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Dall'abolizione del voto all'unanimità all'Unione della salute, l'Eurocamera avvia l'iter per riformare i trattati europei
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Dall'abolizione del voto all'unanimità all'Unione della salute, l'Eurocamera avvia l'iter per riformare i trattati europei

Approvata in plenaria la risoluzione per chiedere ai capi di stato e di governo di istituire una Convenzione per la revisione dei trattati, con una serie di proposte per una nuova architettura democratica dell'UE: dall'abolizione dei poteri di veto, espansione dei poteri dell'Unione in materia di salute, energia, difesa e politiche sociali ed economiche

Bruxelles – Dall’energia alla salute, dall’architettura democratica alla difesa. E’ una maggioranza sostanziale quella che oggi (9 giugno) ha approvato a Strasburgo una risoluzione comune per chiedere al Consiglio dell’UE di convocare una convenzione per dar vita a una revisione dei Trattati europei su alcune delle materie che lo richiedono. L’atto di indirizzo – firmato dai gruppi S&D, Renew Europe, Verdi e la Sinistra (il Partito popolare europeo ha sostenuto l’iniziativa ma non ha contribuito alla sua stesura – è stato adottato nell’ultima giornata di plenaria con 355 voti favorevoli, 154 contrari e 48 astensioni.

L’intenzione di aprire una convenzione per rimettere mano ai trattati era stata espressa chiaramente a inizio maggio con l’approvazione di una risoluzione con cui dar seguito alle proposte della Conferenza sul futuro dell’Europa, l’inedito esercizio di democrazia partecipativa a cui si deve nei fatti l’aver aperto la discussione sulla revisione dei trattati. A maggio l’Europarlamento ha incaricato la commissione Affari costituzionali (AFCO) di individuare quali articoli dei trattati rivedere e in che modo farlo. Così da sottoporre la questione al Consiglio e avviare l’iter di revisione attraverso una convenzione.

Come era ormai prevedibile, gli eurodeputati hanno chiesto di rivedere le procedure di voto in seno al Consiglio per “migliorare la capacità di azione dell’Unione europea”. Nello specifico questo significa passare da un sistema di voto all’unanimità al voto a maggioranza qualificata in ambiti che vengono specificati all’interno della risoluzione: le sanzioni, le cosiddette clausole passerella e le emergenze.

Il tema “sanzioni” è stato particolarmente vivo anche nel corso del confronto che gli eurodeputati hanno avuto in mattinata prima del voto. E’ particolarmente sentito perché l’Unione Europea è riuscita solo la settimana scorsa ad accordarsi sul sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina, che includeva anche un embargo graduale sul petrolio importato da Mosca. Il premier magiaro Viktor Orbán è stato nome più menzionato all’interno del dibattito, colpevole – secondo gli eurodeputati – di aver bloccato per settimane l’embargo petrolifero grazie al principio dell’unanimità che serve in Consiglio per approvare alcune questioni, come proprio le sanzioni (in generale le decisioni sulla politica estera).

“Vorrei ricordarvi cosa è accaduto con l’ultimo pacchetto di sanzioni, a causa del unanimità e del diritto di veto”, ha ammonito l’eurodeputato dei liberali di Renew Europe, Guy Verhofstadt, uno dei tre co-presidenti della Conferenza sul futuro dell’Europa che si è fatto promotore dell’iniziativa. Anche per l’eurodeputato dei Verdi, Daniel Freund, quello che prima era uno strumento (il principio dell’unanimità) introdotto per la tutela delle minoranze ora viene usato per bloccare le proposte in seno al Consiglio, il potere di “veto è sfruttato per avere soldi in più, per smantellare lo stato di diritto”, ha accusato.

Il tema del superamento del voto all’unanimità è stato sempre al cuore delle richieste dell’Europarlamento su come andrebbe riformata l’Unione Europea. Difficile che si realizzi, ma stavolta trova sostegno e ampia apertura da parte della Commissione UE. La stessa leader dell’Esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, alla cerimonia conclusiva della Conferenza sul futuro dell’Europa del 9 maggio scorso si è espressa a favore dell’abolizione del voto all’unanimità, perché su tante questioni l’UE non va veloce quanto dovrebbe.

Nel suo intervento Verhofstadt ha menzionato anche la cosiddetta ‘clausola passerella’, una procedura introdotta dal Trattato di Lisbona che consente di modificare i Trattati europei attraverso una modalità semplificata, permettendo in seno al Consiglio europeo il voto sulla singola proposta di modifica senza l’unanimità degli Stati ma con una maggioranza qualificata.

Strasburgo chiede inoltre un adattamento delle competenze dell’Unione Europea (rispetto alle competenze nazionali degli Stati membri), in alcuni settori in cui ne ha poche (perché “concorrenti” con i governi) o nessuna. Nell’atto di indirizzo si citano espressamente i settori della salute e delle minacce sanitarie transfrontaliere (dal momento che Bruxelles ha dimostrato all’inizio lenta capacità di risposta alla pandemia COVID-19 completamento dell’unione energetica basata sull’efficienza e sulle energie rinnovabili, nella difesa e nelle politiche sociali ed economiche. Richiesto inoltre di garantire la piena attuazione del Pilastro europeo dei diritti sociali e incorporare il progresso sociale, collegato a un Protocollo sul progresso sociale, nei Trattati.

Quanto all’architettura democratica dell’Unione, Strasburgo ha chiesto competenze per il Parlamento in materia di legislazione (il diritto di iniziativa legislativa), nonché i pieni diritti di co-legislatore sul bilancio UE, e di rafforzare la procedura di tutela dei valori fondanti dell’Unione e chiarire la definizione e le conseguenze delle violazioni ( 7 TUE e Carta dei diritti fondamentali).

Tutte le questioni sollevate dal Parlamento finiranno sul tavolo dei capi di Stato e governo al prossimo Consiglio europeo, a cui spetterà di decidere se istituire una Convenzione. Al Consiglio è sufficiente una maggioranza semplice (14 Stati membri, la metà più uno) per aprire una convenzione europea in cui discutere di riforma dei trattati, e in effetti non è così impossibile come idea. L’iniziativa è sostenuta da governi dal peso politico della Germania, la Francia e l’Italia. A frenare di più sono gli Stati più piccoli, che si appellano alla garanzia del potere di veto per avere più peso politico in seno al Consiglio, dove altrimenti rischiano di “sparire”. A livello ministeriale, i governi dovrebbero trattare l’argomento al prossimo Consiglio Affari Generali in programma il 21 giugno.

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