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    Home » Non categorizzato » Il colpo di Stato silenzioso di Macron

    Il colpo di Stato silenzioso di Macron

    [di Jacques Sapir] Stravolgendo alcune tradizioni istituzionali molto consolidate in Francia, Macron calpesta lo spirito e la lettera della Costituzione e manifesta tutto il suo disprezzo per il popolo e per i suoi stessi sostenitori, al punto da configurare un silenzioso colpo di Stato.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    10 Luglio 2017
    in Non categorizzato

    di Jacques Sapir

    La messa in opera del “sistema Macron” continua, sia nella sua dimensione formale, sia in quella informale. Le due dimensioni ci confermano la natura autoritaria del sistema, sotto la ostentata maschera della “benevolenza”. Gli incidenti che si sono moltiplicati in Parlamento, dove La République en Marche e i suoi alleati monopolizzano la maggior parte dei seggi, con la decisione del Presidente di rivolgere un messaggio al Congresso (Assemblea Nazionale e Senato) riunito a Versailles, non sono di buon auspicio. I progetti di ordinanze e di leggi completano il quadro.

    Un colpo di Stato silenzioso ?

    Un primo incidente  ha dunque segnato la sessione inaugurale del Parlamento eletto nelle ultime elezioni. Al di là dell’elezione di Francesco de Rugy – tipico rappresentante dell’opportunismo parlamentare più sfrenato e una delle personalità meno onorevoli di questa assemblea – è la monopolizzazione dei seggi da parte di En Marche, in particolare per quanto riguarda i ruoli di questore. Naturalmente, nulla impedisce al partito di maggioranza in Assemblea di arraffare tutte le cariche. Ma questo sistema di occupare tutti i posti, tipico degli Stati Uniti, è profondamente estraneo alla cultura politica francese. Quest’ultima, proprio perché siamo in un sistema in cui i poteri non sono rigorosamente separati – come avviene invece negli Stati Uniti – ha inscritto nelle sue pratiche il requisito del pluralismo. È questa la tradizione che En Marche ha calpestato. Ma c’è stato anche di peggio, vale a dire una manifestazione di disprezzo nei confronti dell’opposizione. Il presidente della Repubblica è infatti in procinto di praticare un vero e proprio colpo di Stato silenzioso.

    Il colpo di Stato riguarda i suoi avversari, ma è rivolto anche contro i suoi sostenitori. Come non vedere che la decisione di Emmanuel Macron di parlare a entrambe le camere in seduta comune minerà l’autorità e la credibilità del suo primo ministro Edouard Philippe? Certo, il rapporto tra il presidente e il suo primo ministro non è mai stato semplice nella Quinta Repubblica. Ma, perlomeno, ci metteva un paio di mesi prima di degradarsi in modo esplicito. Oggi, il presidente intende mostrarci fin da subito che è lui l’unico a prendere decisioni: che non è la massima autorità, bensì l’unica. E così facendo stravolge ancora una volta la Costituzione della Quinta Repubblica, e in misura di gran lunga maggiore rispetto a chiunque tra i suoi predecessori. Questo, combinato con la debolissima legittimità di un’assemblea eletta da meno del 16% degli aventi diritto, è davvero il segno di un colpo di Stato silenzioso.

    Quando il presidente non rispetta nemmeno lo spirito della legge…

    La decisione di Emmanuel Macron di non dare l’intervista tradizionale in occasione del 14 luglio, e di presentare invece un messaggio al Congresso riunito per l’occasione a Versailles, sono entrambi gesti che mostrano un profondo disprezzo per coloro che lo hanno sostenuto  e che hanno votato per lui e per i candidati che si sono presentati nella lista di En Marche. La riunione del Congresso è la più spettacolare, ma non necessariamente la più significativa. Nella costituzione della Quinta Repubblica, la riunione del Congresso è riservata agli atti solenni. Non alla presentazione del programma del quinquennio. Nel decidere di annunciare il suo programma in questo contesto, Emmanuel Macron dimostra in realtà di capovolgere l’intero edificio costituzionale francese, un edificio che vuole che il governo e il suo leader, il primo ministro, determinino e guidino la politica della nazione. Qui dobbiamo ricordare a coloro che li hanno dimenticati, i due articoli della Costituzione della Quinta Repubblica.

    Articolo 20:

    Il Governo determina e dirige la politica nazionale. 

    Dispone dell’amministrazione e delle forze armate. 

    È responsabile davanti al Parlamento alle condizioni e secondo le procedure previste dagli articoli 49 e 50.

    Articolo 21:

    Il Primo Ministro dirige l’azione del Governo. È responsabile della difesa nazionale. Assicura l’esecuzione delle leggi. Fatte salve le disposizioni di cui all’articolo 13, esercita il potere regolamentare e attribuisce le cariche civili e militari.

