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Dalle riforme costituzionali alla pena di morte, fino ai diritti LGBT e ai miti della razza: gli scontri Orban-Ue
Viktor Orban

Dalle riforme costituzionali alla pena di morte, fino ai diritti LGBT e ai miti della razza: gli scontri Orban-Ue

La pena di morte è solo una di una lunga serie di sfide lanciate all'Europa. Ecco come la Viktatorship ha inciso nei rapporti tra Budapest e Bruxelles

Ultimo aggiornamento 27 luglio 2021

Bruxelles – Viktor Orban è forse una delle personalità più scomode e sempre più controverse della storia recente dell’Unione europea. Il primo ministro ungherese era arrivato ai ferri corti con l’Ue già ai tempi della seconda Commissione Barroso, per poi sfociare in guerra aperta con la Commissione Juncker. Da oltre dieci anni l’Ungheria è uno dei dossier più scottanti, in quanto lo Stato dell’est è oggi il componente più “vivace” della grande famiglia europea. Diversi i momenti di tensione tra Budapest e Bruxelles da quando ha preso forma la “Viktatorship” danubiana. Ecco, in ordine di tempo, alcuni dei momenti più caldi:

2011. Il governo di Viktor Orban presenta la riforma della Costituzione, che il Parlamento approva pochi mesi più tardi. Il nuovo testo finisce nel mirino dell’Unione europea, che contesta tre aspetti: i rischi l’indipendenza della Banca centrale, per l’Autorità per la privacy, nonché gli interventi sull’età pensionabile dei giudici, anche qui mirati a indebolire l’indipendenza della categoria forzando un ricambio con nuove leve più fedeli al governo.

12 gennaio 2012. La Commissione europea annuncia l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti del Paese sui punti contestati. “La nostra decisione – spiegò Josè Manuel Barroso, allora alla guida dell’esecutivo comunitario – riflette la nostra determinazione nell’assicurare che il diritto europeo, sia formalmente che in concreto, sia pienamente rispettato e che la legalità sussista in tutti i Paesi membri dell’Unione”.

6 novembre 2012. La Corte di giustizia europea dà torto ad Orban . Con sentenza boccia la modifica costituzionale che interviene sull’età pensionabile dei giudici. Imporre ai giudici di andare in pensione a 62 anni anziché a 70 è “una discriminazione ingiustificata”.

11 marzo 2013. Il Parlamento ungherese approva la riforma della Costituzione. Il testo priva la Corte costituzionale delle sue competenze essenziali, dato che l’organismo non potrà più sollevare obiezioni di sostanza e non potrà più annullare una legge approvata con i due terzi del parlamento, ma soltanto sollevare obiezioni di forma. Tre giorni più tardi il Parlamento europeo denuncia le “derive dello Stato”. Tutti i gruppi – S&D, Alde, Verdi e Gue – chiedono a Commissione e Consiglio di intervenire. Silenzio, in quell’occasione, del Ppe.

2 luglio 2013. E’ il giorno dello scontro frontale tra Viktor Orban e l’Unione europea. Il primo ministro ungherese partecipa alla sessione plenaria del Parlamento Ue. In Aula dice: “Ho combattuto contro il regime comunista e non voglio più ripetere questa esperienza, non vogliamo più questo tipo di Europa dove i Paesi finiscono sotto tutela con una libertà ristretta, dove i più potenti possono abusare e solo i più piccoli devono avere rispetto dei grandi e non viceversa. Lotteremo contro tutti quelli che vogliono imporre una sorta di impero. Non crediamo ci voglia un’Europa di sottomissione ma di libertà”. Piovono critiche dai deputati S&D, Alde, Verdi. Non si ricordano voci critiche dai banchi del Ppe.

11 giugno 2014. Il Parlamento di Budapest introduce una tassa sulla pubblicità proposta dall’esecutivo di Orban. La Commissione studia le carte, e il 28 luglio l’allora responsabile per l’Agenda digitale, Neelie Kroes, condanna l’operato in una nota. “Apparentemente – denuncia Kroes – si tratta di un’imposta per aumentare le entrate ma in realtà colpisce in modo sproporzionato una sola società di media”, vale a dire RTL Group, gruppo lussemburghese e a detta della Commissione Ue “uno dei pochi canali in Ungheria che semplicemente non promuove una linea pro Fidesz”, il partito di Orban. La legge non è stata ritirata. Al contrario, è stata oggetto di emendamenti, approvati il 18 novembre 2014. Il contenzioso tra Bruxelles e Budapest non è finito, tanto che il 15 marzo 2015 la Commissione Juncker ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sul caso per presunta violazione delle regole comunitario sugli aiuti di Stato.

