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    Home » Editoriali » La fine del Grande Sogno della nuova democrazia europea

    La fine del Grande Sogno della nuova democrazia europea

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    7 Ottobre 2014
    in Editoriali
    Jean-Claude Juncker

    Jean-Claude Juncker

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    E così il grande sogno della “elezione diretta” del presidente della Commissione europea, della scelta da parte dei cittadini di chi li governa, è definitivamente morto. Oggi i vertici di Partito popolare europeo e Partito socialista europeo devono incontrarsi per salvare (e ci riusciranno, l’opposto non è immaginabile) la Commissione europea di Jean-Claude Juncker.

    Quella che avrebbe dovuto essere l’indicazione da parte dei cittadini di un candidato presidente che avrebbe dovuto confrontarsi con i parlamentari sulla base di un programma e, se non fosse riuscito, avrebbe dovuto passare la mano al secondo arrivato è diventata invece la scena di un banale accordo di potere identico a quello che c’era nelle legislature precedenti. Che anzi, poi è diventato un braccio di ferro tra Ppe e Pse dopo che i socialisti europei, una volta che Martin Schulz aveva ottenuto il “premio di consolazione” della presidenza del Parlamento, avevano tirato i remi in barca, lasciando tutto il mare alla mercé della corazzata popolare.

    Dunque 14 commissari su 28 andarono al Ppe, 8 al Pse, cinque ai liberali e uno ai conservatori britannici. Una divisione evidentemente impari, dato che Ppe e Pse hanno avuto praticamente lo stesso numero di voti e i liberali molto meno della metà. Nella logica del rispetto della volontà popolare questa divisione non funziona, è evidente. Ed infatti non ha funzionato, ben presto dalla componente italiana del pse, per bocca di Patrizia Toia e poi di Sandro Gozi si è messa in discussione la dirigenza del Pse (del partito, non del gruppo parlamentare). Per sistemare questa vicenda bisognerebbe riequilibrare i numeri, togliere almeno un commissario al liberali e darne almeno quattro al Pse. Difficile. Ma su questo si è poi innestato un secondo problema: l’indicazione dei nomi. Juncker (che, ricordiamolo, conosce benissimo l’Unione, ma sino ad oggi ha solo formato governi di un paese di 400.000 abitanti, dove tutti si conoscono per nome), si vanta di aver scelto lui le persone che faranno parte del suo esecutivo, ma ha scelto con il bilancino truccato. Molto zavvorrato dalla parte del Pse e leggero leggero da quella del Ppe. Dunque i rigoristi in materia economica l’hanno fatta da padroni, e il socialista olandese Frans Timmermans primo vice presidente della Commissione, rigorsita strutturale, non fa che confermare questa scelta. Dunque in economia i socialisti non contano nulla, tanto che ieri i popolari inneggiavano al vice presidente Vladis Dombrovskis, quello che dovrebbe coordinare Pierre Moscovici , come nuovo Mr euro. E allora il francese che ci sta a fare, ci si domanda?

    I popolari però sono bravi, molto più dei socialisti (forse anche perché hanno un capo riconosciuto, nella cancelliera tedesca, cosa che ai socialisti manca) e restano all’attacco. Moscovici, dopo essersi visto ridurre il suo ruolo a quello sostanzialmente di un istruttore di pratiche, puramente esecutivo, è stato anche letteralmente massacrato in audizione in Commissione Economica, e non gli è stato neanche fatto passare l’esame al primo turno. I popolari poi hanno spiegato che è perché i socialisti (ma non solo, in realtà anche i verdi e altri) stanno bloccando il candidato popolare spagnolo Miguel Arias Cañete perché giudicato in conflitto di interessi. Finbché non ci sarà questo via libera, spiegano, Moscovici resterà al palo. Un raddoppio di zavorra per spiegare ai socialisti che devono ritenersi sotto scacco.

    Poi ci sono tante altre storie a latere, altri candidati commissari che non hanno superato l’esame e poi forse troppe figure di secondo piano e di piccoli paesi promosse a ruoli di grande potere, come appunto il lituano Dombrovskis o la slovena Alenka Bratusek (andata per altro molto male all’audizione), che dovrebbero coordinare personalità di ben maggior peso e provenienti da paesi decisamente più rilevanti negli equilibri (e nei voti) dell’Unione e del Consiglio europeo. E’ una commissione che nascerà debole, debolissima, proprio perché i popolari e e la Germania hanno voluto strafare. Non è questo quel che ci voleva, dividere per comandare non funziona. Anche se i socialisti non riusciranno a ricreare una proposta politica ed un blocco alternativo significativo, le insoddisfazioni di paesi importanti come la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna (con una Spagna che, secondo tutti gli osservatori, meno Angela Mekel, dopo una mano di leggera vernice a breve ricadrà nella crisi) , se lasciate a se stesse, se non incanalate in una percorso comune, in cui si pagano prezzi (tutti) e si ottengono vantaggi (tutti) avranno effetti disgreganti imprevedibili.

     

    Tags: audizionicommissione europeajunckerMogherinimoscovicinomineparlamento europeopittellaschulzverticeWeber @it

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