Bruxelles – L’amministratore delegato di TIM, Pietro Labriola, attacca il parere con cui l’AGCM è intervenuta sul rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze mobili, accusando l’Autorità di muoversi in direzione opposta a quella indicata dall’Unione europea per accelerare la transizione digitale. In un intervento su Linkedin, il manager sostiene che la questione “va ben oltre lo spettro”.
Il parere (AS2192) datato 25 settembre è indirizzato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy e all’AGCOM. L’Autorità vi commenta lo schema di delibera, messo in consultazione pubblica dall’AGCOM, che riguarda il rinnovo e la proroga dei diritti d’uso delle frequenze, in scadenza al 31 dicembre 2029.
Per Labriola, alla base della posizione dell’AGCM “sembra esserci ancora un’idea di concorrenza essenzialmente numerica: 4 operatori sono meglio di 3, 5 sono meglio di 4”. Un’impostazione che, ricorda, “per anni ha orientato le politiche, ma oggi è messa in discussione in Europa e a livello internazionale”. Il numero degli operatori, aggiunge, “da solo, non dice quanto un mercato sia competitivo né capace di investire”.
Il passaggio centrale è quello sulla coerenza con le linee di Bruxelles. “C’è una contraddizione”, scrive l’amministratore delegato di TIM, perché l’indicazione dell’Autorità arriva mentre l’UE, per recuperare il gap con Stati Uniti e Cina, chiede “più investimenti, maggiore scala, maggiore prevedibilità regolatoria e orizzonti più lunghi per l’utilizzo dello spettro”. Investimenti in 5G Stand Alone, edge, cloud, intelligenza artificiale e, domani, 6G che, avverte, “richiedono capitale. E il capitale richiede un ritorno”.
Labriola avverte anche del rischio di una trasformazione dell’attività: se la concorrenza viene spinta fino a rendere insufficiente il ritorno sugli investimenti, “non stiamo più parlando soltanto di un mercato competitivo, ma trasformando progressivamente un’attività industriale in un servizio universale”. E chi lo paga? Potrebbero farlo consumatori, Stato o fondi europei, ma “non possiamo pensare che a finanziarlo strutturalmente siano gli operatori”, che sono imprese private e devono remunerare il capitale raccolto. La conclusione: “La questione quindi non è scegliere tra concorrenza e investimenti, ma costruire una concorrenza che produca investimenti e attragga capitale, invece di allontanarlo”, una scelta che per il manager “non è più soltanto una questione regolatoria” ma di politica industriale.
Il parere dell’AGCM parte da premesse in parte diverse. L’Autorità apprezza la scelta dell’AGCOM di avviare il processo con largo anticipo, perché garantisce continuità dei servizi, valorizzazione degli investimenti già effettuati e una pianificazione di quelli futuri, anche per l’evoluzione delle reti 5G Stand Alone e Multi-access Edge Computing. Condivide inoltre gli obblighi prestazionali con indicatori (KPI) e verifiche sul campo, e riconosce che l’opzione rinnovo è “utile per garantire la continuità del servizio e per consentire agli operatori di sostenere gli investimenti necessari nella rete”.
Il nodo è l’estensione. Applicare il rinnovo alla totalità delle frequenze in scadenza, secondo l’AGCM, condurrebbe a “una cristallizzazione nelle dotazioni frequenziali per ulteriori otto anni”, capace di ostacolare la crescita degli operatori con minori dotazioni e l’eventuale ingresso di nuovi soggetti. Gli obblighi di accesso per gli operatori virtuali non sono, per l’Autorità, un’alternativa sufficiente a una diversa redistribuzione delle frequenze, e l’ipotesi di un’offerta unica e collettiva “conduce inevitabilmente ad accordi tra operatori concorrenti di natura collusiva”.













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