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    Home » Politica Estera » Elezioni in Usa: la presidenza Harris è la più auspicabile per l’Europa, ma senza l’illusione che l'”ombrello statunitense” sia ancora aperto

    Elezioni in Usa: la presidenza Harris è la più auspicabile per l’Europa, ma senza l’illusione che l'”ombrello statunitense” sia ancora aperto

    Questo il contenuto chiave dello studio di Ian Bond e Luigi Scazzieri per il Center for European Reform, che analizza l'impatto della vittoria di Kamala Harris contro Donald Trump

    Noemi Morucci di Noemi Morucci
    30 Settembre 2024
    in Politica Estera
    Kamala Harris, vicepresidente degli Stati Uniti, interviene con un videomessaggio alla plenaria del Parlamento europeo

    Kamala Harris, vicepresidente degli Stati Uniti, interviene con un videomessaggio alla plenaria del Parlamento europeo

    Bruxelles – Le elezioni statunitensi sono alle porte e la decisione di Joe Biden di ritirarsi a favore di Kamala Harris ha aperto nuovamente la partita con Trump su chi sarà il 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Per l’Europa, la presidenza Harris “segnerebbe la continuità delle relazioni transatlantiche“, ma è chiaro che non ci sarà, con nessuno dei due candidati, un ritorno alla politica pre-Trump.

    Questo il contenuto chiave dello studio di Ian Bond e Luigi Scazzieri per il Center for European Reform, che spiega quale sarebbe l’impatto della vittoria delle elezioni presidenziali statunitensi il 5 novembre della candidata democratica Kamala Harris.

    La vicepresidente Usa è un’avversaria temibile per il repubblicano Donald Trump, la cui vittoria contro Biden era stata quasi per scontata. Per l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, “ci sarà sicuramente una gran differenza” in base a chi sarà il prossimo presidente Usa, e Harris attualmente sembra essere la migliore tra le due opzioni per l’Europa.

    Un’ipotetica vittoria di Donald Trump metterebbe in difficoltà le relazioni Usa-Ue e la sicurezza europea. L’approccio del repubblicano, soprattutto sull’Ucraina e sulla Nato, apre delle prospettive allarmanti per l’Europa.

    La sua contrarietà all’assistenza all’Ucraina, unita al supporto al presidente russo Vladimir Putin, preoccupano dall’altra parte dell’Atlantico, ma anche la posizione di Harris sul tema non è così netta.

    La candidata, per quanto fortemente critica nei confronti di Putin, riflette la grande differenza di percezione sull’Ucraina tra europei e Usa: per gli statunitensi non è una minaccia esistenziale l’eventuale vittoria russa. In sostanza, il sostegno dei democratici all’Ucraina è funzionale ad evitare un conflitto diretto con la Russia per la Nato, e quindi per gli Usa. Per altro, “anche se Harris fosse più incline ad essere più lungimirante di Biden”, se i repubblicani controllassero le camere al Congresso, lo spazio di manovra per ulteriore assistenza sarebbe comunque limitato.

    Il protezionismo trumpiano non piace (con proposte di tariffe del 60 per cento sulle importazioni dalla Cina e 10-20 dal resto del mondo), soprattutto la richiesta agli europei di allinearsi apertamente con l’approccio conflittuale con la Cina. Harris sembra più cauta e in linea con il suo predecessore, con tariffe mirate per competere con Pechino e sussidi ai produttori nazionali. Per l’Europa queste non sono buone notizie: i dazi americani sui prodotti cinesi in entrata obbligherebbero a proteggere il mercato europeo dalle esportazioni cinesi con altri dazi, i sussidi allontanerebbero gli investimenti dal vecchio continente. Stesso discorso sulla fornitura di tecnologia europea avanzata alla Cina, sul cui divieto nemmeno Harris ha intenzione di mollare la presa. I metodi saranno probabilmente meno bellicosi di Trump, ma per gli Usa il primato tecnologico, già vacillante, non può essere minato dalla Cina tramite informazioni acquisite dagli europei.

