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    Home » Editoriali » La castrazione della Germania

    La castrazione della Germania

    Diego Marani di Diego Marani
    6 Maggio 2020
    in Editoriali
    Hans-Dietrich Genscher (sx) con Helmut Kohl (centro) e Eduard Shevardnadze (dx), ministro degli Esteri  sovietico e poi presidente della Georgia

    Hans-Dietrich Genscher (sx) con Helmut Kohl (centro) e Eduard Shevardnadze (dx), ministro degli Esteri sovietico e poi presidente della Georgia

    La decisione della Corte costituzionale tedesca di attaccare la Banca centrale europea contestando la legittimità del suo programma di acquisti di titoli pubblici per far fronte alla crisi suscitata dalla pandemia, al di là delle pesanti conseguenze che potrà avere per la tenuta dell’euro, rivela ancora una volta l’incapacità della Germania di assumere il ruolo di vera guida politica dell’UE.

    Malgrado la sua potenza economica, nella storia della costruzione europea, la Germania ha sempre accuratamente evitato ogni forte iniziativa politica, lasciando alla Francia il ruolo di motore ideale del progetto europeo. Questa timidezza tedesca era imputabile a uno storico complesso di colpa e animata dallo scrupolo di non spaventare gli altri membri dell’Unione con un’eccessiva intraprendenza. In generale, in ogni aspetto della sua politica estera, nel Dopoguerra la Germania ha più che altro promosso i propri interessi economici senza perseguire un disegno politico che non fosse quello di rassicurare i suoi partner sul suo assoluto ravvedimento e pentimento per le colpe della Seconda Guerra Mondiale.

    Solo con il crollo del comunismo la Germania aveva dato l’impressione di voler riprendere un ruolo attivo nell’area centro-europea, in particolare quando contribuì fortemente alla decomposizione della Jugoslavia riconoscendo l’indipendenza di Slovenia e Croazia, anche contro il parere dei suoi alleati. I tempi di Kohl e Genscher avevano ridato al mondo l’immagine di una Germania potente e velleitaria che ricomponeva con la forza economica la sua antica sfera di influenza.

    Ma si trattò di una breve stagione, un’offensiva limitata, non ispirata a una nuova visione del proprio ruolo politico in Europa ma intesa soltanto a spianare il terreno della colonizzazione economica dell’ex blocco comunista che andò di pari passo con la riconquista e la ricostruzione della Germania Est. In seguito la Germania riaffondò nell’inazione, dedicando ogni forza e energia al perfezionamento della propria macchina economica davanti alla sfida della mondializzazione.

    La crisi economica del 2008, il conseguente risorgere di nazionalismi e nuovi populismi hanno messo a nudo la necessità di un rilancio del progetto europeo che vada verso una più forte unione politica. Ancora di più la Brexit ha fatto sentire l’esigenza di una nuova spinta ideale che rilanci la costruzione europea come unione di popoli e non di governi.

    Da molte parti si era creduto che in questa prospettiva la Germania avrebbe infine lasciato da parte le sue titubanze e i suoi ormai ingiustificati complessi di colpa per assumere finalmente in Europa un ruolo politico commensurato alla sua forza economica. La prospera e sicura Germania di Angela Merkel non faceva più paura e si auspicava che la Cancelliera avrebbe aperto una nuova stagione di protagonismo tedesco che portasse ad un progetto coraggioso di rinnovamento e ripensamento dell’Unione. In fin dei conti, la pacifica forza economica tedesca era più rassicurante dell’inguaribile gaullismo francese, profondamente europeista sì, ma con Parigi al centro di ogni gioco.

    La pandemia del Coronavirus e la devastante crisi economica hanno messo l’Unione europea alle corde: o si cambia o si affonda. E dopo i primi passi falsi di Lagarde, la BCE aveva preso la strada giusta, inaugurando una stagione di solidarietà europea che prometteva a termine un cambio di rotta anche politico. Sembrava che l’establishment europeo si fosse infine reso conto che al progetto economico serve una forte visione politica per reggersi in piedi, che gli europei hanno bisogno di sentirsi tutelati dall’Unione, di farne parte come cittadini, non soltanto come consumatori e che il comune destino che ci lega deve essere nutrito di ideali per avere l’appoggio della gente.

    La mossa del tribunale di Karlsruhe ci rivela invece che la classe dirigente tedesca vede le cose in una prospettiva completamente diversa. È il conto corrente dei tedeschi la bussola che gli statisti di Berlino seguono per disegnare la politica estera della più grande economia europea. Chi comanda in Germania si sta mostrando incapace di avere una visione europea, figuriamoci i grandi ideali. La Germania bottegaia resta prigioniera di un nanismo politico che sembra diventato ormai connaturato con lo Stato tedesco. A troppo a lungo recitare la parte di innocuo e laborioso paese dedito solo alla propria prosperità, la Germania si è auto-castrata. Non è più capace di essere una grande nazione e di assumere il ruolo di protagonista che molti si aspettavano da lei e che in fondo le spettava.

    Tags: bcecoronavirusCorte Costituzionaleeconomiagermaniaqe

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