    Può delegare alcuni poteri ai ministri. 

    Sostituisce, se del caso, il Presidente della Repubblica nella presidenza dei consigli e dei comitati previsti dall’articolo 15. 

    Può, a titolo eccezionale, sostituirlo nella presidenza di un Consiglio dei Ministri dietro delega espressa e per un ordine del giorno determinato.

    Mi si dirà, naturalmente, che sono anni, da quando Jacques Chirac ha fatto votare la riforma del quinquennato, che il presidente della Repubblica si è trasformato nel leader della maggioranza parlamentare. Ciò è senza dubbio corretto, ma questo cambiamento della prassi era in contrasto col testo della Costituzione e i successivi presidenti Sarkozy e Hollande, pur con tutti i difetti che avevano e tutti gli eccessi che hanno generato, non avevano osato violare in modo così esplicito lo spirito e la lettera della Costituzione.

    Il presidente non si rivolge più al popolo

    Questo atto è in sé particolarmente grave; ma non è il solo. In effetti, il rifiuto del presidente di dedicarsi all’esercizio, sicuramente concordato, della conferenza stampa in occasione del 14 luglio, rivela un alto grado di disprezzo, finora impensato, da parte del presidente. Questa intervista permetteva al presidente di rivolgersi direttamente ai francesi. In questo senso, giocava un ruolo importante, al di là dei dettagli del suo svolgimento.

    Naturalmente, mi si potrà dire che un messaggio al Congresso offre gli stessi vantaggi. Ma questo vuol dire commettere un grave errore sul significato, sia della Repubblica, sia delle nostre istituzioni. Attraverso questa intervista, il presidente si rivolgeva direttamente al popolo, non ai suoi rappresentanti: al popolo, che è il custode della sovranità nazionale. È vero che il presidente Emmanuel Macron non dà molta importanza alla sovranità. Ed è forse in questo che va ricercata la vera ragione dell’abbandono di questa “tradizione” e la creazione della “innovazione” rappresentata dal messaggio al Congresso. Perché, quando non si riconosce più la sovranità del popolo, il disprezzo che si manifesta nei confronti degli avversari o dei propri alleati non ha molto peso.

    In realtà, è questa la sostanza del problema. Emmanuel Macron, eletto a sorpresa, e in un certo senso contro la volontà della maggioranza dei francesi, non può contare su alcuna sovranità popolare. Deve dunque distruggere tutti i suoi simboli. L’abbiamo visto in occasione del Consiglio europeo del 22 e 23 giugno. Lo vediamo con questa imitazione grossolana e grottesca del “messaggio sullo stato dell’Unione” – ma in un contesto e con tradizioni politiche completamente diverse – del presidente degli Stati Uniti.

    Ritirarsi sull’Aventino?

    Se queste scelte non hanno provocato la disapprovazione e le proteste che meritano, è perché l’opposizione è, al momento, in briciole. L’ex UMP, ribattezzato “I repubblicani” (LR), è spaccato a causa dell’adesione di alcuni dei suoi membri al potere di Emmanuel Macron. Ancora più profondamente, la sua linea, conservatrice ed europeista, è in grado di soddisfare solo quei “Repubblicani” che partecipano di questa ideologia letale. Il P“S” sta morendo, dissanguato da un’emorragia di macronismo. Quanto ai due partiti che potrebbero incarnare una vera opposizione, si dibattono in situazioni difficili. Il Fronte Nazionale continua a pagare lo scotto dell’episodio del “dibattito” [il dibattito televisivo tra Emmanuel Macron e Marine le Pen, N.d.R.] tra i due turni elettorali e della sua mancanza di credibilità politica, mentre la France Insoumise oggi fatica a convincere i potenziali elettori di essere una forza capace di incarnare un’opposizione globale, vale a dire realmente sovranista.

    In questo contesto, di fronte al susseguirsi di questi colpi di mano e al colpo di Stato strisciante, solo pochi deputati, tra cui quelli del gruppo France Insoumise, hanno deciso di non partecipare alla riunione di Versailles. Hanno fatto la scelta giusta. Il popolo ha manifestato la sua insoddisfazione attraverso lo “sciopero” del voto alle elezioni parlamentari. Ora si prepara a una forma di ritiro dalle istituzioni che potrebbe scoppiare in modo forte ed eclatante al rientro di settembre. Fino ad allora, è meglio non partecipare al gioco perverso di Macron, e ricordare questo proverbio latino: “Coloro che Giove vuole perdere, per prima cosa li priva della ragione…”.

    Pubblicato su Causeur il 3 luglio 2017. Traduzione di Voci dall’Estero. 

    Tags: franciaMacrononeuro

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