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    Home » Editoriali » Alla fine Joe salverà l’America (e il mondo)?

    Alla fine Joe salverà l’America (e il mondo)?

    Virgilio Chelli di Virgilio Chelli
    25 Agosto 2015
    in Editoriali
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    Il tormentone delle presidenziali americane sta diventando più appassionante di “The House of Cards”. Probabilmente nessuno dei due protagonisti emersi fino ad ora, Hillary Clinton e Donald Trump, sarà il candidato su cui gli americani saranno chiamati a esprimersi a novembre 2016. Ma come si arriverà al naufragio dei due resta un appassionante giallo politico con la soluzione finale forse a sorpresa. Dietro le quinte Obama si gode lo spettacolo, la cui conclusione potrebbe perfino promuoverlo al titolo di “presidente degli Stati Uniti d’America più rimpianto di tutti i tempi”. Obama si è pubblicamente rammaricato del fatto che la legge gli impedisce di ricandidarsi per la terza volta. Se fosse stato possibile, sarebbe stata la soluzione perfetta. Di solito il presidente uscente dopo due mandati cerca di lasciare l’impero in eredità a un suo uomo, che ne porti avanti le istanze. Come Reagan con Bush senior, Clinton con Al Gore, e in qualche modo anche W. Bush con McCain. Questa volta non sta andando così, Hillary non è certamente il candidato di Obama, se le sono date di santa ragione nelle primarie del 2007 e ha dovuto tenersela come segretario di Stato nel primo mandato solo perché il clan Kennedy-Clinton gliela aveva imposta.

    Forse è una scelta. L’eredità di Obama è troppo importante per essere ereditata. Per capirlo bisogna pensare non tanto a quello che ha fatto – riforma sanitaria, Cuba, Iran – ma a quello che ha saputo evitare. Nel gennaio del 2009 ha preso in mano un’America allo sbando, devastata dalla crisi finanziaria che si stava trasmettendo all’economia reale e impelagata nelle guerre impossibili in Iraq e Afghanistan, con un tasso di credibilità e autorevolezza internazionale ai minimi. Sul fronte economico e geopolitico la gestione è stata magistrale, uscita dalla recessione in pochi mesi, salvataggio dei principali gruppi industriali e finanziari con impiego limitato di risorse pubbliche, disimpegno graduale ma determinato dalle sabbie mobili mediorentali, riposizionamento al centro dello scacchiere mondiale. I danni collaterali della crisi esplosa con il crac di Lehman si sono fatti sentire soprattutto in Europa, con la crisi del debito che ha distolto l’attenzione dei mercati mentre un uso accorto del cambio del dollaro ha aiutato a far ripartire la macchina produttiva americana evitando però di far scoppiare una micidiale guerra valutaria. Non solo, Obama ha fatto tutto da solo. O almeno, si è assunto tutte le responsabilità e tutti i rischi. Ha fatto il segretario di Stato e il ministro del Tesoro. Non ha avuto un uomo ombra – come James Backer per Reagan e Bush senior, Bob Rubin per Clinton o Rumsfeld e Cheney per W. Bush. Il suo merito non è stato quello di non aver combinato disastri, ma di averli evitati.

    E così non c’è (finora) sulla scena un candidato con l’endorsment del presidente uscente. Il volo di Hillary sta stallando ed è verosimile un avvitamento prima che le primarie partano a febbraio. Il caso delle e-mail è solo uno dei tanti scheletri che ha nell’armadio. Altrettante bombe a orologeria che aspettano solo qualcuno che le faccia saltare. Trump va forte nei sondaggi, ha ridotto la distanza con Hillary a una manciata di punti, ma è una corsa tra due candidature in caduta libera. Nei due schieramenti, democratico e repubblicano, nessuno li attacca frontalmente. Tutti sperano che non abbiano bisogno di aiuto per suicidarsi. Perché sporcarsi le mani e fare la parte di quello che spacca il partito se ci pensano i diretti interessati? Il discorso vale più per i democratici che per i repubblicani, questi ultimi alla fine non si possono permettere che l’immagine del Grand Old Party coincida troppo con quella di The Donald. E’ troppo presto per prevedere oggi chi sarà il candidato repubblicano, l’unica certezza è che non sarà Trump. Più facile azzardare una previsione sul democratico. Il nome su cui tutti convergono è quello dell’attuale vice presidente Joe Biden. Che ci stia pensando non è un mistero. E’ il come che non è chiaro. Scendere in campo fino a che è ancora in piedi Hillary potrebbe essere moto pericoloso, rischierebbe di aprire una guerra civile in casa democratica e magari perfino avere l’effetto opposto di rivitalizzare una corsa che oggi sembra senza speranza.

    Biden non può neanche sperare nel sostegno di Obama. Come succede ai veri grandi, il presidente uscente non è molto popolare. E per Obama, che vede già il suo nome sui libri di storia, non è proprio il caso di andarsi a schierare in una lotta fratricida. Biden deve solo essere paziente. Il premio è un ruolo da salvatore della patria democratica. Biden non è un liberal, piuttosto un democratico conservatore, con diverse posizioni vicine ai repubblicani. E non è un caso che la persona con cui si incontra, probabilmente per valutare se scendere in campo, è Elisabeth Warren, una dei leader della componente liberal dei democratici. A differenza di Hillary, Biden non è particolarmente popolare a Wall Street. E’ più uomo di economia reale che di finanza. Ma soprattutto ha un programma che ne farebbe il perfetto presidente numero 45 degli Stati Uniti d’America: il suo primo pensiero non sarebbe quello di far dimenticare Obama. E’ quello che Hillary e Trump hanno in mente di fare non appena mettono piede alla Casa Bianca: adesso vi facciamo vedere come è fatto un vero presidente americano! Ed è esattamente quello di cui né il mondo né l’America hanno bisogno. Serve uno modesto, diligente, capace di portare avanti senza troppe invenzioni quello che ha avviato Obama in otto anni. Un tipo come Joe.

    Tags: AmericaBidenclintonelezioniObamaTrumpusa

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