Bruxelles – Tra costi e benefici il ‘made in China’ è un vero e proprio rompicapo per l’eurozona, che sempre di più si trova a fare i conti con una crescita industriale che fa della Cina un problema quasi esistenziale. Già, perché ci sono anche ricadute positive nell’avanzata della Repubblica popolare. I Paesi UE con la moneta unica si trovano a dover benedire in qualche modo le importazioni industriali cinesi, per un impatto comunque poco vantaggioso. La Banca centrale europea, attraverso un’analisi mirata, prova a fare un bilancio su un fenomeno – l’export cinese – sempre più reale e già oggetto di preoccupazioni.
Di base, rilevano i tecnici della BCE, l’espansione industriale della Cina “è una forza esterna chiave che influenza il commercio, la produzione e i prezzi dell’area dell’euro“. Il sistema produttivo cinese vede sicuramente prezzi di vendita ridotti, “aumentando le pressioni competitive per i produttori dell’area dell’euro”. Non è un caso se, denuncia ancora l’Eurotower, “i produttori dell’area dell’euro stanno perdendo quote di mercato dove affrontano la concorrenza della Cina, in particolare dal 2020″.
I tecnici della Bce suonano l’allarme: “L’influenza della Cina sull’eurozona aumenta”
Inoltre, se all’inizio degli anni Duemila le importazione dei Paesi dell’eurozona compravano dalla Repubblica popolare soprattutto prodotti tradizionali come articoli tessili e di arredamento, “recentemente” la domanda europea ha registrato “una crescita più forte nei settori manifatturieri avanzati come i settori dell’elettronica e dell’automotive”, a riprova della perdita di competitività nei prodotti di più alta innovazione.
‘Made in China’, tra spinta disinflazionistica e sfida per il mercato interno
Attenzione: non tutto l’import cinese è uguale. Quando le importazioni riguardano principalmente beni intermedi, sottolinea lo studio della BCE, queste contribuiscono a ridurre i costi e a sostenere la produzione interna. Quando invece riguardano principalmente beni finali, i consumatori europei possono “facilmente” orientare i propri consumi verso le importazioni cinesi, relativamente più economiche, e “di conseguenza i produttori dell’UE si trovano ad affrontare una maggiore concorrenza e un calo della domanda per i loro prodotti, che frena la produzione settoriale dell’UE”.
Tuttavia, la disponibilità di beni importati più economici consente alle famiglie di spendere di più, aumentando così la domanda aggregata, a tutto vantaggio del PIL dell’UE. Non solo: beni cinesi più economici “esercitano una pressione disinflazionistica nell’UE attraverso diversi canali a seconda del settore”. Dunque l’eurozona trae anche beneficio dalle importazioni cinesi, ma l’analisi della Banca centrale europea esorta a fare attenzione.
Sebbene la recente crescita industriale del colosso asiatico possa indurre effetti aggregati favorevoli a breve termine sull’economia dell’UE, essa ha coinciso con una debole domanda di importazioni in Cina e una perdita di quote di mercato per gli esportatori dell’UE. Inoltre, “gli effetti positivi sul PIL dell’UE riflettono canali a breve termine, ma non tengono conto dei rischi a lungo termine, come i potenziali effetti negativi derivanti dalla delocalizzazione della produzione, o i rischi strutturali e le vulnerabilità strategiche” che l’UE già sconta, come nel caso dei suoi porti, controllati da Pechino con tutte le conseguenze del caso in materia di sicurezza.
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