Bruxelles – In Europa arrivano meno migranti, ma la traversata non è mai stata così letale. Nei primi quattro mesi del 2026, mentre gli arrivi sono crollati lungo alcune delle principali rotte verso il continente, il numero di morti e dispersi è aumentato drasticamente, raddoppiando nel Mediterraneo centrale e triplicando in quello orientale rispetto allo stesso periodo del 2025.
È il paradosso che emerge dai nuovi dati pubblicati oggi (12 agosto) dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) nel rapporto Global Overview of Migration Routes (January to April 2026). L’analisi, che riunisce i dati del Displacement Tracking Matrix (DTM) dell’OIM, del Missing Migrants Project, dei Regional Data Hubs e dei partner governativi, fotografa rotte migratorie profondamente trasformate da una combinazione di maltempo estremo, conflitti, pressioni economiche e cambiamenti nelle politiche migratorie.
Il dramma del Mediterraneo centrale
Il dato più drammatico riguarda la rotta del Mediterraneo centrale. Tra gennaio e aprile 2026, gli arrivi sono diminuiti del 46 per cento, scendendo a 8.577. Nello stesso periodo, però, le persone morte o disperse lungo la rotta sono state 821: un aumento dell’111 per cento rispetto ai primi quattro mesi del 2025. Più della metà delle vittime, 430, è stata registrata nel solo mese di gennaio, quando la regione è stata colpita dal ciclone Harry. L’evento meteorologico estremo ha reso ancora più pericolose traversate già caratterizzate da imbarcazioni precarie e condizioni di navigazione difficili.
Non va meglio lungo la rotta del Mediterraneo orientale. Qui, i decessi sono aumentati del 259 per cento, arrivando a 244 vittime. Molte di queste sono legate a naufragi avvenuti durante le traversate marittime nelle acque intorno a Creta. “Dietro ognuno di questi numeri c’è una famiglia che aspetta notizie che non arriveranno mai”, ha dichiarato Ugochi Daniels, vicedirettrice generale dell’OIM. “Mentre i viaggi diventano più lunghi e pericolosi, salvare vite in mare e a terra rimane una responsabilità condivisa, che nessun Paese può affrontare da solo“.
Crollano gli arrivi sull’Atlantico, aumentano quelli verso Ceuta e Melilla
Le dinamiche cambiano radicalmente lungo le altre rotte dirette verso l’Europa. Sulla rotta atlantica dell’Africa occidentale, gli arrivi in Spagna sono crollati del 78 per cento, fermandosi a 2.276 persone. Ma anche in questo caso il calo degli arrivi non coincide con una riduzione dei rischi. L’OIM segnala infatti che i punti di partenza si sono spostati sempre più a sud lungo la costa dell’Africa occidentale. Una modifica che allunga le traversate e aumenta il tempo trascorso in mare aperto, esponendo i migranti a rischi ancora maggiori.
Di segno opposto l’andamento della rotta del Mediterraneo occidentale, dove gli arrivi in Spagna sono aumentati del 66 per cento, raggiungendo quota 5.647. A trainare la crescita è soprattutto l’incremento dei passaggi via terra verso le exclave spagnole di Ceuta e Melilla, che sono triplicati rispetto allo stesso periodo del 2025. Un dato particolarmente significativo alla luce della crisi migratoria che nelle ultime settimane ha riportato Ceuta al centro del dibattito europeo, mettendo sotto pressione i rapporti tra gli Stati membri sulla gestione delle frontiere esterne dell’UE.
Le rotte globali tra conflitti e nuove pressioni migratorie
Il rapporto dell’OIM restituisce però una fotografia della mobilità molto più ampia di quella europea. Nella rotta orientale del Corno d’Africa, gli arrivi in Yemen sono aumentati del 9 per cento, raggiungendo quota 70.200, in linea con i modelli stagionali. In America centrale, invece, i movimenti verso nord attraverso la regione del Darién, a Panama, si sono quasi azzerati: nei primi quattro mesi dell’anno sono stati registrati appena 135 transiti.
A modificare i flussi sono anche le crisi geopolitiche. L’escalation delle ostilità in Medio Oriente iniziata alla fine di febbraio ha provocato sfollamenti di massa in Libano e un aumento dei ritorni transfrontalieri verso la Siria tra marzo e aprile. Parallelamente, sono cresciute le pressioni sulla migrazione per lavoro e sui flussi di rimesse in Asia meridionale, Medio Oriente e Africa. “L’attenzione tende a concentrarsi su poche rotte, ma quasi la metà dei 304 milioni di migranti internazionali nel mondo vive all’interno della propria regione”, ha sottolineato Daniels. Per l’OIM, disporre di dati affidabili sulle trasformazioni delle rotte è quindi essenziale per orientare politiche migratorie più efficaci.
I numeri dei primi quattro mesi del 2026 raccontano così una realtà tutt’altro che lineare: meno persone arrivano in Europa, ma questo non significa che meno persone rischino la vita per raggiungerla. Le rotte cambiano, si allungano e diventano più pericolose, mentre il calo degli arrivi rischia di nascondere un’altra realtà: quella di viaggi sempre più letali.












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