26 luglio 2014. Orban presenta il suo progetto di riforme del Paese. Lui stesso lo sintetizza così: “Costruire uno stato illiberale”, che prenda esempio da Paesi come Russia, Cina o da quegli Stati che “non sono liberal-democrazie e forse neanche democrazie, ma sono di successo”. Jonathan Todd, allora portavoce della Commissione europea, replicò così. “L’Ungheria è uno Stato membro firmatario dei trattati che chiedono di rispettare i valori democratici, e sulla base di questo discorso non crediamo che abbia intenzione di venire meno a questi obblighi”.

21 ottobre 2014. Il governo di Orban sfida ancora l’Unione europea. Il ministro dell’Economia Mihály Varga annuncia una tassa sull’utilizzo di internet, in base alla quale ogni utente avrebbe dovuto pagare 150 Fiorini (circa 49 centesimi di euro) per ogni Gigabyte di dati scaricati. A distanza di una settimana (28 ottobre) la Commissione condanna l’iniziativa. “E’ un’idea terribile, che limita le libertà”, la censura di Ryan Heat, all’epoca dei fatti portavoce del commissario per l’Agenda digitale. Il governo ungherese fa marcia indietro il 31 ottobre 2014, ma solo per le veementi proteste di piazza degli ungheresi.

17 febbraio 2015. Viktor Orban riceve a Budapest il presidente della Russia, paese oggetto di sanzioni Ue e raffreddamenti diplomatici con l’Europa per la crisi in Ucraina. Per l’occasione Orban rompe le fila e si schiera – primo tra tutti i leader dell’Ue – al fianco di Putin. “Siamo convinti che l’esclusione della Russia dall’Europa non sia una cosa ragionevole”. La sicurezza, aggiunge, “si può raggiungere solo insieme a Mosca”. “Parliamo con un’unica voce”, il commento (imbarazzato) che arriverà dalla Commissione il giorno seguente.

28 aprile 2015. “Dobbiamo mettere la pena di morte in agenda”, dice Orban in conferenza stampa a Budapest. Questo, spiega, perchè “il carcere a vita non è un deterrente sufficiente” per contrastare la criminalità. La replica della Commissione europea arriva il giorno seguente. “L’abolizione della pena di morte è una condizione per poter essere parte di questa Unione”, ricorda inizialmente Christian Wigand, portavoce della Commissione per questioni di Giustizia e diritti fondamentali. Poi l’intervento del presidente dell’esecutivo comunitario Juncker: Orban deve “rendere immediatamente chiaro che non è sua intenzione” reintrorre la pena di morte, altrimenti “ci sarà una battaglia” con Bruxelles.

8 maggio 2015. Orban torna alla carica sulla pena capitale. Intervistato dalla radio pubblica ungherese Kossut, dice: “Vogliamo creare un’opinione pubblica europea favorevole a riportare tra le competenze nazionali la decisione se introdurre o meno la pena di morte”. La Commissione europea decide di non replicare. A Bruxelles ci si limita a ricordare che ci sono regole chiare contro la pena capitale.

19 maggio 2015. La questione della pena di morte arriva nell’Aula del Parlamento europeo, dove si consuma lo scontro tra l’Ungheria e l’Europa. A Strasburgo il primo ministro ungherese ribadisce di essere deciso ad andare avanti. “Non c’è nulla di scolpito nel marmo, le regole sono state fatte dagli uomini e dagli uomini possono essere modificate, questa è la democrazia”. Gli replica il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans. “Nessun mandato o vittoria elettorale può consentire di cambiare lo stato di diritto in un Paese, e l’abolizione della pena di morte è una condizione che gli Stati membri devono soddisfare per diventare Stati membri del Consiglio d’Europa e dell’Ue”. Censura dai gruppi parlamentari S&D, Alde, Verdi, Gue, Efdd. Nessuna condanna dal Ppe.

17 giugno 2015. Budapest annuncia la costruzione di un muro sulla frontiera meridionale lungo il confine serbo. Obiettivo: evitare l’ingresso di immigrati extra-Ue nel Paese. “Il Governo ha ordinato al ministero dell’Interno di chiudere fisicamente il confine con la Serbia”, perchè “l’Ungheria è il Paese dell’Unione europea  che subisce la più forte pressione migratoria”. Questo l’annuncio del ministro degli Esteri magiaro, Peter Szijjarto. Il piano prevede una costruzione alta quattro metri e lungo 175 chilometri. Si mobilita l’Onu. L’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, lancia una campagna sui rifugiati “di successo” per sensibilizzare l’opinione pubblica. In diverse stazioni della metropolitana di Budapest vengono affissi cartelloni raffiguranti storie di ex rifugiati integrati nella società ungherese.

