Bruxelles – Italia, Paese che tira a campare con i soldi dell’UE, non pochi. Il Paese visto da fuori appare così, come descritto nel documento di lavoro dello staff della Commissione europea, e allegato alle raccomandazioni specifiche per Paese di fresca pubblicazione. Un documento corposo, di 150 pagine, che mette in luce le tante fragilità strutturali di un sistema Paese divenuto anti-sistema, totalmente disfunzionale per sé stesso. Dalla sanità all’istruzione, dal lavoro al fisco, l’Italia ha scelto di non voler crescere. Un dato su tutti: “Il sistema fiscale italiano incoraggia le imprese a rimanere piccole e a conduzione familiare“, sottolinea il rapporto. Vuol dire che non si aiuta a crescere. Il che determina “implicazioni negative per innovazione e produttività“.
A proposito di produttività: questa “è in declino dall’inizio degli anni Duemila”. In questo quarto di secolo, rilevano i tecnici di Bruxelles, “la crescita in produttività dell’Italia è rimasta debole, anche a causa del divario tra regioni meridionali e settentrionali“. Un passaggio che certifica come il Paese non ce la fa, e anzi fa sempre più fatica. Ciò nonostante le risorse messe a disposizione dall’Unione europea. “Gli strumenti finanziari dell’UE forniscono considerevoli all’Italia“. Volendo fare un riepilogo: solo in fondi di Coesione l’Italia, dal 2000 a oggi (che vuol dire 2027, fine ciclo di programma in corso), ha ottenuto da Bruxelles un totale di 161,1 miliardi di euro (nello specifico: 27,4 miliardi per il periodo 2000-2006; 28,8 miliardi per il settennio 2007-2013; 62,7 miliardi per il ciclo 2014-2020; 42,7 miliardi per il periodo 2021-2027).
Sanità, istruzione, giovani e lavoro: l’Italia che non investe
Cosa è stato fatto di tutto questo tesoro? Sicuramente non si è migliorato il comparto della sanità. “L’accesso all’assistenza sanitaria in Italia è peggiorato negli ultimi anni“, rilevano i funzionari della Commissione europea, che includono nella lista dei malfunzionamenti “liste d’attesa sempre più lunghe per i servizi sanitari pubblici e spese a carico dei pazienti che superano significativamente la media UE (23,7 per cento delle spese totali, contro il 14,9 per cento UE), notevoli disparità territoriali nell’erogazione dell’assistenza sanitaria, nonché carenze di personale sanitario”. Critiche anche alle condizioni in cui si è costretti a lavorare: in Italia si rende “necessario migliorare l’attrattiva delle professioni chiave, in particolare infermieri, medici di medicina generale e medici di pronto soccorso, attraverso migliori condizioni di lavoro, incentivi di carriera, garanzie di sicurezza e tutele legali e corsi di specializzazione di qualità superiore”.
Italia penultima UE per conseguimento laurea, e la situazione peggiora
Il Paese inoltre ha un problema con i suoi talenti: non li valorizza, non li usa, non li premia. Risultato: “La fuga dei cervelli persiste“. Nel 2024 hanno abbandonato l’Italia 188mila persone qualificate, nel 2025 altre 144mila. Tra loro, si rileva, “molti giovani, italiani altamente qualificati, cercano opportunità migliori all’estero”. Chi rimane fa fatica, perché il sistema di istruzione fa acqua da tutte le parti, tanto è vero che si considera che “sono necessari ulteriori sforzi per affrontare i risultati scolastici deboli e disomogenei del sistema italiano e per migliorare l’occupabilità dei laureati“. Chi si laurea, quindi, con il titolo di studio non ci fa niente, e la fuga dei talenti è una diretta conseguenza. In generale, “i risultati di apprendimento non sono tornati ai livelli pre-pandemia e rimangono fragili“. Anche in questo caso si evidenzia la questione del Mezzogiorno d’Italia: “Nel Sud, il 46 per cento degli studenti non raggiunge il livello di competenza di base e gli studenti svantaggiati hanno circa tre volte più probabilità di ottenere risultati inferiori rispetto ai loro coetanei più avvantaggiati”.
L’UE il suo contributo l’ha dato e continua a darlo. Di fronte all’euro-scetticismo l’Europa ha dato negli ultimi anni contributi parti a oltre un decimo di Prodotto lordo nazionale. I 194,4 miliardi di euro messi a disposizione tramite Recovery Fund per finanziare il piano nazionale per la ripresa (PNRR), corrispondono al 9,13 per cento del PIl nazionale. Mentre i contributi di coesione 2021-2017 sono pari al corrispettivo di 1,9 per cento di PIl del 2024. Se qualcuno si chiede cosa fa l’UE per l’Italia la risposta è in questi numeri, e nei 161,8 miliardi di fondi di coesione in un quarto di secolo.
La vera questione é: cosa fa l’Italia per sé stessa? Poco. Lo dimostra il problema della rete idrica nazionale: “Le perdite d’acqua restano un problema significativo“, denuncia il rapporto della Commissione europea. Le dispersioni idriche variano da un tasso del 33,6 per cento del totale del volume erogato nelle regioni dell’Italia nord-orientale al 49,4 per cento del Sud e delle isole. Da un terzo fino alla metà di ciò che viene pompato non arriva a destinazione. Nonostante i miliardi avuti dall’Europa.
Infine, l’Italia continua a non mettere in sicurezza il proprio territorio. Il Paese risulta “altamente vulnerabile a rischi idro-geologici”. Se la Commissione europea lo mette nero su bianco vuol dire che l’Italia non ha ancora messo in sicurezza il proprio territorio. Dove finiscono i tanti miliardi di euro dell’Europa, allora? Non certo al contrasto alla povertà, visto che “i servizi sociali per i gruppi più vulnerabili sono ostacolati da sottofinanziamenti e mancanza di obiettivi misurabili”.


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