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    Home » Opinioni » L’UE è pronta a fare le barricate per evitare una nuova crisi migratoria dal Medio Oriente

    L’UE è pronta a fare le barricate per evitare una nuova crisi migratoria dal Medio Oriente

    A due mesi dall'entrata in vigore del Patto per la migrazione e l'asilo, nel giro di un anno l'UE ha puntellato un'ulteriore stretta sull'immigrazione irregolare attraverso diversi nuovi provvedimenti. Ora, di fronte a un'eventuale nuova crisi migratoria, sarà costretta a gettare la maschera sul rispetto di valori e diritti fondamentali

    Simone De La Feld</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@SimoneDeLaFeld1" target="_blank">@SimoneDeLaFeld1</a> di Simone De La Feld @SimoneDeLaFeld1
    1 Aprile 2026
    in Opinioni, Politica
    ue medio oriente

    Giorgia Meloni, on the right and Ursula von der Leyen [EU Commission]

    Bruxelles – La scorsa settimana, con l’approvazione da parte dell’Eurocamera del regolamento sui rimpatri, l’Unione europea ha inserito tutti i tasselli della nuova stretta sull’immigrazione irregolare: insieme al Patto per la migrazione e l’asilo, che entrerà pienamente in vigore dal prossimo giugno, la prima lista UE di Paesi d’origine sicuri e l’allargamento della definizione di Paese terzo sicuro permetteranno ai Paesi membri di limitare fortemente il diritto all’asilo. Ora l’attenzione dei leader UE è tutta sulle possibili conseguenze del conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti in Medio Oriente, e l’imperativo è evitare un nuovo 2015 e la crisi migratoria che investì il continente.

    Nelle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso 19 marzo, i capi di stato e di governo dei 27 hanno inserito un paragrafo sulla migrazione nel capitolo dedicato alla crisi mediorientale: “Sebbene il conflitto non abbia dato luogo a flussi migratori immediati verso l’Unione europea – si legge nel documento -, l’UE è pronta a mobilitare pienamente i propri strumenti diplomatici, giuridici, operativi e finanziari per prevenire movimenti migratori incontrollati verso l’UE e preservare la sicurezza in Europa”. E questo “sulla base degli strumenti delle politiche che l’UE ha sviluppato negli ultimi anni”, ma soprattutto “degli insegnamenti tratti dalla crisi migratoria del 2015 e per evitare una situazione simile”.

    Quell’anno, complice la guerra contro Daesh in Siria e Iraq, bussarono alle frontiere dell’UE più di un milione di persone in cerca di protezione internazionale, mettendo a dura prova il sistema d’asilo del club a 12 stelle. Con una decisione di portata storica, l’allora cancelliera tedesca, Angela Merkel, aprì le porte della Germania a 800 mila rifugiati siriani. Dieci anni dopo, è proprio a Berlino che si può cogliere in modo più netto il nuovo approccio dell’Unione europea in materia migratoria, dettato dalla necessità di contenere la crescita più o meno generalizzata dei partiti di estrema destra in tutto il continente.

    Solo ieri, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, leader della stessa CDU che fu di Merkel, ha invitato i siriani residenti in Germania a “tornare in patria”. A margine dell’incontro con il presidente siriano, Ahmed al-Sharaa, Merz ha affermato che “in un prospettiva più ampia dei prossimi tre anni”, l’obiettivo è che “circa l’80 per cento dei siriani che attualmente vivono in Germania tornino in patria“. Al di là della fattibilità – da quando è caduto il regime di Bashar al Assad, solo poche migliaia di cittadini siriani sono tornati volontariamente a Damasco -, il progetto palesa il cambio di paradigma rispetto alla mentalità wir schaffen das (‘ce la faremo’, frase pronunciata da Merkel nel 2015).

    Se il regolamento sui rimpatri apre all’istituzione di centri di detenzione in Paesi terzi dove deportare persone migranti irregolari che hanno ricevuto un ordine di lasciare il territorio di uno Stato membro, i regolamenti per la gestione dell’asilo e della migrazione (Ramm) e sulle procedure di asilo (Apr), previsti dal Patto per la migrazione e l’asilo, permetteranno di intensificare le procedure di frontiera per il trattamento delle richieste d’asilo. Insieme alla lista dei Paesi d’origine sicuri – che per ora include Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia, ma suggerisce che siano trattati come sicuri tutti i Paesi con un tasso di riconoscimento delle richieste d’asilo inferiore al 20 per cento – e alla revisione del concetto di Paese terzo sicuro, il Patto per la migrazione e l’asilo faciliterà il ricorso a procedure accelerate.

    Uno dei punti più controversi del Patto è il Regolamento per le crisi, la strumentalizzazione e le cause di forza maggiore, che si occupa dei momenti in cui si verifica un “arrivo di massa di persone” eccezionale o inaspettato: in questo scenario scatteranno delle deroghe al sistema generale di gestione della migrazione e dell’asilo, con la soglia del tasso di riconoscimento per cui le persone possono essere ammesse alle procedure di frontiera (secondo il Regolamento Apr al 20 per cento) che si alza al 50 per cento nelle situazioni di causa di forza maggiore, al 60/70 per cento in quelle di crisi e al 100 per cento in quelle di strumentalizzazione.

    Quando non si riesce a arginare le partenze, attraverso accordi con Paesi d’origine e di transito (vedi Tunisia), l’obiettivo esplicito è, in tutti i casi, quello di ridurre il più possibile i numeri dell’accoglienza. La Commissione europea continua a garantire che questo nuovo impianto “aiuterà gli Stati membri a trattare le domande di asilo in modo più efficiente, nel pieno rispetto dei valori e dei diritti fondamentali dell’UE”. Ma una prima prova della sua tenuta, e dell’impatto che potrà avere sul rispetto dei diritti umani delle persone migranti, rischia di essere già dietro l’angolo.

    Secondo le stime diffuse dall’UNHCR già a metà marzo, a causa dei bombardamenti di Israele e Stati Uniti in Iran circa “3,2 milioni di persone sono attualmente sfollate temporaneamente all’interno” del Paese. Un dato “destinato ad aumentare con il protrarsi delle ostilità”. Parallelamente, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha registrato lo spostamento di oltre 130 mila persone dal Libano, colpito dal conflitto tra Israele e Hezbollah, alla Siria. Secondo le autorità libanesi, nel Paese ci sono già oltre un milione di sfollati interni.

    Se anche una parte di questi numeri si trasformeranno in richieste d’asilo nell’UE, non è detto che il sistema regga regga e che gli Stati membri riescano a coniugare la responsabilità e la solidarietà previste dal Patto per la migrazione e l’Asilo. Visto l’ulteriore inasprimento delle politiche e della narrazione che si fa sulla migrazione, è più probabile che i Paesi di primo arrivo cercheranno di correre ai ripari e accaparrarsi accordi con Paesi terzi sulla scia del protocollo Italia-Albania. Sicuramente, in uno scenario di crisi, l’Unione europea sarebbe costretta a gettare la maschera che – con sempre più difficoltà e imbarazzo – continua a indossare: quella del rispetto dei valori che si è data e dei diritti fondamentali delle persone.

    Tags: Medio Orientemigrazionirichiedenti asilorimpatri

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