Bruxelles – “Era chiaro fin dall’inizio che una guerra con l’Iran avrebbe implicato la chiusura dello stretto di Hormuz”. Nelle parole della ministra degli Esteri dell’Austria, Beata Meinl-Reising, c’è tutto quello che riassume il momento storico di un’Unione Europea alle prese con paure e problemi esistenziali. C’è innanzitutto, e lo dice senza mezzi termini, la “paura che ciò che abbiamo vissuto nel 2022 possa essere una minima parte di quello che potremmo avere con il blocco di Hormuz“. Vuol dire che il caro-energia prodotto dalla guerra in Ucraina e l’inflazione alle stelle potrebbe essere una passeggiata di salute.
Le parole dell’Austria sono una chiara critica nei confronti di Israele e Stati Uniti, responsabili di aver innescato un conflitto che “deve finire”, insiste l’austriaca. “L’unica cosa che avrebbe effetti positivi sulla crisi di Hormuz è la fine delle guerra” con un annesso “accordo sul nucleare”. Un punto di vista che differisce da alcuni partner, europei come trans-atlantici, e che mette in evidenza divergenze e divisioni.
L’UE alla prova della crisi: energia, competitività e Medio Oriente nell’agenda del Vertice
Sull’Iran la linea di Finlandia e Lituania è completamente diversa, continua a condannare le risposte militari dell’Iran e ritenere responsabile il regime degli ayatollah per ciò che sta avvenendo. In queste affermazioni dei capi della diplomazia di Helsinki e Vilnius, Elina Valtonen e Kęstutis Budrys, ripropone l’avvitamento tutto europeo sul concetto di principi e valori: perché, a differenza del caso ucraino, si può bombardare l’Iran e si può e si pretende che non risponda al fuoco?
È sul diritto e sul principio che l’Unione Europea si perde, e aggiunge le già strutturali fatiche che le sono proprie a quella di trovare una quadra in materia di politica estera. L’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Kaja Kallas, lavora a possibili soluzioni con il segretario generale dell’ONU, in un momento in cui i principali protagonisti del conflitto in Medio Oriente dell’ONU si fanno beffe – vero è che l’attacco è a titolo personale e fuori ogni mandato internazionale – e la democratica America si mostra autoritaria quando si tratta di diritto di informazione, ponendo non pochi interrogativi sull’affidabilità del Paese.
A proposito degli Stati Uniti, “riteniamo che l’allentamento delle sanzioni sul petrolio russo da parte degli Stati Uniti rappresenti un pericoloso precedente, perché in questo momento abbiamo bisogno che la Russia abbia meno fondi per finanziare la guerra, non di più”, lamenta Kallas prima dell’inizio dei lavori del Consiglio Affari esteri di oggi (16 marzo). C’è uno scollamento con il partner storico ormai non più partner come una volta, con l’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, che minaccia di staccare la spina alla NATO se gli europei non intervengono a Hormuz. Qui Kallas glissa. “La Nato è un’alleanza di difesa“, taglia corto la ministra degli Esteri romena, Oana-Silvia Toiu, per quello che è un velato ‘no’ alle pretese a stelle e strisce. La Polonia ci pensa: “Abbiamo già detto di ‘no’, ma ci sono delle procedure che non sono state ancora attivate. Se gli Stati Uniti le attiveranno valuteremo attentamente”, sostiene Radoslaw Sikorski.
Gli USA indeboliscono Russia, Cina e India. Ma l’UE non ha nulla da festeggiare
La questione delle sanzioni contro la Russia riaccende il dibattito tutto UE sul sostegno all’Ucraina, con Paesi Bassi, Francia, Lituania, Lussemburgo, decisi a superare il veto ungherese al sostegno economico e al 20esimo pacchetto di sanzioni. Il ‘no’ ungherese risulta al momento insormontabile e praticamente tutte le delegazioni proveranno a mettere Budapest con la spalle al muro, senza riuscirci. “Nel complesso la politica delle sanzioni dell’UE è un enorme fallimento“, sostiene il ministro degli Esteri di Budapest, Péter Szijjarto, che sul prestito da 90 miliardi è lapidario: “Finché continuerà il blocco al transito di petrolio dall’oleodotto di Druzhba non voteremo a favore“.
La questione Ucraina è ancora più complessa di così. Come spiega il ministro degli Esteri lussemburghese, Xavier Bettel, c’è un problema di gestione del file. “Quand’ero primo ministro sono stato al telefono con il presidente russo Putin ogni settimana, e poi ho ricevuto telefonate dai colleghi di Polonia e repubbliche baltiche che mi dicevano che il mio Paese è troppo piccolo per poter negoziare, e questo è un problema di mentalità perché non sono le dimensioni di un Paese a fare le relazioni”.
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