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Battagliera su immigrazione e niente conferenza stampa, la prima di Meloni al vertice Ue
Niente conferenza stampa di fine vertice Ue per Giorgia Meloni. La porta della sala italiana in Consiglio resta chiusa

Battagliera su immigrazione e niente conferenza stampa, la prima di Meloni al vertice Ue

La presidente del Consiglio lascia Bruxelles senza l'appuntamento di rito. Evoca la possibilità di un summit straordinario per discutere di flussi e soprattutto sbarchi

Bruxelles – Un vertice straordinario per discutere di immigrazione. Giorgia Meloni può dire di aver lasciato il vertice del Consiglio europeo, il suo primo nella sua nuova veste di capo del governo, con piglio determinato e battagliero su un tema che resta centrale per l’Italia e ancora tutto da risolvere a livello europeo. Potrebbe dirlo, ma decide di andare via senza tenere la tradizionale conferenza stampa di rito. Neanche una dichiarazione, veloce, sulla via del ritorno. Una scelta che nel giorno dell’esordio al tavolo dei leader, non passa inosservata.

La versione dei fatti e il racconto sul successo della riunione per Paese e governo, la lascia a Raffaele Fitto. “E’ stato un esordio positivo con ruolo di protagonismo“, assicura il ministro per gli Affari europei a margine dei lavori vertice Ue, mentre le discussioni sono ancora in corso. “Sono stati raggiunti importanti risultati, e il ruolo del presidente Meloni è stato importante”.

Nella riunione dei Ventisette che sancisce lo status di candidato all’adesione per la Bosnia-Erzegovina e che decreta il mandato a chiudere su un meccanismo di calmierazione dei prezzi del gas, Meloni si rende protagonista nel dibattito sui migranti, così riferiscono fonti ben informate. Quello migratorio, avrebbe detto la presidente del Consiglio, è “tema complesso su cui gli Stati Membri hanno talvolta visioni differenti, ma sul quale è importante dare un segnale politico e un impegno chiaro da parte dell’Ue e, se necessario, anche ponendo il tema al centro di un vertice ad hoc“.

L’Italia lancia la proposta, decisa a riaprire un file su cui indubbiamente sono stati compiuti passi avanti, almeno per ciò che riguarda la dimensione interna, e cioè redistribuzione e ricollocamenti delle persone in arrivo. In ogni caso tutto è rimandato al 2023 (9 febbraio, data di summit già individuata, per discutere anche di risposta europea all’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti).

L’iniziativa di un vertice straordinario per parlare di immigrazione è la risposta ai rilievi sollevati dai Paesi Bassi. Nel corso del dibattito sulle relazioni con i Paesi del cosiddetto vicinato meridionale (Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia), il premier olandese ha richiamato l’attenzione sui movimenti secondari, lo spostamento da uno Stato membro dell’Ue una volta arrivati su suolo comunitario. Un fenomeno per cui vorrebbero risposte anche Austria e Belgio, e che vede l’Italia chiamata in causa in quanto Paese di primo arrivo.

Del resto il sistema Paese, già in occasione della crisi migratoria del 2015, è stata criticata per l’insufficienza di centri di accoglienza e registrazioni dei richiedenti asilo. , e a distanza di anni il dibattito su solidarietà-responsabilità (ricollocamenti dopo registrazioni) non sembra superato. Qui, riferiscono le fonti, la premier avrebbe replicato criticando l’attuale sistema per cui ontinuare a scaricare tutto sui Paesi di approdo non è sostenibile. “La migrazione non può continuare a essere gestita in assenza di una soluzione strutturale in Europa”, ha detto la premier, chiedendo di fatto una risposta europea. “La migrazione è un tema centrale per Italia” ma un problema europeo, che come tale va affrontato.

Lo dicono fonti, non lo dice lei che alla conferenza stampa preferisce il silenzio stampa. Scelta legittima, ma comunque in stridente contrapposizione con la voglia di essere protagonista e far vedere che l’Italia c’è. I leader di Spagna, Portogallo, Svezia, Finlandia, Croazia parlano e spiegano esiti e posizioni. Lo stesso fanno quelli di Francia, Germania, Paesi Bassi e Belgio, stati fondatori dell’Ue al pari di un’Italia di cui, invece, non c’è traccia. O meglio, sì.

Nella sua prima a Bruxelles per un vertice dei leader, Meloni tiene incontra i primi ministri di Repubblica ceca e Polonia. Ragioni politiche, visto che si tratta di altri due Paesi i cui leader vedono il proprio partito all’interno dei Conservatori europei, di cui Meloni è presidente. Ma scegliere loro e non tenere incontri con Francia e Germania offre un’indicazione di dove e come si colloca l’Italia sullo scacchiere a dodici stelle.

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