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    Home » Non categorizzato » I paradisi delle multinazionali

    I paradisi delle multinazionali

    [di Leopoldo Nascia] Tra i quindici paradisi fiscali societari più aggressivi al mondo ci sono 4 paesi europei. Anche perché l’Unione europea ha scelto di contrastare solo i paradisi fiscali all’esterno dei suoi confini.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    21 Marzo 2017
    in Non categorizzato

    di Leopoldo Nascia

    In Europa la concomitanza dell’abolizione delle frontiere per le imprese, l’istituzione della moneta unica e lo sviluppo di ingegnerie finanziarie in grado di sfruttare al meglio le tecnologie informatiche stanno favorendo da diversi tempo l’erosione della base imponibile delle grandi imprese nei paesi ad “alta” pressione tributaria, non solo verso i classici paradisi fiscali come Montecarlo e la Svizzera ma soprattutto presso paesi “insospettabili”, membri dell’Unione e della moneta unica.

    L’euro, dopo avere eliminato il ricorso alla politica monetaria per il recupero di competitività e per contenere il debito pubblico, ha favorito la concorrenza fiscale tra i paesi per attrarre imprese. La mancanza di controlli sul movimento dei capitali e la libertà di stabilimento delle imprese ha facilitato la creazione di filiali in molti paesi per beneficiare delle sempre più numerose facilitazioni fiscali finalizzate all’attrazione di capitali.

    Il binomio ingegneria finanziaria-internet ha permesso alle imprese multinazionali di distribuire la base imponibile tra più paesi per minimizzare il carico fiscale complessivo. L’importanza del “global tax planning” è cresciuta fino a rendere indispensabile tale funzione manageriale in ogni gruppo imprenditoriale.

    L’elusione fiscale delle grandi imprese, ovvero la costituzione di società o di altri artifizi giuridici finalizzata a ridurre il carico tributario surrettiziamente pur rispettando formalmente le norme fiscali trova nell’Unione europea una zona franca, immune in molti casi dall’azione della magistratura e delle polizie tributarie, che a differenza delle imprese debbono fare i conti con i confini nazionali.

    Il concetto stesso di paradiso fiscale oggi è più sfumato ed include sia i paesi con tassazione minima o nulla dei profitti ma anche quelli che dispongono di una normativa che ostacola nei fatti lo scambio di informazioni con le amministrazioni fiscali straniere.

    I rischi per i bilanci pubblici originati da una concorrenza fiscale è stata messa in risalto da tempo anche dall’OCSE nel 1998 con il rapporto Harmful Tax Competition: An emerging global issue, in cui viene analizzato e dettagliato il concetto di concorrenza fiscale dannosa e gli effetti nefasti dei comportamenti da free rider delle multinazionali che beneficiano di appalti e commesse della spesa pubblica per fare profitto trasferiti e tassati nelle comode sponde dei paradisi fiscali. Da allora l’OCSE pubblica periodicamente le liste nere e grigie dei paradisi fiscali sottolineando quali sono le criticità che ogni paradiso sfrutta a discapito degli altri paesi.

    Lo stato di Bermuda è forse il più importante paradiso fiscale nel mondo e i dati di un rapporto Oxfam mettono in evidenza l’entità inquietante del fenomeno dell’elusione fiscale delle grandi imprese: «Nel 2012 le multinazionali USA hanno dichiarato alle Bermuda profitti per 80 miliardi di dollari, ossia più di quanto dichiarato complessivamente in Giappone, Cina, Germania e Francia».

    Dall’inizio del 2000 nel cuore dell’Unione europea le normative fiscali nazionali hanno intrapreso una china sempre più spesso mirata a favore delle agevolazioni tributarie alle grandi imprese per attrarre capitale dall’estero, nonostante i rigidi parametri richiesti dall’euro. Il conto di tali politiche alla fine risulta pagato da gli altri contribuenti: lavoratori, pensionati e piccole imprese che non dispongono della capacità di elusione delle grandi imprese e dagli utenti dei servizi pubblici sempre meno frequenti per la mancanza di fondi.

    Quasi a sorpresa il rapporto Oxfam, pubblicato il 12 dicembre 2016, stila la graduatoria dei “15 paradisi fiscali societari più aggressivi al mondo”, definiti secondo criteri come: l’aliquota sui redditi societari, gli incentivi fiscali disponibili e la carenza di cooperazione internazionale in materia di contrasto all’elusione fiscale. A sorpresa dopo i soli noti come le Bermuda e le Isole Cayman, si trovano l’Olanda (terzo posto), l’Irlanda (sesto posto), il Lussemburgo (settimo posto) e Cipro (decimo posto), ovvero quattro membri dell’Unione e dell’euro. Nel cuore dell’Europa, le istituzioni europee non hanno contrastato nella maniera dovuta l’emersione del fenomeno “paradiso societario”, che nel caso di Cipro e Irlanda non è stato sufficiente ad evitare pesantissime crisi finanziarie.

    La graduatoria di Oxfam è destinata a essere ignorata perché utilizza metodi diversi rispetto a quelli più blandi dell’Ocse e perché l’Unione europea ha scelto di contrastare solo i paradisi fiscali all’esterno dei suoi confini.