23 giugno 2015. Il quotidiano austriaco Die Presse pubblica dichiarazioni dell’ambasciatore ungherese in Austria, János Perényi, dove si annuncia la decisione unilaterale del governo di Budapest di sospendere l’applicazione del regolamento di Dublino III sui richiedenti asilo politico e di non accogliere più nessuno dei migranti che dovrebbero, secondo le regole europee, fare ritorno nel Paese.

26 giugno 2015. In occasione del vertice del Consiglio europeo Orban si lamenta per le continue fughe di notizie, e propone di consegnare tutti i dispositivi portatili dei partecipanti al summit. Telefonini e tablet dovrebbero essere controllati. Un retroscena fornito dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel corso della conferenza stampa finale. La risposta a Orban è arrivata dall’Italia: Renzi propone la diretta streaming delle riunioni.

22 settembre 2015: il Consiglio europeo approva il piano della Commissione per il ricollocamento di 120migranti da Italia, Grecia e Ungheria. Si allevia la pressione migratoria sul Paese dell’est, in quel momento meta di ondate di richiedenti asilo. In cambio Budapest deve prendere in consegna circa 1.300 rifugiati. Orban rifiuta e non sottoscrive l’accordo. L’Ungheria si sfila dal club dei Ventotto.

24 febbraio 2016: Orban annuncia l’intenzione di indire un referendum sulle quote obbligatorie di migranti di cui farsi carico. Un referendum implicito sull’Ue, visto che si tratta di un voto su una decisione della Commissione europea e del Consiglio. Il 5 maggio arriva il via libera della Corte suprema. Il 3 ottobre il 56% dei votanti si esprime contro il regime di quote obbligatorie, ma non si raggiunge il quorum (fermo al 44%). Orban perde la sua battaglia.

26 agosto 2016: Orban annuncia la costruzione di una seconda barriera anti-immigrati lungo la frontiera con la Serbia. Secondo il primo ministro il muro già esistente non dispone dei sistemi di sicurezza adeguati.

3 ottobre 2016: Orban perde il referendum sull’immigrazione, ma annuncia l’intenzione di modificare la Costituzione con un apposito emendamento che impedisce all’Ue di imporre obblighi all’Ungheria su questioni di immigrazione.

7 marzo 2017: Il Parlamento di Budapest approva la legge che istituisce il regime di detenzione obbligatorio per i richiedenti asilo, voluta dal governo. I migranti saranno tenuti in dei campi speciali per tutto il tempo necessario a esaminare la loro domanda. Arriva la condanna del Consiglio d’Europa: “La privazione automatica a tutti i richiedenti asilo delle loro libertà sarebbe in chiara violazione degli obblighi dell’Ungheria ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, il commento del commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks.

10 aprile 2017: il Presidente delle Repubblica promulga la legge che causerà la chiusura della Central European University (Ceu), l’Ateneo finanziato dal magnate americano George Soros, considerato da Orban un nemico del Paese. L’Ue risponde il 26 aprile avviando la procedura d’infrazione contro Budapest. Lo stesso giorno Orban è a Strasburgo per la sessione plenaria del Parlamento europeo, dove difende a spada tratta il suo operato.

17 maggio 2017: il Parlamento europeo ritiene che la violazione dello stato di diritto in Ungheria è tale da richiedere la sospensione di diritti per lo Stato membro, incluso quello di voto in seno al Consiglio. E’ la procedura prevista dall’articolo 7 del trattato sul funzionamento dell’Ue.

7 dicembre 2017: la Commissione europea annuncia il deferimento dell’Ungheria alla Corte di giustizia dell’Ue per il mancato rispetto degli accordi sulla redistribuzione delle quote dei migranti

22 gennaio 2018: ad accrescere i dissapori tra l’Ue e Orban ci si mette anche il genere di quest’ultimo. Istvan Tiborcz, imprenditore 32enne, è accusato di aver frodato l’Unione europea utilizzando impropriamente fondi comunitari destinati alla modernizzazione di impianti pubblici e dei sistemi di illuminazione. L’Ufficio europeo antifrode (Olaf) ha chiesto al governo di Budapest  la restituzione di 43 milioni di euro.

