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    Home » Opinioni » Come muoiono le democrazie

    Come muoiono le democrazie

    Federico Sinopoli di Federico Sinopoli
    20 Settembre 2019
    in Opinioni

    Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, entrambi professori di scienze politiche ad Harvard, hanno scritto un interessante volume intitolato “Come muoiono le democrazie” (Laterza) la cui lettura mi sento di consigliare a tutti coloro che sono stufi del “leggere” la politica attraverso la lente deformante dei personalismi ma vogliono tornare a ragionare sui “sistemi”, lasciando le contrapposizioni degli uomini politici là dove meritano: nel dimenticatoio della storia.

    I due autori, a più riprese e con diversi approcci – seppure con una forte centratura sull’esperienza statunitense – ribadiscono che sono il riconoscimento reciproco, la tolleranza verso l’avversario – mai il nemico – il rispetto delle regole – sia quelle scritte, codificate, sia quelle non scritte, le “buone prassi” – a costituire i pilastri su cui la democrazia si fonda. E la prima costruzione che da essi si eleva è la temperanza politica, intesa come moderazione autolimitante, come coscienza individuale che certe espressioni, certe accuse, certe scappatoie normative, ancorché personalmente vantaggiose, non possono usarsi se non incrinando pericolosamente il sistema, liberando quelle energie distruttive che lo consumeranno inesorabilmente.

    In realtà, guardando la realtà europea, appaiono oggi più deboli, ingovernabili, instabili proprio quelle nazioni al cui interno riconoscimento, tolleranza e temperanza sono qualità sconosciute ai leader e ad interi schieramenti politici. Guardare alla Germania e all’Italia, alla Francia e alla Gran Bretagna, ci consente di correlare in una proporzione diretta lo scadimento delle relazioni interpartitiche, del linguaggio, con le difficoltà di elaborare una strategia economica, internazionale, sociale che riesca a resistere alla – breve – vita di un governo: l’incompatibilità assoluta tra i diversi attori della politica di una nazione provoca un continuo “effetto meccano” uno smonta e rimonta che si definisce, in termini larghi, con il termini “instabilità”.

    Anche il tentativo di sdoganare le destre estreme ed extraparlamentari, operato proprio da quelle forze costituzionali sì ma che hanno perso la temperanza politica, non ponendosi più alcun limite invalicabile a presidio della democrazia prima che della ricerca del consenso, sta contribuendo, in alcuni paesi europei, a rendere fortemente instabile il loro impalco politico, scoperchiando un vaso di Pandora di cui è probabile che molti nemmeno conoscono il contenuto.

    Proprio oggi che i “movimenti trasversali”, quelli che rifiutano la vecchia classificazione tra destra e sinistra, raccolgono consenso, prima ancora che piccole rivoluzioni da praticare nell’economia di dettaglio, dovrebbero preoccuparsi di raccogliere consensi trasversali su un progetto di rifondazione della politica, di ridefinizione del linguaggio, di tolleranza dell’avversario, di temperanza dell’azione politica, di ricorso alle prassi, prima ancora che alle regole. Ne faccio un esempio: la regola non scritta di eleggere alla presidenza della Camera bassa italiana un rappresentante dell’opposizione, garantiva non solo un riconoscimento, ma anche un utile contrappeso che favoriva – senza dire imponeva – l’accordo prima dello scontro.

    È evidente che i Paesi che ancora riescono a utilizzare queste regole, rinunciando a una manciata di voti in più, magari lasciandola all’avversario, per non “uccidere” una di queste regole non scritte, godono di una stabilità che gli consente – anche in momenti di forte tensione economica interna – di impostare quei progetti e quelle azioni utili ad invertirne la rotta, questo perché la condivisione è altro dall’imposizione di una maggioranza su di una minoranza, tutt’altro: è la responsabilità di una maggioranza di agire comprendendo e tutelando anche chi ha perso. Fosse solo perché domani potrebbero perdere loro.

    Tags: democrazieeuropa

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