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Intelligenza artificiale, il Parlamento Europeo si spacca sul riconoscimento biometrico a distanza

Intelligenza artificiale, il Parlamento Europeo si spacca sul riconoscimento biometrico a distanza

Durante il dibattito in plenaria si è confermata la frattura tra popolari e socialdemocratici sull'utilizzo di una delle applicazioni più controverse da parte delle forze dell'ordine e della magistratura. La relazione è stata approvata grazie al fronte compatto di S&D con liberali, Verdi e sinistra radicale

Bruxelles – Sul punto più controverso della proposta della Commissione UE del quadro normativo sull’intelligenza artificiale il Parlamento Europeo si divide. I popolari si sono schierati con la destra di Identità e Democrazia, votando contro la risoluzione per bandire le applicazioni di identificazione a distanza attraverso la biometria. I Conservatori e Riformisti Europei si sono a loro volta spaccati a metà, una parte appoggiando gli emendamenti del PPE, un’altra astenendosi.

Le molteplici fratture – nella maggioranza parlamentare che sostiene l’esecutivo von der Leyen, così come all’interno delle destre europee (di cui fanno parte rispettivamente Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia) – erano già emerse a giugno, nel corso della votazione sulla relazione a firma Petar Vitanov (S&D) in commissione per le Libertà civili (LIBE). Quelle che vengono percepite dalla maggioranza come “forme di discriminazione” nel contesto dell’uso da parte delle forze dell’ordine e della magistratura sono rimaste l’ostacolo su cui è naufragata la possibilità di trovare un largo consenso in plenaria riguardo ai limiti da porre alla proposta dell’esecutivo UE. Con il voto di ieri (martedì 5 ottobre), la risoluzione del Parlamento Europeo sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale nel diritto penale è stata approvata con 377 voti a favore, 248 contrari e 62 astenuti.

Il capo-delegazione del Partito Democratico, Brando Benifei (S&D)

La maggioranza degli eurodeputati ha chiesto un divieto permanente all’uso di dettagli biometrici per riconoscere le persone in spazi accessibili al pubblico: impronte digitali, DNA, voce, andatura. Le preoccupazioni del fronte S&D-Renew-Verdi-Sinistra ricalcano la posizione del Garante europeo della protezione dei dati (GEPD) e del Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB) sulla questione del riconoscimento a distanza delle caratteristiche umane, come ricordato nel corso del confronto in plenaria dal relatore ombra nella commissione speciale per l’Intelligenza artificiale (AIDA), Brando Benifei. “Pensiamo solo a cosa potrebbe avvenire in Stati o città non attenti al rispetto delle libertà fondamentali”, è stato l’avvertimento del capo-delegazione del Partito Democratico. Riprendendo alcuni dei pareri espressi nel corso della conferenza di alto livello sull’intelligenza artificiale di metà settembre, Benifei ha alzato l’asticella: “Rispetto alla protezione dei dati personali abbiamo le leggi più avanzate del mondo, sulle tecnologie emergenti non possiamo arretrare nemmeno di un millimetro“.

“Il progresso non deve mai andare contro l’interesse e i diritti dei cittadini: non è questione di se, ma di quali applicazioni vietare”, ha rincarato la dose il relatore Vitanov. Nel quadro normativo presentato dall’esecutivo UE dovrà essere incluso il divieto di utilizzo di applicazioni di intelligenza artificiale “incompatibili con le libertà fondamentali” e che “si basano su discriminazioni da parte degli algoritmi”. Su questo aspetto hanno serrato le fila anche gli eurodeputati di Renew Europe e della Sinistra. “L’uso da parte delle forze dell’ordine è una questione politica, non tecnica, e ora dobbiamo affrontare nuove sfide che derivano dalla capacità di saper sfruttare adeguatamente o meno questi strumenti”, ha avvertito il presidente della commissione AIDA, Dragoş Tudorache (Renew Europe). Per Cornelia Ernst (La Sinistra) il riconoscimento biometrico a distanza “è inaccettabile”, perché “agevolare il lavoro della polizia non può giustificare l’uso automatico di una tecnologia invasiva”.

