banca centrale europea. Tuttavia, si sottolinea, la realtà è diversa da come viene interpretata.
“L’inflazione alimentare è rimasta elevata quest’anno, ma ciò è dovuto principalmente a pochi articoli”, garantiscono i tecnici dell’Eurotower. Stando ai dati aggiornati a novembre 2025, il tasso di inflazione alimentare è sceso al 2,4 per cento nel mese di riferimento, e in media nell’anno appena concluso il costo del cibo si è attestato al 2,9 per cento. In questo scenario “i principali fattori che hanno determinato un tasso di inflazione superiore alla media nel 2025 sono ‘caffè, tè e cacao’, ‘zucchero, marmellata, miele, cioccolato e dolciumi’ e ‘carne‘”. Di questa lista, “negli ultimi mesi, caffè, tè, cacao, dolci e carne hanno rappresentato oltre il 50 per cento del tasso annuo di inflazione alimentare”.
La BCE prova dunque a contrastare quel sentimento che finisce inevitabilmente con orientare le scelte del cittadino-consumatore, portandolo al risparmio – e quindi al non investimento nell’economia – o ad acquisti di prodotti della concorrenza non europea. “Le dinamiche dei prezzi dei prodotti alimentari giocano un ruolo significativo nella percezione dell’inflazione da parte dei consumatori e nelle aspettative di inflazione a breve termine”, riconoscono a Francoforte, tanto è vero che la stessa BCE pretende che non si parli di inflazione per evitare di generare panico.
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E’ però un dato di fatto che le persone prestano particolare attenzione all’andamento dei prezzi dei prodotti alimentari perché acquistano cibo frequentemente, e le spese alimentari “rappresentano una quota considerevole del loro budget e le possibilità di sostituzione sono limitate”, ammette ancora l’analisi della BCE, preoccupata per il fatto che gli acquisti per i pasti di tutti i giorni “potrebbero influenzare in modo sproporzionato le loro convinzioni sull’inflazione complessiva“.
Il suggerimento che ne deriva sembra essere innanzitutto di natura ‘dietologica’ e nutrizionale: mangiare meno dolci e meno carne per evitare conti più salati alla cassa. Poi c’è l’implicito suggerimento a non lasciarsi influenzare da pochi prodotti. Tra queste indicazioni ve ne sono poi altre utili per politica e imprese: cambiare rotta. Perché, si precisa, “i prezzi europei della carne (in particolare la carne bovina) sono stati trainati da un continuo calo strutturale dell’offerta, in mezzo alla robusta domanda”. Occorre dunque cementificare meno e dedicare più terreno al pascolo, e poi agire a prova di agenda di sostenibilità, poiché i prezzi delle materie prime alimentari – specie per quanto riguarda caffè e cacao – sono stati importanti fattori di aumento dei prezzi alimentari al consumo, che riflettono eventi meteorologici estremi. Tanto che si stima “l’ondata di caldo estivo 2025 potrebbe aumentare i prezzi dei prodotti alimentari non trasformati nell’area dell’euro di 0,4 a 0,7 punti percentuali dopo un anno“, quindi da quest’anno.
Buone notizie, comunque: in prospettiva si prevede un ulteriore rallentamento dell’inflazione alimentare, sostenuta nel breve termine dal calo delle aspettative sui prezzi di vendita. Le proiezioni macroeconomiche per l’area dell’euro elaborate dagli esperti della BCE a dicembre 2025 prevedono un calo dell’inflazione alimentare nel breve termine, raggiungendo il 2,1 per cento nel terzo trimestre del 2026, e un mantenimento su livelli moderati per il resto dell’orizzonte temporale di proiezione.

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