    La concorrenza fiscale sempre più agguerrita fra paesi dell’Unione europea sta riducendo progressivamente le aliquote sui profitti, erodendo la base imponibile delle grandi imprese a scapito del gettito tributario. Come racconta il rapporto Oxfam, in Olanda solo la patent box, ovvero l’esenzione fiscale totale o parziale derivante dallo sfruttamento di brevetti, licenze e marchi, dovrebbe ridurre del 7,6% il gettito tributario d’impresa nel 2016.

    Gli altri paesi dell’Unione non sono da meno e nel giro di pochi anni hanno creato le proprie patent box, soluzione adottata nel 2015 anche in Italia, assieme ad altre forme di agevolazioni rivolte dichiaratamente alle imprese estere.

    La pratica sempre più diffusa del ruling internazionale, ovvero la stipula di accordi preventivi di norma riservati fra le multinazionali e l’amministrazione finanziaria ospitante consente di concordare aliquote fiscali di favore che di fatto sono forme di concorrenza sleale nei confronti degli altri paesi membri.

    Le recenti sentenze della Corte europea hanno sanzionato il Lussemburgo per FCA e Starbucks, e l’Irlanda per Apple, perché hanno utilizzato lo strumento fiscale per corrispondere aiuti di Stato proibiti dai trattati dell’Unione europea. Eppure la sanzione comminata ai paesi trasgressori sembra poca cosa, normalmente il pagamento delle imposte al netto dell’accordo di ruling, da parte delle imprese beneficiarie, rispetto al prezzo salato richiesto, in termini di sacrifici e di democrazia come nel caso della Grecia, per il mancato rispetto dei parametri di bilancio richiesti dall’euro.

    Anche l’Italia, dopo alcune timide aperture alla fiscalità di favore per le società multinazionali emanate alla fine degli anni novanta, nei due anni del governo Renzi, ha spinto sull’acceleratore per lanciarsi nella corsa degli sconti e delle esenzioni fiscali per le grandi imprese. Patent box, regimi di ammortamento agevolato per gli investimenti, leggi volte a favorire le start-up e le piccole imprese innovative, incluse le filiali estere delle multinazionali straniere, abolizione dell’IRAP e riduzione dell’imposta sul reddito delle società sono diventati la parte fondamentale delle leggi di bilancio del governo Renzi. Inoltre le politiche del governo di centro sinistra non hanno risparmiato nemmeno la lista nera dei paradisi fiscali stilata dall’Amministrazione tributaria, abolita dal 2017, togliendo un altro strumento per contrastare i fenomeni elusivi delle imprese multinazionali.

    Il risultato di politiche economiche sbilanciate a favore delle imprese si trovano nei conti pubblici riportati dai documenti ufficiali. Nel Documento di Economia e Finanza del 2016 il quadro degli incassi fiscali mostra come sia sceso tra il 2013 e il 2015 il peso delle imposte indirette a carico delle società di capitale già assai più contenuto rispetto a quello delle persone fisiche.

    La maggior parte dei 249 miliardi di imposte indirette riscossi nel 2015 provengono dall’IRPEF in continua ascesa dal 2013: da 166 a 182 miliardi, a contrastare il declino dell’IRES, la tassa sugli utili d’impresa delle società di capitale che scende da 41 a 36 miliardi di euro, con ulteriori sconti previsti per il 2016 e 2017.

    L’asta fiscale al ribasso senza fine a favore delle multinazionale all’interno dell’Unione non è ancora terminata, anzi le politiche monetarie restrittive, le direttive che impongono l’apertura dei servizi pubblici al mercato e la mancanza, anche nell’agenda politica, di strumenti per contrastare tale fenomeno favorisce una concorrenza fiscale sleale a favore delle grandi imprese e a scapito delle persone che debbono sostenere il peso della spesa pubblica nazionale.

    Il prezzo politico si riassume in maggiori diseguaglianze sociali, in sistemi di welfare sempre più ridotti e in un rifiuto da parte dei ceti popolari delle istituzioni europee, che non a caso vedono come il fumo negli occhi qualsiasi iniziativa referendaria che entri nel merito della loro legittimità.

    Di fronte a tale scenario è necessario riflettere sulle conseguenze di medio termine. In Italia le risposte del centro sinistra di Renzi sono state meno tasse per le grandi imprese, meno diritti per i lavoratori, e minor costo del lavoro grazie al Jobs Act e i voucher con una classe lavoratrice che ha ormai voltato le spalle alla sinistra cercando risposte in movimenti populisti e nei nazionalismi.

    Oggi il dibattito non è più la scelta fra euro o lira, ma i ruoli e i poteri delle istituzioni europee.

    Una sinistra che tralascia come priorità la difesa della classe lavoratrice per tutelare gli interessi delle grandi imprese per timore di mettere in discussione le istituzioni europee è condannata a un declino inesorabile.

    Pubblicato su Sbilanciamoci! il 14 marzo 2017.

    Tags: bruxellescommissione europeaeuropaoneuroparadisi fiscali

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