L’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, Sabrina Pignedoli

L’eurodeputata in quota Movimento 5 Stelle, Sabrina Pignedoli, ha definito quello sul riconoscimento facciale un “tema delicato, su cui bisogna discutere e trovare un equilibrio“. Ma ha voluto anche ricordare che l’intelligenza artificiale deve diventare “uno strumento fondamentale per contrastare più efficacemente il crimine informatico”, riprendendo una questione su cui l’Eurocamera ha preso una posizione forte lo scorso giugno. Se “la prevenzione è meglio della cura”, non si può però dimenticare la fase di contrasto alla criminalità, informatica e non: “L’uso automatizzato di queste tecnologie non è sostitutivo delle attività locali di polizia”, ha attaccato Kim Van Sparrentak (Verdi/ALE). Il collega di gruppo politico, Marcel Kolaja, ha invece attaccato gli emendamenti del PPE che “chiedono di legalizzare strumenti per spiare i cittadini, un modo per gli oligarchi dell’Europa dell’Est per violare ancora più sistematicamente gli standard democratici”, è stato l’affondo dell’eurodeputato ceco.

Lo scontro con le destre

Sono stati proprio gli emendamenti proposti dai popolari a incendiare il dibattito al Parlamento Europeo sulla questione dei rischi dell’intelligenza artificiale. “Dobbiamo affrontare i cambiamenti nella società, come nel caso della criminalità che sposta le proprie operazioni online”, ha rivendicato l’eurodeputato belga Tom Vandenkendelaere. Per un “contrasto più mirato da parte delle forze di polizia”, la condizione posta dal PPE è un uso dell’intelligenza artificiale “senza pregiudizi e senza dare carta bianca”. Rimane centrale il tema delle garanzie dei diritti fondamentali, ma la partita si gioca sul divieto assoluto dell’uso del riconoscimento biometrico. “Non possiamo ignorare i vantaggi di queste tecnologie solo a causa di alcuni problemi”, ha tagliato corto Vandenkendelaere, che ha fatto leva sul “contesto di principi e valori” su cui si dovrebbe basare il quadro giuridico di garanzia: proporzionalità, trasparenza e definizione specifica dell’uso, “che questa relazione non prende in considerazione”.

Durissima la posizione di ID, che attraverso l’intervento di Jean-Lin Lacapelle ha accusato l’Unione Europea nel suo insieme di “rovinare e trasformare in materia ideologica” uno strumento “ammirevole e stupefacente” come l’intelligenza artificiale: “Ne volete limitare l’utilizzo, sostenendo vagamente che amplifica le discriminazioni”, ha attaccato i colleghi l’eurodeputato francese. Più possibilista (in quanto relatore del parere per la commissione Affari giuridici) Angel Dzhambazki, dalle fila di ECR: “Le nuove tecnologie possono comportare errori sproporzionati e per questo dobbiamo difendere i diritti e le libertà fondamentali”. Tuttavia, “bocciare gli emendamenti del PPE è un atto contro gli interessi dell’Unione Europea”, è stata la critica alla maggioranza del Parlamento.

La commissaria europea per gli Affari interni, Ylva Johansson

Nel corso del dibattito in Aula è intervenuta anche la commissaria europea per gli Affari interni, Ylva Johansson: “La tecnologia deve essere compatibile con i diritti dei cittadini, ma è una necessità per le forze dell’ordine”. La commissaria Johansson ha ricordato che “la nostra proposta riconosce l’intelligenza artificiale come uno strumento strategico contro terrorismo e criminalità organizzata”, ma anche che “l’utilizzo deve essere affidabile e sicuro”, dal momento in cui “nell’UE non c’è spazio per la sorveglianza di massa né il social scoring” (sistemi che premiano o penalizzano i singoli cittadini rispetto ai comportamenti rilevati da strumenti tecnologici). In ultima battuta, Johansson ha assicurato che “per i casi ad alto rischio sono richiesti standard di sicurezza più elevati” e che l’essere umano avrà sempre l’ultima parola: “Controlleremo che il loro utilizzo non porti a esiti razzisti o discriminatori”.

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