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Bielorussia: "Kolesnikova in isolamento a Minsk". Scomparsi altri due oppositori

Il padre dell'attivista conferma la detenzione in carcere nella capitale, mentre non si hanno più notizie di Maxim Znak e Antonina Konovalova. Secondo il Comitato di coordinamento la leader anti-Lukashenko avrebbe "strappato il passaporto per non dover lasciare il Paese"

Bruxelles – La leader dell’opposizione bielorussa Maria Kolesnikova si trova in carcere a Minsk in isolamento. Lo ha riferito al sito indipendente bielorusso Tut.by il padre, Alexander Kolesnikov: “Maria è stata arrestata e si trova ora nel centro di detenzione in via Volodarski”. Il padre ha anche dichiarato di essere stato contattato dal capo del Comitato investigativo bielorusso.

Intanto un altro dissidente bielorusso sarebbe stato sequestrato e portato via su un furgone da alcuni uomini mascherati e in abiti civili, nella mattinata di mercoledì 9 settembre 2020. Questa volta si tratta dell’attivista Maxim Znak. Lo ha dichiarato all’agenzia di stampa russa Interfax un rappresentante del Consiglio di coordinamento dell’opposizione bielorussa: “Maxim ha lasciato lo staff di Victor Babariko (candidato alla presidenza a cui era stata impedita la corsa con l’arresto, ndr) insieme ad alcuni individui in borghese e mascherati. Sono saliti su un furgone e se ne sono andati”.

Nel pomeriggio di martedì 8 settembre si sono persi i contatti anche di un’altra dissidente bielorussa, Antonina Konovalova. “Al momento non sappiamo dove sia, d’un tratto al telefono è diventata irreperibile”, ha riferito lo staff di Svetlana Tikhanovskaya, la principale candidata dell’opposizione alle presidenziali del 9 agosto. La dinamica di entrambe le scomparse ricordano il rapimento di Maria Kolesnikova, poi conclusosi con l’arresto della dissidente al confine con l’Ucraina.

Gli sviluppi del caso Kolesnikova

Proprio sulle vicende al confine tra la Bielorussia e l’Ucraina che riguardano la leader dell’opposizione, arrivano versioni opposte dal Consiglio di coordinamento e dalle autorità di Minsk. Secondo la versione di una testimone oculare Kolesnikova era stata rapita lunedì 7 settembre verso le 10 di mattina nei pressi del Museo nazionale di arte di Minsk da uomini mascherati e in abiti civili. Non si sono più avute notizie fino alle 4 di mattina del giorno dopo, quando le autorità di frontiera con l’Ucraina hanno riferito dell’arresto della dissidente per aver cercato di “fuggire illegalmente dalla Bielorussia” con altri due compagni scomparsi, Anton Rodnenkov e Ivan Kravtsov. Dal primo momento l’opposizione ha parlato di messa in scena dei servizi speciali, perché la donna era “fermamente contraria all’opzione di andare in esilio all’estero”.

Anton Rodnenkov e Ivan Kravtsov in conferenza stampa a Kiev

Kravtsov, segretario esecutivo del Consiglio, e Rodnenkov, responsabile stampa, sono invece riusciti a riparare in Ucraina. I due hanno esposto gli eventi della notte tra martedì e mercoledì in conferenza stampa a Kiev: “Siamo stati caricati su un’auto diretti verso il confine. A un certo punto è apparsa Maria, abbiamo capito che stava opponendo resistenza ed è stata spinta con la forza sul sedile posteriore”. Non potendo uscire, “ha gridato che non sarebbe andata da nessuna parte. Non appena è salita in macchina, ha afferrato e strappato il suo passaporto in tanti piccoli pezzi, gettandolo fuori dal finestrino”. Arrivati alla frontiera, il piano di esilio forzato si sarebbe quindi vanificato e Kolesnikova sarebbe stata arrestata dalla polizia di frontiera per “fuga illegale”, appunto.

La versione dell’opposizione è stata confermata anche dal vice-ministro dell’Interno ucraino, Anton Gherashchenko: “Non era una partenza volontaria, ma una deportazione forzata. Grazie alla sua freddezza, questa donna coraggiosa è rimasta in Bielorussia. La responsabilità della sua vita e della sua salute ricade personalmente su Lukashenko”.

Stando alla versione ufficiale di Minsk, Kolesnikova sarebbe invece stata arrestata dalle autorità di frontiera con l’Ucraina “nel corso di un’azione rocambolesca di fuga“. Secondo il portavoce del Comitato statale di frontiera, Anton Bychkovsky, la donna sarebbe stata “spinta fuori” dalla Bmw su cui viaggiava: durante il passaggio del confine, nonostante i viaggiatori avessero già superato i controlli di frontiera, “l’auto ha bruscamente accelerato, creando un pericolo per la vita di un militare”. A quel punto “il mezzo di trasporto ha lasciato il territorio bielorusso”, ma senza Kolesnikova che, stando a quanto dice il portavoce, “si è trovata a terra, a quanto pare spinta fuori dall’auto”.

