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    Home » Politica » Freno a sostenibilità, difesa e competitività: perché l’accordo sui dazi non è un affare per l’Ue

    Freno a sostenibilità, difesa e competitività: perché l’accordo sui dazi non è un affare per l’Ue

    L'intesa sottoscritta con gli Stati Uniti fa molto più comodo a Washington. In nome di meno tariffe la Commissione mette in discussione le agende strategiche europee messe a punto fin qui

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    29 Luglio 2025
    in Politica

    Bruxelles – Crescita, competitività, investimenti, sostenibilità e pure difesa. Se l’accordo sui dazi raggiunto tra Unione europea e Stati Uniti serve a produrre certezze, sgombrare il campo da dubbi e permettere così all’economia di seguire il proprio corso, allo stesso tempo però lo stesso accordo sembra dirottare, e di molto, l’agenda Ue sotto molti punti di vista. Il vero contro-altare di quest’intesa voluta a tutti i costi sembra essere l’insieme di sforzi profusi nella passate legislatura e in quella in corso: Green Deal, rapporto Draghi (integralmente in italiano su Eunews), libro bianco sulla difesa: tutto sembra essere stato sacrificato e quindi accantonato in nome di un rapporto con gli Stati Uniti che allontana l’Europa da sé stessa e dalle sue ambizioni di indipendenza strategica e potenza geo-politica.

    Crescita e competitività: un rebus

    I benefici di un accordo commerciale derivano dall’abbattimento delle tariffe. A questo servono gli accordi di libero scambio. Nel caso specifico, però, Ue e Usa hanno scelto di passare ad un regime di tariffe aumentate. E’ vero, su alcuni prodotti i dazi sono stati ridotti e portati al 15 per cento, ma su altri, molti di più, sono state aumentati allo stesso livello. Se prima dell’accordo gli Stati Uniti riscuotevano tra i 7 e gli 8 miliardi di dollari di tasse derivanti dalle tariffe doganali, con l’accordo la riscossione sale a 80 miliardi di dollari, quasi dieci volte di più. Tutti costi scaricati sugli acquirenti: imprese, fornitori, rivenditori, e cliente finale.

    “Dobbiamo vedere come il 15 per cento funzionerà per l’economia degli Stati Uniti”, ragionano a Bruxelles. Oltre-oceano potrebbero contrarsi consumi di prodotti europei, e quindi ridursi la domanda. Per un’Europa fortemente dipendente dall’export un calo della domanda a seguito di costi più alti può rappresentare un problema. Addio crescita, allora. E con meno crescita si diviene anche meno competitivi.

    Dazi, un accordo ad ogni costo. Anche quello dell’immagine dell’Ue

    Già, la competitività. L‘Ue si è impegnata a spendere 600 miliardi di euro negli Stati Uniti. Acquisti, come pure investimenti. Tutto denaro che non si investirà in Europa. Oltretutto capitale privato, visto che questi 600 miliardi di euro promessi sono privati, è l’Ue che sta spingendo le proprie aziende a investire fuori dall’Ue. Un suicidio, in un momento in cui solo per portare a termine le agende di sostenibilità (Green Deal) e indipendenza energetica (RePowerEU) servono non meno di 620 miliardi di euro l’anno, col contributo privato.

    Per la competitività europea servono investimenti per 750-800 miliardi di euro aggiuntivi l’anno, e l’Ue ne dirotta 600 miliardi sull’altra sponda dell’Atlantico, insieme alle sue imprese. Così facendo si vanificano anche gli sforzi Enrico Letta per rilanciare il mercato unico. Alla fine c’è il serio rischio che quel rapporto finisca davvero nel cassetto, come lo stesso Letta aveva invitato a non fare. ‘Make America great again’ grazie all’Ue, che perderà terreno: Trump conduce la sua battaglia e l’Europa capitola di propria sponte.

    Sostenibilità, la spallata di Trump al Green Deal

    Il ciclone Trump si abbatte sull’Europa con tutta la sua furia, portando via quel che resta del Green Deal. Ursula von der Leyen nella doppia veste di presidente della Commssione europea 2019-2024 e poi della Commissione 2024-2029, ha iniziato a vestire i panni di Penelope, figura mitica passata alla storia per fare e disfare la sua stessa tela. Questa Commissione ha iniziato ad abbassare le ambizioni della precedente in fatto di sostenibilità, e Trump con l’accordo sui dazi sembra dare la spallata decisiva: comprare innanzitutto energia dagli Stati Uniti per commesse complessive da 750 miliardi di dollari in tre anni, 250 miliardi di euro l’anno, vuol dire da intesa, acquistare gas naturale liquefatto (Gnl), nucleare (combustibile e mini-reattori nucleari) e anche petrolio. Non c’è traccia di rinnovabili. Niente tecnologia per solare fotovoltaico, eolico.

    In più l’Ue apre il proprio mercato ai pick-up americani, veicoli non elettrici anche di grande cilindrata. Si tratta di veicoli dai grandi consumi di combustibili tradizionali (benzina e diesel), e quindi di cospicue e continue emissioni di CO2 e gas a effetto serra. Con un’abile mossa gli Usa colpiscono accordi di Parigi sul clima e velleità europee di cambiare un modello produttivo su cui gli Usa hanno costruito la propria fortuna.

    Difesa, si investe negli Usa. Base industriale europea addio

    A Bruxelles si mettono le mani avanti, e si ricorda che l’Ue non può acquistare apparecchiature militari né far partire commesse. Queste sono prerogative nazionali, e solo i governi possono fare acquisti in materia di difesa. Nessun accordo a comprare negli Stati Uniti. Però nell’intesa sui dazi si annida un accordo di principio a fare acquisti negli Stati Uniti, e riempire l’Ue di tecnologia americana. L’avanzata dei prodotti industriali Usa mette di conseguenza in difficoltà l’industria europea del settore, che si ritrova una diffusione di mercato e una concorrenza statunitense difficili da contrastare. Inutile dire che più l’Ue investe risorse nelle imprese americane, meno investe in quelle europee. Anche qui il risultato è un vantaggio economico e strategico Usa a scapito dei sogni di indipendenza Ue.

    Tags: competitivàdifesadonald trumpenergiagreen deallegislatura europeasostenibilitàueursula von der leyen

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