Tra le parole che ci hanno accompagnato lungo tutta questa metà di 2026, il termine “sovranità” ha sicuramente un posto di rilievo. Derivante dal latino “superanus”, che significa “sopra” o “capo”, la sovranità, declinata in diverse accezioni così quanti sono i campi di sua applicazione, è protagonista dell’agenda setting aziendale e istituzionale, politica e sociale.
Essendo il dato l’oro del nuovo secolo, una menzione di dovere va alla sovranità digitale: e qui, per prima cosa, serve darsi delle regole di gioco perché, utilizzata così com’è, questa rischia di diventare vuoto slogan. Il punto centrale, per chi qui scrive, è nella definizione: sovrano non è chi ospita il dato, ma chi lo controlla per davvero.
Procediamo con ordine: per molti la sovranità significa che “i server sono in Italia, e che i dati restino in Europa”. Una rassicurazione che è certo importante, ma che da sola non basta. Un data center, fisicamente locato a Milano o a Francoforte, ma di proprietà di un operatore extra – europeo, resta infatti soggetto alla giurisdizione di quel paese. E questo è importante sottolinearlo, perché le aziende estere sono spesso obbligate a consegnare i dati alle organizzazioni statali di appartenenza, a prescindere da dove si trovino fisicamente.
Sembra un paradosso, ma è controllo sovrano altrui: perché l’esercizio della sovranità passa per la detenzione delle diverse chiavi crittografiche, per le decisioni sulla roadmap di rilascio del software, sul garantire la continuità del servizio, sull’essere o meno obbligato da una giurisdizione straniera ad aprire o a chiudere un determinato servizio.
Non conta la geografia, conta la catena di valore. La sovranità è una catena: siamo sovrani quanto l’anello più debole al controllo.
Serve recuperare, sempre più, il dominio sull’intera filiera: dal chip al data center, dal cloud al modello di intelligenza artificiale, fino all’applicazione e al dato. Ce lo chiede il mercato, dai volumi importanti e in crescita, come emerge dai dati di Anitec – Assinform (l’associazione di Confindustria che raggruppa le imprese dell’ICT) che stimano in oltre 2.5 miliardi di euro il settore dell’AI (nella sola Italia).
In questa direzione si muove l’Europa, con l’”European Technological Sovereignty Package”, iniziativa legislativa – relativa a semiconduttori, cloud, open source e AI – che introduce nuovi obblighi normativi, standard di sovranità e un piano di investimenti fino al 2036.
Tre i macrotemi toccati, dal posizionamento competitivo ai nuovi requisiti per la PA e settori regolamentati, fino a nuove e interessanti opportunità di finanziamento. E questi tre macrotemi si svolgono attraverso quattro iniziative interconnesse, dal CADA (Cloud and AI Development Act) all’EU Open Source Strategy, dal Chips Act 2.0 alla Strategic Roadmap for Digitalisation and AI in energy.
Una rotta tracciata, per garantire il migliore posizionamento competitivo delle imprese a proprietà europea sui mercati. Un percorso verso una maggiore indipendenza tecnologica per l’AI. E ancora una volta, torna protagonista la sovranità, che è la chiave di tutto.
E per chi rappresenta l’industria, questo è sempre meno un tema ideologico e sempre più è resilienza operativa ed esposizione geopolitica. La sovranità digitale è gestione del rischio, è il non restare ostaggio di un lock-in tecnologico. Oggi, come non mai, è materia di un consiglio di amministrazione.
Cosa fare dunque, per recuperare sovranità? Serve valorizzare la tecnologia italiana.
Tre cose sono il corollario di quanto sopra: per prima cosa, serve usare la leva della domanda, spingendo affinché appalti pubblici e committenza industriale premino il valore aggiunto europeo.
Secondo: usare l’open source come un moltiplicatore, affinché un modello aperto ed europeo diventi una piattaforma su cui le imprese possono poi costruire soluzioni proprie.
Last but not least: portare l’AI dentro le PMI (se guardiamo all’orizzonte italiano, ma non solo, anche a larga parte dell’orizzonte europeo). L’obiettivo è chiaro: implementare dal basso, in un approccio bottom – up, la tecnologia, e non calarla dall’alto. Una tecnologia che è sostenibile, sovrana e dispiegabile laddove serve.
Il settore dell’ICT europeo deve puntare, a mio avviso, su modelli leggeri, efficienti, capaci di girare anche su sistemi di piccole dimensioni, in cloud, on – premise e sull’edge. Modelli verticali, addestrati sui dati proprietari dell’impresa.
La domanda da porsi non è quanto è grande il modello, ma quanto conosce il mio problema.
Si può e si deve partire dalle esigenze e dai bisogni dei singoli distretti, intesi come cluster di dominio. Partire dalle necessità di un settore per costruire un modello di dominio addestrato sulla conoscenza comune. Un bene collettivo, possibilmente open source, finanziato e governato dal cluster stesso.
Una parola spesso urlata, a volte fraintesa, non sempre capita: “sostenibilità”. Essendo sostenibile, l’AI vive nella concretezza della sua applicazione. Una visione diversa dalla narrativa mainstream che la caratterizza: guardo al lato sociale (oltre che, certo, quello ambientale) della sostenibilità. Perché l’AI non può vivere senza l’industria che se ne serve e, in altre parole, non esiste AI senza mercato.
“Questa è l’AI, bellezza”, prendendo a prestito le parole del film “L’ultima minaccia”. Al centro le esigenze del mercato, che dettano il ritmo di evoluzione delle macchine e lo sviluppo dei terminali chiamati a farle sempre meglio funzionare. Va bene la ricerca, utilissima; un plauso a iniziative di valore, come quelle lanciate dal Nobel Giorgio Parisi, che propone un centro europeo per l’intelligenza artificiale sul modello del Cern.
Ma la ricerca da sola non basta, perché poi esiste il mercato, ed è questo che in fin dei conti comanda.
Attenzione, questo non vuol dire che non esiste più spazio per l’azione dei soggetti non privati. Pubblico e privato, insieme. Si contribuisce alla creazione di un’intelligenza collettiva della filiera economica, senza mai cedere ad una visione di miope individualismo. Il modello viaggia, circola: resta il dato, questo sì sovrano per davvero.


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