Successivamente al quartier generale di Viktor Babariko, è arrivata la comunicazione che la leader dell’opposizione era detenuta in una caserma nel distretto di Mozyr, nella regione di Gomel. Tuttavia, all’avvocato che si è presentato alla caserma per fornirle assistenza legale è stato detto che non c’era nessuna Maria Kolesnikova. Nelle ore che vanno dalle ore 4 di martedì 8 settembre alle ore 12 di mercoledì 9 settembre, c’è un buco su ciò che conosciamo riguardo allo stato di detenzione della dissidente bielorussa.

Anche il presidente Alexander Lukashenko è intervenuto sulla vicenda in un’intervista alla tv di Stato russa. Il presidente ha sostenuto che Kolesnikova “voleva davvero scappare in Ucraina, perché presumibilmente lei lì ha una sorella” e che ritiene corretto il suo arresto se ha cercato di farlo illegalmente.

Le reazioni internazionali

“Per chi batte il nostro cuore è chiaro: per i dimostranti bielorussi”. Ha commentato così i recenti avvenimenti la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Il governo tedesco si sta però interrogando su come aiutare i dimostranti senza metterli ulteriormente in pericolo: “Si tratta di trovare un modo responsabile di sostenere l’opposizione”, ha affermato la cancelliera, ricordando la sua esperienza personale da dissidente nella Ddr.

Sulla stessa linea d’onda il presidente del gruppo del Ppe al Parlamento Europeo, Manfred Weber: “Non molto tempo fa la semplice idea di libertà ha rotto la cortina di ferro in Europa. Ora vediamo di nuovo questo coraggio e la volontà di cambiare in Bielorussia. Hanno bisogno del nostro supporto”, ha scritto su Twitter. “Abbiamo urgentemente bisogno della lista delle persone che saranno sanzionate, in modo che i responsabili sentano le conseguenze dei loro crimini”, ha concluso Weber.

Attraverso le parole della sottosegretaria agli Esteri, Wendy Morton, anche il governo britannico ha ribadito di non riconoscere l’esito delle elezioni presidenziali “fraudolente” e che “condanna le violenze contro dimostranti pacifici e gli arresti di giornalisti, inclusi due della BBC“. Downing Street sostiene le sanzioni imposte dall’Occidente contro Minsk e invoca un’inchiesta Osce sul comportamento delle autorità di Minsk: “Il governo del presidente Lukashenko è chiamato a rispondere delle sue azioni dopo lo svolgimento di un’inchiesta indipendente”.

Gli Stati Uniti sono invece “profondamente preoccupati dai tentativi di espulsione dei leader dell’opposizione in Bielorussia”, ha dichiarato il segretario di Stato, Mike Pompeo. “In coordinamento con i partner e gli alleati, stiamo considerando ulteriori sanzioni mirate per promuovere la responsabilità di coloro che sono coinvolti negli abusi di diritti umani e nella repressione in Bielorussia”, ha aggiunto il segretario di Stato. Concludendo, Pompeo ha intimato alle autorità bielorusse di mettere fine alla “violenza contro la propria gente, rilasciare tutti coloro che sono ingiustamente detenuti e impegnarsi in un dialogo con i rappresentanti della società civile”.

Fronte orientale

Per quanto riguarda la Russia, invece, la reazione è di tipo opposto. “In generale, non siamo pronti a riconoscere che ci sono prigionieri politici in Bielorussia”, ha fatto sapere il presidente Vladimir Putin attraverso il suo portavoce, Dmitri Peskov, commentando l’arresto di Maria Kolesnikova, l’esilio forzato di diversi attivisti o la loro scomparsa. Il portavoce ha anche riferito che non c’è alcun tipo di contatto tra il Cremlino e i rappresentanti dell’opposizione bielorussa: “L’autoproclamato Consiglio di coordinamento dell’opposizione è stato riconosciuto come illegale dalla Corte costituzionale bielorussa. Ecco perché ogni rapporto è fuori questione”.

Durante i colloqui tra il presidente bielorusso Lukashenko e l’omologo russo Putin, sembra essersi stretta ancora di più l’alleanza liberticida tra i due Paesi: “Sapete a quale conclusione siamo arrivati con la leadership russa e con il suo establishment? Che se la Bielorussia crolla oggi, la Russia verrà dopo“, ha commentato Lukashenko alla tv di Stato russa. “Se pensate che la ricca Russia possa far fronte alle proteste, vi sbagliate. Ho parlato con il mio amico più anziano Vladimir Putin, che io chiamo fratello maggiore, e l’ho avvertito. Non si può resistere a tutto questo”.

Secondo alcune indiscrezioni dell’agenzia Interfax, Lukashenko non ha escluso la possibilità di elezioni presidenziali anticipate, dopo una non meglio precisata riforma costituzionale. “Forse sono rimasto al potere un po’ troppo“, ha concesso sinteticamente. Quello che è stato definito l‘ultimo dittatore d’Europa si trova ormai stretto tra le proteste incessanti nella capitale Minsk e la morsa dell’ingombrante vicino russo. Putin sta ora organizzando con grande attenzione l’ormai imminente visita di Lukashenko a Mosca: “Non inghiottiremo Minsk, è una cosa puramente insensata”, promette il Cremlino.

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