30 gennaio 2018: il commissario per le Politiche regionali, Corinna Cretu, conferma che a Bruxelles i commissari ragionano sull’eventualità di condizionare la concessioen di fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Una condizione che riguarderebbe anche l’Ungheria.

26 aprile 2018: ad attaccare frontalmente l’Ue è Peter Szijjarto, ministro degli Esteri del governo Orban, che accusa pubblicamente il Parlamento europeo di dire menzogne sul conto dell’Ungheria e del suo esecutivo.

20 giugno 2018: viene approvata la legge nota come nome di ‘Stop-Soros’, che qualifica come reato qualsiasi tipo di assistenza offerta da organizzazioni nazionali, internazionali e non governative, o da qualsiasi persona, a coloro che intendono presentare domanda di asilo o chiedere un permesso di soggiorno in Ungheria. La Commissione ritiene che violi norme, trattati e valori Ue, e dopo un mese parte la procedura d’infrazione.

12 settembre 2018: il Parlamento europeo trova la maggioranza dei due terzi per mettere in stato d’accusa Orban. L’Aula approva la richiesta di avviare le procedure che possono portare anche alla sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio. Orban annuncia ricorso alla Corte di giustizia europea, che respingerà il ricorso il 3 giugno 2021.

febbraio-marzo 2019: le vie di Budapest e delle principali città vengono tappezzate di manifesti che accusano il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, di aiutare il magnate George Soros a finanziare l’arrivo di immigrati. Una campagna di disinformazione che ha per oggetto l’uomo di punta del Partito popolare europei di cui fa parte Fidesz, il partito di Orban. Il PPE congela la membership di Fidesz, escluso dal processo decisionale del centrodestra europeo. La Commissione condanna e si vede costretta a smentire e smontare le accuse di Budapest.

29 settembre 2020: lo scontro Ungheria-UE raggiunge uno dei momenti di massima tensione con le richieste di dimissioni, da parte di Orban, della commissario per i Valori e la trasparenza, Vera Jourova. Quest’ultima fa dello Stato membro dell’est un esempio di “democrazia malata” (sick democracy), e il primo ministro ungherse non gradisce. Il team von der Leyen fa quadrato, e nel difendere Jourova censura e condanna il leader ungherese.

9 novembre 2020: Orban minaccia il veto sul bilancio pluriennale 2021-2017 e sul meccanismo di ripresa dopo l’accordo inter-istituzionale Consiglio-Parlamento per legare l’erogazione dei fondi comunitari al rispetto dello Stato di diritto. La lettera inviata ai partner riaccende lo scontro sull’idea di Europa e dei suoi valori.

20 gennaio 2021: l’offensiva di Budapest contro la comunità LGBT si traduce nella manipolazione dei libri. In Ungheria un’agenzia governativa ha dato ordine all’associazione Labrisz che si occupa di diritti delle donne lesbiche, bisessuali e transgender di avvertire il pubblico di lettori sui contenuti non conformi “ai tradizionali ruoli di genere” dell’antologia “Wonderland Is For Everyone” (trad. “Il Paese delle meraviglie è di tutti”).

giugno 2021: viene presentata la proposta di legge che vieta la “promozione dell’omosessualità”, cioè il semplice spiegarla ai minorenni. L’UE insorge. Quattordici Stati membri presentano una dichiarazione di censura chiedendo l’intervento della Commissione europea di prendere i provvedimenti del caso. La presidente dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, definisce l’iniziativa “una vergogna”, e attacca Budapest per un provvedimento che “va contro dignità umana, uguaglianza e rispetto dei diritti umani”.

20 luglio 2022: il Parlamento unicamerale dell’Ungheria (l’Országgyűlés) approva la proposta del partito al governo Fidesz, del premier Viktor Orbán, che prevede l’abolizione del Parlamento Ue come istituzione comunitaria democraticamente eletta e la sua sostituzione con una Camera di rappresentanti dei 27 Paesi membri nominati dai rispettivi capi di Stato e di governo.

23 luglio 2022: passano appena tre giorni e l’uomo forte di Budapest si rende nuovamente protagonista in negativo. In occasione del 31esimo campus estivo universitario di Bálványos, Orban promuove il mito della razza magiara. “Siamo disposti a mescolarci gli uni con gli altri, ma non vogliamo diventare popoli di razza mista”, dice, e scoppia la bufera. Uno dei più stretti collaboratori, Zsuzsa Hegedus, si dimmette immediatamente accusandolo per le parole “degne di Goebbels”. Arriva la condanna da Romania, Lussemburgo, Commissione europea ed europarlamentari.

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