Bruxelles – L’attivista ungherese Géza Buzás-Hábel è stato indagato e rischia fino a un anno di carcere per aver organizzato la marcia del Gay Pride a Pécs, nel sud dell’Ungheria. “Questo è il primo caso noto nell’Unione Europea in cui un difensore dei diritti umani viene perseguito penalmente per aver organizzato una marcia del Pride. Un caso finora visto solo in Russia o Turchia“, hanno dichiarato quattro organizzazioni ungheresi per i diritti umani in una dichiarazione congiunta.
Il pugno duro dell’Ungheria
Il governo ungherese quest’anno aveva annunciato il pugno duro nei confronti dei manifestanti del Pride. Le autorità avevano vietato del tutto questo tipo di eventi, consentendo alle forze dell’ordine di utilizzare software di riconoscimento facciale per identificare i partecipanti e potenzialmente multarli. Nonostante le leggi repressive, gli ungheresi erano scesi in piazza lo stesso. Budapest si era colorata di bandiere arcobaleno il 29 giugno, mentre a Pécs si era aspettato il 4 ottobre prima di esporre le bandiere arcobaleno.

L’attivista che rischia la condanna
Géza Buzás-Hábel, ragazzo rom gay, ha avuto un ruolo centrale nell’organizzazione dell’unico Pride ungherese lontano dalla capitale, che a ottobre si concluse senza particolari divieti. I problemi, però, sono iniziati poco dopo. Il ragazzo nei giorni successivi è stato interrogato dalla polizia. La questura ha preso così in carico il caso, e a quanto emerge Buzás-Hábel potrebbe rischiare una pena detentiva con sospensione condizionale fino a tre anni.
L’attivista LGBTQ+ non è nuovo ad attacchi mirati dalle autorità ungheresi. L’anno scorso è stato licenziato dal suo impiego statale come insegnante, dopo aver insegnato per un decennio. Anche nel centro musicale dove aveva lavorato fu licenziato dopo cinque anni di attività. Al The Guardian, l’attivista ha riportato le sue difficoltà: “Ho già sperimentato il costo personale di questo sistema: ho perso tutti i miei lavori, sono stato messo sotto sorveglianza dai servizi segreti e ora devo affrontare potenziali accuse penali”.
Il monito alla Commissione
A diffondere la storia di Buzás-Hábel sono oggi una serie di organizzazioni, tra cui Amnesty International. Nel documento congiunto che hanno diffuso si fa un appello diretto alla Commissione europea per bloccare l’autoritarismo in Ungheria. “Finora la Commissione ha limitato la sua reazione a una ‘valutazione’ delle modifiche. Questo solleva una domanda inevitabile: per quanto tempo la Commissione europea potrà rimanere in modalità di ‘valutazione’ mentre un insegnante rischia il carcere per aver esercitato i diritti che essa afferma di voler proteggere?” hanno scritto in una nota.
I 18 miliardi congelati
Le valutazioni a cui le associazioni fanno riferimento sono le raccomandazioni espresse dall’organo europeo nel Rapporto sullo Stato di diritto del 2025. Quando a luglio queste raccomandazioni furono formalizzate, il commissario europeo per la giustizia, Michael McGrath, affermò: “È profondamente deludente non essere in grado di segnalare ulteriori progressi in merito alle raccomandazioni formulate lo scorso anno”.
Non è del tutto vero, però, come affermano le organizzazioni, che nulla stia facendo la Commissione. L’Unione tiene congelati circa 18 miliardi di euro che spetterebbero all’Ungheria tra fondi di coesione e fondi post-Covid. Il motivo è quello annunciato da McGrath cioè l’assenza in passi avanti per l’avanzamento dello stato di diritto e della tutela democrazia. La pressione europea avanza anche in Parlamento Europeo. A novembre ha votato a Strasburgo una relazione sulla crisi dello stato di diritto in Ungheria.

Il futuro dell’Ungheria
Le raccomandazioni e il congelamento dei fondi non hanno però fermato l’esecutivo di Victor Orban nel perseguitare Buzás-Hábel. Di certo l’aumento delle maggioranze orientate a destra, l’ultima quella di Andrej Babiš in Repubblica Ceca, tra i 27 non aiuta a portare avanti le procedure contro l’Ungheria.
Una svolta si potrebbe avere dopo le elezioni parlamentari di aprile dove Victor Orban, in un’elezione che potrebbe rivelarsi molto difficile per lui, dovrà contendere il suo posto con l’ex alleato Peter Magyar. In ogni caso nonostante la promessa di un approccio più democratico lo stesso Magyar non può dirsi un sostenitore dei diritti delle minoranze LGBTQ+. Il suo elettorato arriva tra le fila dei conservatori di destra e centro destra e proprio per questo non si è fatto vedere tra le strade di Budapest del Pride di giugno.














