Bruxelles – Escludere una candidata al concorso per la Polizia di Stato perché ha un tatuaggio visibile soltanto quando indossa la divisa femminile con gonna può costituire una discriminazione diretta fondata sul sesso. È la conclusione dell’avvocata generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Tamara Ćapeta, su un caso (C-320/25) che riguarda una candidata italiana (identificata con le iniziali HG) esclusa dal concorso per diventare agente di polizia a causa di un piccolo tatuaggio a forma di fiore sul polpaccio sinistro.
In Italia, le norme che regolano l’accesso alle forze di polizia prevedono l’inidoneità dei candidati che hanno tatuaggi visibili con l’uniforme. Nel caso della candidata, però, il tatuaggio risultava visibile soltanto con la divisa femminile utilizzata per i servizi di rappresentanza, che prevede gonna e scarpe décolleté. Con l’uniforme operativa, che per le donne prevede anche i pantaloni, il tatuaggio sarebbe rimasto coperto.
È proprio questa differenza ad aver spinto il Tar del Lazio a rivolgersi alla Corte di giustizia. Il tribunale italiano ha chiesto se la normativa nazionale sia compatibile con il diritto europeo sulla parità di trattamento tra uomini e donne, considerando che un tatuaggio sulla gamba può comportare l’esclusione di una candidata, mentre lo stesso tatuaggio non sarebbe visibile sulla gamba di un candidato uomo, sempre coperta dai pantaloni.
Per Ćapeta, l’applicazione combinata delle due regole – il divieto di tatuaggi visibili e l’obbligo per le donne di indossare la gonna in determinate cerimonie – penalizza quindi le candidate proprio in ragione del loro sesso. “Se HG fosse un uomo“, osserva l’avvocata generale, “non sarebbe stata esclusa per il solo fatto di avere un tatuaggio sulla parte inferiore della gamba“.
La discriminazione, secondo l’avvocata generale, non può essere giustificata neppure dalle esigenze di rappresentanza invocate dalle autorità italiane. Il governo sostiene che la divisa da cerimonia contribuisca a trasmettere valori tradizionali e a rafforzare l’identità delle forze di polizia. Ma le cerimonie rappresentano soltanto una parte marginale delle attività degli agenti e, soprattutto, le poliziotte indossano già i pantaloni nell’uniforme operativa. Inoltre, i dirigenti possono autorizzare una poliziotta a indossare i pantaloni anche durante una specifica cerimonia.
Per Ćapeta, dunque, non sarebbe necessario sacrificare l’accesso alla professione per preservare una tradizione. Consentire a una parte delle agenti di partecipare alle cerimonie in pantaloni non farebbe venire meno né l’uniformità né la riconoscibilità del corpo di polizia. Il danno subito da una candidata esclusa dal concorso sarebbe, inoltre, molto maggiore del beneficio simbolico derivante dalla sua partecipazione occasionale a una cerimonia con la divisa tradizionale.
Il caso si inserisce in una più ampia controversia italiana sull’uso dei tatuaggi nelle forze di polizia. Nel 2025 il Tar del Lazio aveva già rinviato la questione alla Corte di giustizia, sottolineando il possibile contrasto tra le regole sui tatuaggi e il principio europeo di non discriminazione.
Tra i casi che hanno alimentato il dibattito c’è anche quello di Karen Bergami, una donna bolognese esclusa dal concorso per la Scuola superiore di Polizia a causa di un tatuaggio sul dorso del piede, risalente a quando aveva 16 anni e già sottoposto a rimozione laser. Il Tar del Lazio l’aveva inizialmente riammessa al concorso e poi aveva accolto il ricorso nel merito, ma il Consiglio di Stato aveva successivamente ribaltato la decisione. La Cassazione, chiamata a esaminare il caso, aveva riconosciuto che le limitazioni sui tatuaggi coinvolgono anche libertà costituzionali e il rischio di effetti discriminatori sulle donne, ma aveva dichiarato inammissibile il ricorso.
Ora la parola passa ai giudici della Corte di giustizia. Le conclusioni dell’avvocata generale non sono vincolanti: spetterà alla Corte pronunciarsi sulla questione e fornire l’interpretazione del diritto UE che dovrà poi essere applicata dal giudice italiano.

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