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No Woman No Panel, in Italia e in Europa la parità di genere non è ancora una realtà

No Woman No Panel, in Italia e in Europa la parità di genere non è ancora una realtà

Al dibattito organizzato da Rai Radio1 con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea presentato il memorandum d'intesa "No Women No Panel - Senza Donne Non Se Ne Parla" per una rappresentanza paritaria ed equilibrata nelle attività di comunicazione

Bruxelles – Senza donne non se ne parla. O almeno così dovrebbe essere, anche se non lo è. Ad accendere nuovamente il riflettore sulla (dis)parità di genere in Italia e in Europa è stato il dibattito ‘NoWomenNoPanel’ organizzato oggi (22 novembre) dagli uffici del Parlamento europeo in Italia e della Rappresentanza della Commissione europea in Italia, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, celebrata il 25 novembre.

Nel corso della conferenza, la direttrice di Radio1, Simona Sala, ha promosso il Memorandum d’Intesa “No Women No Panel – Senza Donne Non Se Ne Parla” per una rappresentazione paritaria ed equilibrata nelle attività di comunicazione, che ha ricevuto l’adesione del Capo dello Stato Sergio Mattarella con l’invio di una medaglia di grande formato della Presidenza della Repubblica come premio di rappresentanza.

Elena Bonetti

“Serve un cambiamento culturale, bene che chi è animatore della cultura si metta in campo”, ha ricordato la ministra delle Pari Opportunità, Elena Bonetti, sostenendo l’iniziativa del Protocollo d’intesa presentato oggi. Si sofferma sulla “monotonia dell’unidirezionalità di un messaggio comunicativo che non tenga in conto del necessario dialogo tra la diversità di genere”.

Una realtà del genere “è del tutto inadeguata ad affrontare le sfide della complessità, che si affrontano e si risolvono con un approccio capace di tenere conto della doppia esperienza dell’umanità, che è quella maschile e femminile”. Da donna di scienza ricorda che entrambi i sessi, donne e uomini, “hanno competenze che hanno il diritto di essere espresse”. Come governo, nonostante i passi avanti fatti, “la nostra intenzione è quella di non fermarci”.

Da Strasburgo è arrivata la voce dell’eurodeputata Irene Tinagli, ricordando quanto l’Europarlamento si stia impegnando per fare progressi in questa direzione. “A livello europeo abbiamo tante donne” che occupano posizioni di rilievo. Ma quanto all’Italia “si deve lavorare ancora tanto per la parità di genere, anche rispetto ad altri Paesi europei che hanno lavorato tanto e noi dobbiamo fare altrettanto”. Il dibattito cerca di sollevare il tema di una presenza equilibrata dei generi in tutte le discussioni pubbliche, politiche e non. “Assicurare che ogni dibattito sia un dibattito paritario è una priorità”, sintetizza Antonio Parenti della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea. Ricorda che la Commissione Europea a guida Ursula von der Leyen “ha messo la parità di genere all’interno della sua agenda politica”. Ha voluto un collegio dei commissari che fosse in perfetto equilibrio di genere e lei stessa rappresenta la prima donna al vertice dell’esecutivo comunitario, segno che un cambiamento sulla presenza ai vertici del potere è possibile.

Mara Carfagna

In discussioni pubbliche o panel politici “spesso mi capita di essere la sola donna, mi chiedo il perché”, ha riconosciuto anche la ministra per il Sud, Mara Carfagna. “Un tavolo con solo uomini è un tavolo con un’idea in meno, impoverisce la nostra democrazia. Le donne non sono panda da chiamare solo quando si parla di bambù: sono professioniste ed esperte che hanno il diritto di esprimersi e non essere relegate in ruoli di secondo piano”. Da ministra per la Coesione territoriale parla della difficoltà di garantire la parità di genere al Sud, dove “lavora una donna su tre”. Il lavoro come l’affermazione professionale è la “migliore forma di emancipazione per le donne”, ha chiosato.

Ma non è solo una mera questione di presenza femminile nei panel o nei dibattiti pubblici. La parità di genere passa attraverso varie dinamiche, dalla rappresentanza limitata ai vertici di potere, agli stipendi inferiori alle pensioni più basse e a maggiori rischi di povertà. La parità salariale “è prevista dai trattati dell’Unione Europea da più di sessant’anni, ma non è ancora una realtà”.

A dirlo, senza mezzi termini, è la commissaria europea per l’Uguaglianza, Helena Dalli, intervenendo in un collegamento da Bruxelles. In media le donne guadagnano il 16 per cento in meno degli uomini, sono solo l’8 per cento degli amministratori delegati delle aziende in Europa: il divario di genere nel lavoro nonostante i progressi non è colmato. “La Commissione Europea si è impegnata contro la disparità di stipendi, ma c’è ancora tanto da fare”. Dalli ricorda di aver presentato a marzo una proposta di direttiva per la trasparenza salariale per introdurre misure vincolanti per attestare e dimostrare eventuali pregiudizi retributivi di genere”. Progressi lenti e disomogenei, la commissaria approfitta dello spazio per esortare gli Stati dell’UE a sbloccare e approvare lala cosiddetta direttiva ‘Donne nei consigli di amministrazione” per introdurre una procedura aperta e trasparente per raggiungere un minimo di 40 per cento delle donne nei consigli non esecutivi delle società dell’UE. La direttiva è bloccata da sette anni da una minoranza di Stati membri in Consiglio.