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Intesa tra gli ambasciatori Ue per congelare 6,3 miliardi di euro dai fondi della politica di coesione per l'Ungheria

Intesa tra gli ambasciatori Ue per congelare 6,3 miliardi di euro dai fondi della politica di coesione per l'Ungheria

Nell'ambito del meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto, gli Stati membri hanno deciso che le misure correttive di Budapest non affrontano "in modo sufficiente" le violazioni, passando dal 65 al 55 per cento dei fondi sospesi. La procedura scritta attesa entro il 14 dicembre

Bruxelles – Il colpo più duro per Budapest è arrivato nella tarda serata di lunedì 12 dicembre dagli ambasciatori degli Stati membri Ue. Il Coreper (Comitato dei rappresentanti permanenti, che sono gli ambascaitori del 27 Paesi membri) ha raggiunto la maggioranza qualificata richiesta per imporre misure di protezione del bilancio dell’Unione contro le conseguenze delle violazioni dello Stato di diritto in Ungheria, con la raccomandazione al Consiglio di adottare la decisione di attuazione del regolamento attraverso procedura scritta entro domani (mercoledì 14 dicembre).

Orban von der Leyen Ungheria Ue
Il primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orbán, e la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen

Rispetto alla valutazione della Commissione Ue, che prevedeva il congelamento del 65 per cento dei fondi destinati all’Ungheria attraverso la politica di coesione dell’Unione (pari a 7,5 miliardi di euro), gli ambasciatori hanno trovato l’accordo per una sospensione del 55 per cento dei fondi stessi, per un ammontare di circa 6,3 miliardi di euro in impegni di bilancio. Secondo quanto evidenziato in Coreper, le criticità maggiori riguardano gli appalti pubblici, l’efficacia dell’azione penale e la lotta alla corruzione, nonostante l’impegno di  Budapest ad adottare una serie di misure correttive per rispondere alle preoccupazioni delle istituzioni comunitarie. Tuttavia, dal momento in cui le riforme finora adottate presentano “significative carenze che ne compromettono seriamente l’adeguatezza“, il Consiglio ritiene che il rischio per il bilancio dell’Unione “resta elevato”.

La “ragionevole approssimazione” nello stabilire il rischio residuo per il bilancio comunitario (il congelamento del 55 per cento dei fondi) è stato definito “alla luce del numero e dell’importanza delle misure correttive attuate in modo soddisfacente e dato il grado di cooperazione” dell’Ungheria, sottolineano in una nota gli ambasciatori Ue. Anche se gli Stati membri hanno riconosciuto il lavoro svolto dalle autorità ungheresi, hanno sostanzialmente seguito la valutazione della Commissione del 30 novembre (riconfermata il 9 dicembre) sulla proporzionalità delle misure che sono “di natura temporanea”. La revoca potrà essere decisa dal Consiglio (su proposta dell’esecutivo comunitario) “senza perdita di finanziamenti dell’Unione”, se la situazione sarà “completamente risolta entro due anni”.

L’iter di congelamento dei fondi dell’Ungheria

L’attivazione del meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto era iniziata lo scorso 27 aprile, con la notifica scritta della Commissione all’Ungheria, il primo passo della procedura che consente a Bruxelles di sospendere i pagamenti provenienti dal bilancio pluriennale a un Paese membro, quando le violazioni dello Stato di diritto hanno o rischiano di avere un impatto negativo sul bilancio europeo. L’attivazione del meccanismo è giustificata da “serie preoccupazioni” sull’uso dei fondi attraverso il quadro finanziario pluriennale 2021-2027, in particolare per quanto riguarda il public procurement (spesa pubblica destinata all’acquisto diretto di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione), audit (valutazioni indipendenti di controllo delle spese), trasparenza, prevenzione delle frodi e corruzione.

Ungheria Ue Reynders Varga
Il commissario europeo per la Giustizia, Didier Reynders, e la ministra della Giustizia ungherese, Judit Varga

Nonostante l’impegno del governo Orbán con 17 misure nel corso dell’estate, il gabinetto von der Leyen ha proposto lo scorso 18 settembre di sospendere il 65 per cento dei fondi destinati all’Ungheria attraverso la politica di coesione dell’Unione, pari a 7,5 miliardi di euro. I programmi operativi interessati sono tre e dovrebbero essere finanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), dal Fondo di coesione, dal Fondo per la transizione giusta (Jtf) e dal Fondo sociale europeo Plus (Fse+): ‘Ambiente ed efficienza energetica Plus’, ‘Trasporto integrato Plus’, e ‘Sviluppo territoriale e degli insediamenti Plus’. È previsto anche il divieto di assumere nuovi impegni giuridici con i trust di interesse pubblico nell’ambito di qualsiasi programma dell’Unione in gestione diretta e indiretta.

Inizialmente Orbán ha provato a tastare il terreno per creare un blocco di Paesi contrari all’interno del Consiglio, ma – dopo aver capito non avere i numeri per andare allo scontro – ha deciso di percorrere la strada dell’allineamento alle richieste di Bruxelles. Grazie alla proroga di due mesi concessa dal Consiglio (inizialmente era prevista per il 19 ottobre), la Commissione ha potuto pubblicare la sua valutazione il 30 novembre e, su richiesta dello stesso Consiglio, una seconda venerdì scorso (9 dicembre), che ha sostanzialmente confermato i punti emersi sull’insufficienza delle 17 misure correttive dell’Ungheria.

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Da sinistra: il primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orbán, e della Polonia, Mateusz Morawiecki

Quella in corso è una procedura amministrativa, non penale, e questo significa che non ha effetti legali né può essere impugnata. Nel novembre dello scorso anno erano state inviate due lettere a Budapest e a Varsavia (sulla Polonia la Commissione deve ancora esprimersi) con una richiesta di spiegazioni sulle violazioni dello Stato di diritto in atto. In risposta, i due Paesi membri si erano rivolti alla Corte di Giustizia dell’Ue, ma il 16 febbraio i loro ricorsi sono stati respinti: i giudici europei hanno sottolineato che il meccanismo è stato adottato “sul fondamento di una base giuridica adeguata”, che rispetta “i limiti delle competenze attribuite all’Unione e il principio della certezza del diritto” e che è compatibile con la procedura prevista all’articolo 7 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. In altre parole, si tratta di un meccanismo parallelo e non in contrasto con la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Ue in caso di violazione “grave e persistente” da parte di un Paese membro dei principi fondanti dell’Unione.

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