    Il più grande punto interrogativo per l’agenda di Harris riguarda il Medio Oriente. Mentre Trump ha una posizione lapalissiana, con sostegno incondizionato alla linea dura del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, quella di Harris ha dei contorni più sfumati.

    Fino ad oggi, l’obiettivo primario era quello di mantenere l’unità del partito democratico anche sul tema del conflitto a Gaza, considerando anche le critiche precedentemente ricevute da Biden sulle sue scelte politiche. La linea di Harris è moderata, non cambia il sostegno ad Israele ma si unisce la necessità di impegnarsi per alleviare le sofferenze dei palestinesi. Un impegno non di poco conto, che comporta fare pressioni su Israele e soprattutto sollevare le perplessità dei suoi stessi colleghi di partito.

    L’Europa, al contrario, sorride alla moderazione, dal momento che ci sarebbe un inedito avvicinamento per questi tempi tra la politica statunitense e quella europea. Nuovamente, i problemi europei non sono priorità statunitensi, per cui il rischio di espansione del conflitto in Libano non è una minaccia primaria per gli Usa e invece ha rischi fortemente impattanti sul vecchio continente, come la radicalizzazione violenta e movimenti di larga scala di rifugiati.

    Non di poco conto è la poca chiarezza della candidata democratica su come intenda gestire il problema del programma nucleare iraniano. Al contrario, Trump ha una posizione molto definita, avendo deciso per l’uscita  dall’accordo sul nucleare del 2015 durante la sua presidenza. L’espansione del programma nucleare iraniano è pericolosa vista la possibilità che avrebbe il paese mediorientale di produrre un ordigno nucleare in poco tempo, ma Harris non sembra avere le idee chiare (o almeno non aver comunicato nulla) su come cercherà il coinvolgimento dell’Iran sui negoziati riguardanti il programma. Ennesimo punto interrogativo sul Medio Oriente e sul futuro della politica americana.

    Harris e Trump propongono due visioni differenti della politica statunitense, con delle divergenze sostanziali, ma delle similitudini nella tutela degli interessi americani che in Europa dovrebbero far riflettere.

    L’elezione di Trump sarebbe deleteria per le relazioni transatlantiche, con qualche eccezione tra i leader europei, come il primo ministro ungherese Orban, che accoglierebbero un Trump-bis con entusiasmo. La vittoria di Harris permetterebbe agli europei di avere continuità con la presidenza Biden, tenendo conto però che gli Stati Uniti non hanno come priorità la questione ucraina e che l’America ha come priorità la protezione della propria produzione e sulla politica industriale.

    L’Europa con Harris vivrebbe solo un rallentamento al processo (forse irreversibile) di allontanamento dall”ombrello’ statunitense. Chiunque vinca il 5 novembre, sarà necessario per il vecchio continente pensare a come proseguire con gli Usa gradualmente più distanti e una concorrenza economica sempre più agguerrita nel panorama globale.

    Intanto oggi il Parlamento europeo ha eletto Brando Benifei (Pd/S&D) alla guida della Delegazione dell’Europarlamento per le relazioni con gli Stati Uniti. Secondo il parlamentare “in questo momento di incertezza geopolitica l’incarico comporta un impegno preciso: è fondamentale continuare a lavorare a una relazione transatlantica che sia basata sul rispetto reciproco e sulla cooperazione su temi fondamentali come la tecnologia, l’economia, la sicurezza internazionale e la transizione ambientale”. Secondo Benifei, “chiunque vincerà le elezioni presidenziali americane, questa relazione rimarrà fondamentale per trovare soluzioni adeguate a problemi comuni. L’Europa dovrà trovare una propria voce e maggiore coesione politica, necessari per essere un player globale come gli Usa”.

    Tags: #ElezioniUsaBrando Benifeielezioni americaneeuropaharrisTrumpue

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