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    Home » Editoriali » Il disperato bisogno di politica estera dell’Unione europea

    Il disperato bisogno di politica estera dell’Unione europea

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    3 Settembre 2024
    in Editoriali
    Kaja Kallas

    C’è da attuare il Green Deal (“senza dimenticare le esigenze delle imprese”, come ora recitano tutti) c’è da fare l’Unione bancaria, ci sono la politica agricola e quella sulle migrazioni… c’è un elenco lungo di cose importanti che l’Unione europea deve riuscire a portare a compimento nei prossimi anni. Ma c’è n’è una senza la quale tutti questi rischiano di diventare dettagli, in un’Ue che potrebbe diventare sempre più marginale, anche sul piano commerciale, quello nel quale è ancora protagonista vera nel Mondo. E’ la Politica estera.

    In Politica estera, ci spiegano attenti protagonisti ed osservatori di quella europea, l’Unione sta inanellando una serie di sconfitte e umiliazioni che oramai sono davanti agli occhi di chiunque, non è più roba per professionisti del settore. Nella tragica guerra condotta da Israele contro la Palestina (perché oramai anche la Cisgiordania è stata colpita) la voce di Bruxelles non è neanche un brusio di fondo. Iniziative individuali dei leader che sono andate (e vanno) nelle direzioni più diverse non aiutano a costruire una credibilità in un’area dove, comunque, da sempre si può dire l’Ue non conta nulla.

    La guerra della Russia in Ucraina è stata fino ad oggi una buona prova di compattezza, è vero, ma le crepe si fanno ogni giorno più evidenti, non solo quella ungherese, adesso c’è anche quella italiana che rifiuta l’utilizzo delle sua (per fortuna degli ucraini) poche armi al di fuori dal Paese invaso. Fin qui è stato “facile”, si è trattato di difendere un Paese amico da un’evidente aggressione.  Ma “oggi, alcuni leader politici all’interno della nostra Unione, e anche in questa parte d’Europa, stanno intorbidendo le acque della nostra discussione sull’Ucraina. Stanno attribuendo la colpa della guerra non agli aggressori, ma agli aggrediti. Non incolpano la sete di potere di Putin, ma la sete di libertà dell’Ucraina”, ha dovuto ammettere venerdì scorso parlando a Praga Ursula von der Leyen.

    Il tema ucraino, ovviamente, è di primario interesse per l’Unione, e da lì passa anche tanto del futuro dei Ventisette. Una sconfitta in Ucraina sarebbe esiziale per i Ventisette, ma il problema non è solo lì. Non è un mistero che i governi nazionali vogliano tenersi la politica estera come materia, praticamente, esclusiva, non è un mistero che una volta un gruppo di Paesi, una volta un altro, fanno uscire di matto Josep Borrell, che a dire il vero mai ha manifestato grandi capacità di mediazione e forse neanche di lungimiranza politica, pur difendendo spesso posizioni assolutamente rispettabili in sé.

    L’Unione ha bisogno della politica estera per non essere schiacciata come potenza economica. Fino a pochi anni fa il mondo era relativamente tranquillo per noi nel centro/ovest del Vecchio continente: avevamo gli Usa come punto di riferimento in politica estera, avevamo intese economiche che ci hanno permesso di restare il più grande mercato del Mondo e di crescere (senza esagerare), la Cina era un problema per i pantaloni da bancarella con sopra il disegno di Topolino, realizzati senza pagare i diritti alla Disney magari, ma alla fine il problema era minimo, ognuno aveva il suo spazio.

    Ora le cose sono cambiate, gli Usa, dai tempi di Obama almeno, hanno iniziato a manifestare chiaramente la volontà di scrollarsi di dosso la responsabilità di gestire la nostra sicurezza, le crisi finanziarie e il covid hanno anche alimentato notevoli tensioni commerciali. Alimentate anche dalla Cina, che ha deciso di espandere il suo potere economico nel Mondo, che ha approfittato di crisi varie per entrare nei gangli vitali di tante economia, che sta pian piano mangiando il succulento piatto russo. che ha iniziato anche ad affilare le baionette di cui può disporre. E poi c’è l’India, ci sono i Brics che contano sempre nuovi associati.

    La nostra forza militare è quella che è, non proprio scarsa, ma scarsamente operativa, abbiamo decine di sistemi di armi diverse, di aerei diversi, di strutture diverse delle Forze Armate, di politiche della difesa che, anche a ragione, si vogliono mantenere il più possibile nazionali. Su questo punto non facciamo davvero paura a nessuno.

    Sul fronte delle conoscenze, delle tecnologie, dell’industria, del commercio invece qualcosa da dire, e soprattutto da difendere, ce l’abbiamo ancora. Insieme ad un bisogno disperato di materie prime che non sappiamo bene do trovare, a dire il vero.

    Per difendere il nostro tenore di vita, la nostra crescita, dobbiamo necessariamente avere un ruolo nel Mondo, un ruolo vero, che potrebbe in teoria anche essere molto forte, ma che se anche fosse appena rilevante potrebbe essere già utile. Il problema non è Kaya Kallas, il suo peso specifico. Se anche al suo posto ci fosse il “Mario Draghi” della Politica estera il tema non è (solo) nella persona che ne dovrebbe essere responsabile (sempre in competizione con la presidente della Commissione, come si è visto). Il tema è sempre il solito: capire che c’è un interesse comune di lungo periodo e darsi da fare per difenderlo.

     

    Tags: Kaya Kallaspolitica esteraue

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