Bruxelles – “Secondo il rapporto della FAO ‘Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2026’, nel 2025 circa 645 milioni di persone in tutto il mondo hanno sofferto la fame, una cifra pari al 7,8 per cento della popolazione globale. Per questo abbiamo bisogno di coordinarci a livello globale per compiere dei progressi nel rafforzamento della sicurezza alimentare”. L’ha dichiarato il presidente della sezione NAT – la sezione che si occupa agricoltura, sviluppo rurale e ambiente – del Comitato economico e sociale europeo (CESE), Stoyan Tchoukanov, in un’intervista a Eunews. Questa settimana, dal 19 al 23 ottobre 2026, Tchoukanov è a Roma in occasione della 54ª sessione plenaria del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale (CFS) della FAO presso la sua sede centrale a Roma. Qui Tchoukanov incontrerà bilateralmente diversi stakeholder, parteciperà a discussioni multilaterali e prenderà parte ad alcuni eventi tematici, come ad esempio un panel dedicato al ruolo delle donne nelle zone rurali. Il presidente ha spiegato a Eunews il significato della sua missione, fornendo una panoramica generale sullo stato della sicurezza alimentare in Europa. La sezione NAT è una delle sezioni specializzate del CESE, che coordina i lavori e redige i pareri su temi come l’agricoltura, la politica agricola comune (PAC), lo sviluppo rurale e molto altro.
Eunews: Qual è l’agenda del CESE per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (SDG) e quali sono i messaggi che intende portare a Roma?

Stoyan Tchoukanov: “Per noi, il CFS e, più in generale, la collaborazione con la FAO sono di estrema importanza, in quanto ci offrono una prospettiva globale sulle questioni a cui lavoriamo. Siamo un’istituzione europea e rappresentiamo la società civile organizzata, pertanto spesso il nostro lavoro si concentra principalmente su queste due chiavi di lettura. Molti processi si sviluppano su scala mondiale ed è impossibile restarne isolati. La FAO rappresenta per noi la fonte più affidabile per il suo livello di precisione in un’epoca segnata dalla disinformazione. Essendo il CESE un organo consultivo, dobbiamo essere in grado di compiere scelte e di prendere decisioni sulla base di informazioni corrette e puntuali. Pertanto, tale collaborazione ci permette di porta avanti il punto di vista della società civile organizzata, potendo contare su dati precisi e su un’ampia visione dei processi globali gli europei hanno organizzato”.
E.: Cosa fa il CESE a livello europeo per garantire la sicurezza alimentare in tutto il continente?
S.T.: “Noi rappresentiamo la società civile organizzata divisa in tre gruppi: datori di lavoro, lavoratori, e infine le organizzazioni della società civile. È nell’interazione tra questi tre gruppi che risiede la chiave della sicurezza alimentare. Gli agricoltori hanno un ruolo centrale perchè producono, però sono gli ambientalisti coloro che si preoccupano della salute del suolo e del cambiamento climatico. Poi vi sono gli operati dell’industria alimentare, i supermercati, e in generale l’intera filiera agroalimentare. In breve, il cibo che noi consumiamo, prima gi giungere sulla nostra tavola, compie un lungo tragitto e per noi al CESE è fondamentale tenere in considerazione ogni elemento di questa catena. Se viene a mancare anche solo uno dei suoi anelli, la struttura non regge più”.
E.: Crede che ci siano regioni europee particolarmente colpite dalla questione?
S.T.: “Sicuramente il Sud dell’Europa è più colpito dal cambiamento climatico, ma non è l’unico. Vediamo che anche a Nord stanno iniziando a manifestarsi gli effetti, anche se in forma diversa. Un problema urgente è l’abbandono delle regioni rurali, una questione che tocca molte regioni europee. Ciò riguarda soprattutto le aree al confine con la Russia, a causa della guerra. La questione è piuttosto complessa e non ha un’unica direzione”.
E.: Può darci un commento sulle negoziazioni in corso sul QFP e in particolare sui tagli proposti dalla presidenza irlandese ai fondi destinati alla PAC e alla politica di coesione?
S.T.: “Crediamo che la sicurezza alimentare faccia parte della sicurezza in generale dell’Unione europea. I tagli al bilancio destinato alla Politica agricola comune (PAC) sono davvero molto preoccupanti per la comunità agricola europea nella sua totalità. Non siamo disposti ad arrenderci, però. La maggior parte delle guerre nella storia dell’umanità è stata combattuta a causa del cibo e per questo ritengo che non sostenere la sovranità alimentare, come quella dell’acqua sia un errore irreparabile. Non dobbiamo permettere che all’industria alimentare capiti ciò che è accaduto al settore tessile e al fotovoltaico. Oggi entrambe le produzioni sono delocalizzate al di fuori dell’Europa e non possiamo accettare che si verifichi lo stesso con i nostri prodotti alimentari. Si tratta di perdere la competitività industriale e il nostro ruolo di attore globale nella produzione alimentare. Per questo motivo, l’attuale proposta del QFP rimane un punto interrogativo dal punto di vista alimentare”.
E.: Qual è l’impatto della guerra in Ucraina sulla sicurezza alimentare europea e su quella di alcune zone particolarmente colpite come l’Africa?
S.T.: “C’è ovviamente un’attenzione particolare nei confronti dell’Europa. Tuttavia è necessario sottolineare che al momento Ucraina e Russia sono in competizione per le esportazioni verso i Paesi africani, che ne dipendono. In tal contesto, il bacino del Mar Nero diventa uno snodo centrale per il commercio agroalimentare, che va assolutamente protetto. Alla luce dei recenti attacchi da parte di Mosca in quest’area, possiamo osservare come si stia esercitando maggior pressione sui mercati, ma soprattutto come, ancora una volta, Putin sta usando il cibo come arma. Come al solito, sono i Paesi e le persone più vulnerabili a pagarne le conseguenze, perché non possono permettersi di pagare un prezzo più alto per le materie prime”.









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