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    Home » Politica » L’ascesa e la (rapida) caduta di Martin Schulz

    L’ascesa e la (rapida) caduta di Martin Schulz

    Da stella a fissa a meteora, la favola politica di Martin Schulz volge al termine con le dimissioni dalla presidenza del partito. Un europeista ambizioso ma poco esperto dei meccanismi della politica di casa e poco tollerato a Berlino

    Alessandro Ricci</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@Alessandricc" target="_blank">@Alessandricc</a> di Alessandro Ricci @Alessandricc
    15 Febbraio 2018
    in Politica
    Martin Schulz

    Martin Schulz - Spd

    Berlino – È finita, ufficialmente, proprio il giorno di San Valentino la relazione tra Martin Schulz e la Spd. Come una bella storia d’amore era nata con le migliori intenzioni. 100% dei consensi a marzo 2017 e grandi parole spese da una parte e dall’altra. È terminata, in maniera confusa, burrascosa e con molti strascichi ancora irrisolti. “Me ne vado senza amarezza e senza rabbia” ha dichiarato l’ex presidente (per due mandati) del Parlamento europeo, augurandosi che il partito potrà concentrarsi sull’accordo di coalizione con la Cdu di Angela Merkel e il voto degli iscritti socialdemocratici. I circa 470.000 membri che dovranno decidere se il governo Merkel IV vedrà la luce.

    Schulz è stato per Spd l’uomo chiamato da fuori. Una sorta di “podestà” venuto da Bruxelles a risollevare le sorti di un partito che dopo Gerhard Schröder, l’ex cancelliere che portò per ben due volte Spd al governo, ha vissuto una grossa crisi di identità dalla quale ancora non è riuscito a uscire. L’uomo di Bruxelles, lontano dalla politica tedesca, con una carriera politica insolita e un forte spirito europeista. Acclamato con la qualifica preventiva di “Cancelliere”, coccolato dai vertici del partito e poi sacrificato sull’altare della realpolitik. Si legga governo di Große Koalition.

    Ma da podestà a capro espiatorio il passo è stato davvero breve. Quella del “treno Schulz”, da come lo chiamavano i media tedeschi dopo la nomina a candidato cancelliere con il 100% dei voti e il 30% nei sondaggi a nove mesi dalle elezioni, è una parabola fatta di sconfitte condite da faide interne al partito socialdemocratico. Quando l’ex presidente dell’Europarlamento prende le redini del partito questo non ha ancora un programma elettorale e Schulz sceglie di non puntare sull’Europa, nonostante la sua grande esperienza nel campo. Piuttosto punta sul sociale, sulla vecchia working class dalla quale il partito si è distaccato già dopo Agenda2010, la riforma dello stato sociale di Schröder.

    Sceglie di combattere sullo stesso piano di Angela Merkel, amata in patria come donna del popolo, e questa si rivela una mossa completamente errata che porta ad una sconfitta storica. L’Spd alle urne conta solo il 20,5% dei voti, mai nessuno aveva fatto peggio. A questa sconfitta Schulz aggiunge del suo. Prima sostiene di voler tenere il partito all’opposizione, smentendosi dopo il fallimento della Jamaika Koalition con l’inizio dei colloqui per una Große Koalition, poi affermando di non voler entrare nel futuro governo, smentendosi ancora con l’accettazione del ruolo di ministro degli Esteri. Nel giro di una settimana Martin Schulz si è ritrovato da possibile ministro di primo piano a meteora che potrebbe essere presto dimenticta.

    La testa di Schulz è servita ad Spd come capro espiatorio agli occhi degli elettori socialdemocratici per ottenere il voto favorevole al governo di Große Koalition. Infatti, nonostante gli scarsi risultati elettorali, secondo uno studio del quotidiano Faz, il 70% del documento programmatico di governo di Große Koalition si basa su punti del programma socialdemocratico. Ma allora perché l’ex presidente dell’Europarlamento è passato da essere una stella a colui che ha pagato per tutti i fallimenti di Spd?

    Spd è un partito con un forte crisi d’identità che ha cercato attraverso un uomo estraneo alla politica tedesca di riconquistare la fiducia popolare dopo gli scarsi risultati ottenuti con Sigmar Gabriel, uomo potente all’interno del partito ma ben poco amato dagli elettori. E proprio alla Willy Brandt Haus si parla del ruolo che Gabriel ha rivestito nella caduta di Schulz, non a caso l’ex ministro degli Esteri ambisce tuttora allo stesso ruolo nel futuro esecutivo Merkel IV ed è stato molto apprezzato dalla cancelliera per i suoi sforzi.

    Inoltre, Martin ha pagato il proprio strenuo europeismo. La società tedesca è si europeista, ma fino ad un certo punto. Va bene l’unione dei popoli, va bene il sentimento comunitario, ma quando si tratta di fare quel passo in più i detrattori si fanno sempre avanti. Non a caso Wolfgang Schauble, l’ex ministro delle finanze, era uno dei politici più amati in patria. Da questo sentimento non è immune nemmeno il partito socialdemocratico, con la sua visione germanocentrica.

    Martin Schulz poteva essere scomodo come ministro degli Esteri proprio per il suo sfrenato europeismo, che a Berlino non viene digerito bene, e per la sua chiusura verso la Russia, atteggiamento poco tollerato dall’ala più dura di Spd. Oltralpe si guarda ad un Europa a due, ad una corsia preferenziale tra Berlino e Parigi che escluda o perlomeno limiti i ruoli degli altri paese. Un europeista convinto non avrebbe fatto comodo a nessuno.

    Tags: Angela Merkelelezionigermaniamartin SchulzSigmar GabrielSpd

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